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LETTERATURA: I MAESTRI: La poesia d’occasione

16 settembre 2017

di Manlio Lupinacci
[dal ‚ÄúCorriere della Sera‚ÄĚ, marted√¨ 25 agosto 1970]

Forse, anzi certamente, pi√Ļ che la mia penna ci vorrebbe quella di Mosca per svolgere questo tema: ma visto che mi √® passato per la mente e che non me ne vengono altri lo af¬≠fronto, ed ecco qui: si tratta delle poesie d’occasione. E’ una flora che deve essere ormai completamente estinta, se pur non sopravviva in qualche re¬≠moto borgo del sud coltivata da vecchi notai con il mantello a ruota come nella canzone e da frusti parroci che ancora spaz¬≠zano la polvere con la lunga sottana talare: deve essere per√≤ una coltivazione clandestina, come quella della marijuana su certe terrazze di iniziati e minacciata non dai rigori della legge, ma da quelli del costume mutato, a volte pi√Ļ severi anco¬≠ra del codice con le loro pene dello scherno, dello sbadiglio impaziente, dell’interruzione in¬≠fastidita. Sarebbero gli ultimi, esili steli di una pianta che un tempo distribuiva i suoi fiori per tutti i banchetti, tutti i battesimi, e le nozze e i fune¬≠rali, per le letizie pubbliche e le pubbliche sciagure.

Vecchie cose, che nemmeno la mia generazione ha fatto in tempo a vedere, entrando nella vita durante la prima grande ondata iconoclastica del primo dopoguerra. Per rammentarme¬≠le ci √® voluto infatti un libro di storia: quella biografia di Umberto I scritta da Ugoberto Alfasio Grimaldi, che ho rilet¬≠ta in questi giorni con gusto, anche se con rari consensi, per la brillante e nutrita rievoca¬≠zione dell’epoca. Il libro lo ha recensito qui Indro Montanelli e perci√≤ ne parlo solo per lo spunto offertomi con le sue nu¬≠merose citazioni di poesie d’oc¬≠casione che proprio al tempo di ¬ę Umberto e Margherita ¬Ľ co¬≠nobbero la loro ultima e pi√Ļ lussureggiante fioritura.

Mi sono ricordato cos√¨ che quando ero alla biblioteca del Senato del Regno mi toccava spesso schedare una massa di opuscoli, fascicoletti, libriccini dalla copertina floreale strari¬≠panti sul mio tavolo ogni volta che qualche senatore defunto, o il suo erede imbarazzato da scaffalature incompatibili con i nuovi alloggi, donava tutta la sua biblioteca agli studi e alle meditazioni dei membri della Camera Alta. Con lo stupore dell’appartenente a una genera¬≠zione che gi√† si scrollava di dos¬≠so molte gentilezze e che in poesia era passata per il da¬≠daismo, sfogliavo quelle pagine e vi leggevo puri versi ordinati secondo le regole della metrica pi√Ļ ortodossa, odi, strofe, so¬≠netti, sonetti con la coda, ado¬≠peranti locuzioni e termini d’un arcaismo di cui era ormai dif¬≠ficile capire se era stato anche per i contemporanei una pre¬≠ziosit√† oppure un’espressione usuale: ricordo ancora il verbo ¬ę addimandarsi ¬Ľ invece del soli¬≠to ¬ę chiamarsi ¬Ľ e una infinit√† di donzelle e di garzoni, che saranno stati anche leopardia¬≠ni, ma apparivano curiosi ugual¬≠mente senza l’autorit√† di quel sommo.

Ispirazione

Mi stupiva che quelle poesie fossero nate in massima parte dalla penna di chi poeta non era, a celebrazione di avveni¬≠menti intimamente familiari o di eventi solenni nel cui cla¬≠more quel sussurro non poteva ignorare di perdersi. Le pi√Ļ nu¬≠merose erano in occasione di matrimoni e dal numero sche¬≠dato da me debbo ritenere che nello schedario della biblioteca del Senato un cassetto intero sia occupato dalle schede sotto la parola d’ordine ¬ęNozze¬Ľ; le seguono quelle sotto la parola d’ordine: ¬ęIn morte¬Ľ, ma a grande distanza.

La musa d’occasione doveva preferire le occasioni liete, a meno che non avesse ragione lo scetticismo toscano del bi¬≠bliotecario Corrado Chelazzi (o l’istinto ancor pi√Ļ toscano del risparmio) che in quei sonetti offerti per le nozze vedeva la segreta e conveniente alleanza fra l’uzzolo poetico e l’economia di un regalo costoso; d’altra parte, presentarsi a una fami¬≠glia in lagrime con un sonetto in mano… I versi ¬ę in morte ¬Ľ sono infatti dedicati per lo pi√Ļ a defunti illustri, la cui fami¬≠glia √® inavvicinabile per l’au¬≠tore: stampati in prima visione, sul giornaletto locale, poi ripro¬≠dotti in esili pubblicazioni del¬≠le quali una copia peritosa sa¬≠r√† stata mandata a Casa Rea¬≠le o al palazzo patrizio o mini¬≠steriale da dove √® uscito l’estin¬≠to. Badate per√≤: escludo ferma¬≠mente il dubbio che all’autore del commosso epicedio balenas¬≠se la speranza di una croce di cavaliere o il calcolo di un ag¬≠gancio per una futura racco¬≠mandazione. Il mirabile di queste effusioni in versi √® proprio nella loro totale gratuit√†.

E pi√Ļ ancora nel mistero del¬≠la loro ispirazione e della deci¬≠sione di abbandonarvisi. Come poteva uno che non faceva il poeta, ma l’impiegato, il pro¬≠fessionista, il commerciante, annunciare a un tratto in fa¬≠miglia: non mi disturbate: debbo scrivere una poesia per la morte di Vittorio Emanue¬≠le II, o per le nozze della figlia dell’amico fraterno? La fami¬≠glia che diceva, come accoglie¬≠va questa improvvisa trasfigu¬≠razione del capo di casa? Scor¬≠geva nei suoi occhi una luce arcana che incuteva rispetto? O entrava in stato di angoscia nella previsione di un periodo di nervi per la lotta con l’estro o nel timore di una figuraccia a opera ultimata? E il neo-poe¬≠ta, quali tormenti affrontava fra le sillabe, gli accenti, le ri¬≠me? Va bene, a leggerli adesso nella loro nitida stampa, sotto nomi che valgono quanto un anonimo e con date polverose, sono versi ingenui, le rime non sono pi√Ļ difficili di quelle delle canzonette, ma chi le metteva insieme non ne aveva l’abitudi¬≠ne, ch√© i Padri della patria muoiono, stavo per dire ogni morte di papa, e le figlie degli amici fraterni non sposano ogni mese.

In letargo

Allora poi i versi erano cali­brati, rivestiti dal metro come di una severa uniforme che non tollera ghiribizzi fuori ordinan­za: non è che bastasse andare a capo ogni tanto per dire: ec­co una poesia; né si poteva ri­nunciare alla rima: i versi sciolti erano ammessi nelle tra­duzioni di Omero e nelle trage­die di Alfieri, ma fuori di quei casi una poesia senza rime che poesia è, chi non sarebbe capa­ce di scriverla? Chi sa quali spremute di cervello, quali con­te di sillabe sulle dita, quali stizziti ricorsi in aiuto: ditemi una rima a Emanuele, trovate­mi una parola che fa rima con leggiadra; dopo di che Emanue­le diventava Emanuello e la leg­giadra si trasformava in gra­ziosa che fa così a proposito rima con sposa.

Io sono, lo confesso, un sem¬≠plicista e molti problemi psico¬≠logici non me li pongo; e se altri me li pone avverto presto una gran voglia di sospirare che, uh mamma mia, quante complicazioni; ma debbo dire che questo della ispirazione im¬≠provvisa di mettersi a scrivere versi in persone che nella vita facevano tutt’altra cosa che scriverne √® un problema che mi affascinava quando vi capitavo sopra fra le schede della biblio¬≠teca del Senato e che torna ad affascinarmi ora che me lo ri¬≠propone questo volume su Um¬≠berto I con le sue citazioni. Pa¬≠role dalle quali solitamente ri¬≠fuggo: evasione, alienazione, mi si presentano alla mente per suggerirmi spiegazioni di illu¬≠sioni soffocate, di sogni delusi entrati in letargo nell’inverno dell’esistenza quotidiana e im¬≠provvisamente risvegliatisi al momentaneo calore di un’asso¬≠ciazione di lontane idee, ricche di musiche eroiche o nuziali non pi√Ļ udite dai tempi della adolescenza.

Mi pare che se una porta in¬≠discreta si fosse aperta sull’uo¬≠mo intento apparentemente a contar sillabe, un pudore sareb¬≠be stato violato cogliendo un sentimento staccatosi dall’or¬≠meggio del pretesto occasiona¬≠le per andare alla deriva su flutti a perdita d’occhio, solcati una volta dalla speranza. E al¬≠lora certo intenerimento mi prende per questi versi faticati e brutti, per queste parole alli¬≠neate nella disciplina metrica, ma nate forse da fuggevoli ri¬≠bellioni alle regole della realt√† con le sue oppressioni diventate abitudini. Ogni propensione al¬≠l’ironia, alla sufficienza di chi giudica superato ci√≤ che lo ha preceduto mi svapora nell’ani¬≠ma: e in chi ha versificato in morte del monarca o in morte dell’anarchico, per le pie nozze della gentil damigella e per il matrimonio civile della figlia del sovversivo, sento di dover rispettare ugualmente il breve segreto di ogni vocazione che si riscopre quando ormai √® trop¬≠po tardi per decidere se √® stata tradita o se non era mai stata una cosa seria.


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Invito tutti a non inviarmi pi√Ļ libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso pi√Ļ accontentare nessuno. Cos√¨ pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart