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LETTERATURA: I MAESTRI: La perdita del significato28 giugno 2012
di Cesare Brandi Più di vent’anni or sono usci un libro sull’arte moderna che divenne ben presto famoso. La perdita del Centro, di Hans Sedlmayr. Il libro era di uno storico d’arte, illustre per giunta, e rappresentava un acuto intervento, acuto anche per chi profondamente ne dissentiva; né ormai sarebbe il caso di ravvivarne la tesi, che procedeva da un punto di vista così ostentatamente « di centro », per fondare una requisitoria dalla fine del ’700 al tempo nostro. Da allora, per chi insista su un punto mediano dove starebbe la virtù, le cose sono ancora peggiorate, anzi vanno a rotoli. Ma non è per rinfrescare questa visione apocalittica che ora mi muovo: semmai per avversarla anche contro me stesso, come mi è accaduto pochi giorni fa, quando, rientrato nell’Università di Roma, devastata « a vuoto » nella recente occupazione, con le barricate inutilizzate dietro cui le milizie si squagliarono senza colpo ferire (e per fortuna fecero così), leggo proprio su quella specie di arengario che sta sulla sinistra della Facoltà di Lettere, questa iscrizione cubitale in vernice rossa: « Non per il diritto allo studio ma per il diritto alla lotta contro lo studio ». Sulla violenta ribellione, che sorse dentro di me, gettai naturalmente tutta l’acqua che potei: i dissennati trovandosi sempre anche fra i migliori, anzi i peggiori fra i migliori, come diceva un antico adagio latino, la corruzione dell’ottimo essendo pessima, e che insomma, col senso infantilmente provocatorio, la scritta provocava proprio un irrigidimento in chi già è più rigido del ferro, nelle sue prerogative, e invece uno scoramento in chi, nella radicalizzazione della lotta, non vede che il naufragio della cultura. Comunque non sopravvalutiamo la scritta e non sopravvalutiamo le barricate fatte e abbandonate per il letto familiare e il latte caldo: ma un significato devono pure avere. E’ allora che mi sono sovvenuto di quella perdita del Centro, che si è configurata in me come perdita del significato. Ma come, perdita del significato, se tutta la scienza è protesa, e proprio quella più attuale, in una ricerca del significato? * Se lo strutturalismo, dalle basi di de Saussure, è volto quasi esclusivamente alla individuazione di strutture portanti di senso, e così è trapassato dalla linguistica nella psicanalisi e nell’antropologia, le tre scienze che, a dire di Foucault, rappresentano i salienti stessi del pensiero moderno? Non mi sognerei allora di negare questo orientamento della scienza che è sempre più deciso, anche se io non ritenga che lo strutturalismo debba confinarsi, per l’arte almeno, nella sola ricerca del significato, o almeno del significato come s’intende per il segno in linguistica. L’orientamento è questo, ma solo per chi interroga il nostro tempo dai diversi punti di vista panoramici: per chi vive a livello, e sempre più alla giornata, il significato dilegua. Né altrimenti si potrebbe interpretare la voga della psicanalisi che dalla America sta dilagando ormai dappertutto, perché dappertutto dilaga l’incapacità di cogliere il significato, di dare un significato alla propria vita. Da questo punto di vista la contestazione acquista un aspetto ben diverso, che sia quella degli studenti universitari o quella dell’Isolotto, o appena ieri in San Pietro. La contestazione che diviene globale, diviene globale proprio per questo, per l’assenza di significato, per l’impossibilità o l’incapacità di arrestare, o delimitare o concretare una richiesta, che, appena formulata, sfugge a se stessa, si vuota come un palloncino ripieno di gas. Dalla disperazione di un significato che sfugge, si cade allora nella contestazione di tutto, in una ansia di rinnovamento che non crede al rinnovamento, che non può credere in nulla perché, per credere, in primo luogo bisogna che la cosa in cui si crede abbia significato. Sull’incapacità degli studenti di esprimere delle idee o metodologie concrete, che non si risolvano, come la richiesta del voto unico, in assenza di metodologia o in rinnegamento della cultura (la lotta contro lo studio, dell’iscrizione famigerata), naturalmente si specula a non finire da parte dei benpensanti: ma non è che questi giovani, che riconoscono se stessi solo in assemblea e non vogliono plenipotenziari, siano particolarmente o subdoli o incapaci o svogliati o anarchici. Nella misura in cui appaiono soli, lo sono per mancanza di fondamento: e il fondamento siamo noi che non gliel’abbiamo trasmesso. Perché questo fondamento lo abbiamo perso anche noi, se mai l’abbiamo avuto. La crisi attuale della Chiesa è allora più che tipica: col Vaticano II doveva rinnovarsi, col Vaticano II ha messo in luce che le innovazioni liturgiche, l’abbandono del latino e della tonaca scoprono sempre di più che il deposito della fede è un sepolcro vuoto: il significato della fede sfugge al credente, come il significato dello studio sfugge allo studente. Nell’un caso e nell’altro si accusano le gerarchie, le baronie dei professori, l’utilizzazione dello studio per i quadri neo-capitalisti, come le remore ecclesiastiche, il celibato, le antiche dottrine che uscirono dalla controriforma anchilosate nella lettera e nello spirito: ma nello stesso tempo si vuole restare nell’Università e nella Chiesa. * Si occupano le Università e si occupano le Chiese, dal Duomo di Parma all’Isolotto, o San Pietro. Quindi l’unica appartenenza che venga sentita come tale, efficace ed effettiva, è quella del sit-in: il significato viene dall’involucro esterno, dal luogo cioè dove uno si trova che sia la Università o la Chiesa. In realtà l’unico modo di affermare l’inadeguatezza, su cui concordo in pieno, dell’Università attuale come istituto, e della Chiesa come « ecclesia », sarebbe di disertarle. Il momento che non avessimo più studenti e i preti non avessero più fedeli, la contestazione sarebbe allora e per davvero efficace. O cambiare gli istituti o rassegnarsi a chiuderli: ma non con una serrata. Vorrebbe dire che il significato della cultura o della fede sarebbe stato ritrovato da ciascuno in una convinzione interna che non ha bisogno di assemblee e di cortei; di funzioni o di sacramenti. Solo così si concreterebbe una nuova epistème, per riprendere la parola contestatissima ma felicissima di Foucault: un nuovo ciclo di civiltà, nato su basi opposte a quelle di ieri, e neppure in dialettica, perché i veri grandi sovvertimenti nella storia culturale (non politica, cioè) di un’epoca esplodono senza programmarsi e senza tavole di fondazione. Starà poi al pensiero critico successivo di rintracciare, se sarà possibile, quale genesi per vie interne avrà portato alle nuove strutture: ma questa loro genesi invano si ricercherà in superficie o perfino nella dialettica della storia. Ed ecco allora che anche il favore e il fervore degli studi di semantica acquistano, al di là del loro valore scientifico, il vero significato; l’assenza di significato nell’intimo dell’individuo come nella massa, è quello che fa ricercare il significato e lo pone giustamente come scopo preminente nella ricerca. Perché infatti non si contestano anche le partite di calcio e non si occupano gli stadi? E’ un’eccezione solo apparente: nello sport di massa, nello sport che si fa senza professarlo, stando a sedere e immedesimandosi, c’è la risposta alla richiesta di significato. Lo spettacolo dello sport colma, sia pure provvisoriamente, questa misura freddamente vuota che uno ha dentro di sé, e che non osa guardare; il proprio muto inferno. Alcuni anni fa avevo caratterizzato questa mancanza di fondo della nostra epoca, come perdita nel futuro, perdita di una dimensione non solo della temporalità, e dunque dell’essere. Non credo di avere sbagliato, perché la perdita del significato non è altro che la manifestazione, a non lucendo, della perdita del futuro. Dove il significato si assimila anche la forma. Il progressivo restringersi al minimo delle arti figurative non si può ignorare, in questo quadro. A poco a poco, dopo l’ultima civiltà figurativa, quella dell’ informale, siamo passati all’oggetto bruto, al cascame che però restava oggetto, bottiglia di coca-cola, letto di ferro, come in Rauschenberg, o cravatta, impermeabile, pala come in Dine, calco di figura umana in Segal, iterazione di un’immagine fotografica in Warhol. Insomma c’era il tentativo di salvare se non il significante, il significato. Ma era impossibile che anche l’arte non risentisse del generale scadimento. Ed ecco allora la minimal art, le strutture primarie che non devono assolutamente rappresentare nulla se non se stesse, un cubo, una sfera, elementi geometrici e solidi sempre non significanti. E la letteratura: perfino Pizzuto, un anziano, investito da questo ciclone generale, diviene ancora meno significante di Balestrini. In quanto alla musica, la perdita seriale, il ricorso al traguardo istantaneo, l’abolizione della memoria: sono cose che parlano da sé, ossia non parlano affatto. Non significano, non vogliono significare. Dopo di che anche la rivolta studentesca trova nel profondo il suo significato. Anche se non sia confortante. Letto 742 volte. Nessun commento »Non c'è ancora nessun commento. RSS feed dei commenti a questo articolo. TrackBack URI Lascia un commento |
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