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LETTERATURA: I MAESTRI: La religione al crepuscolo

12 giugno 2018

di Geno Pampaloni
[Dal “Corriere della Sera”, luned√¨ 1 settembre 1969]

Incontro T. dopo qualche anno che non lo vedevo: ec¬≠citato, amaro, e, come capita di questi tempi a molti intellettuali, agitato da un’irrequie¬≠tezza che ribolle nella sfiducia E sembra preludere alla rinuncia. ¬ęI motivi sono molti ‚ÄĒ mi spiega ‚ÄĒ ma quello fon¬≠damentale, se ti riesce di cre¬≠derlo, √® la religione. S√¨ che la mia parte laica vi fiuta ancora il ridicolo e accresce il disagio sino alla sofferenza. Tu sai che in materia di fede sono sem¬≠pre stato molto “italiano”. Me ne interessavo poco; ma il non credere, o il dichiararlo a me stesso, mi faceva pi√Ļ pau¬≠ra della lieve reticenza (o ipo¬≠crisia) con cui evitavo di ar¬≠rivare sino in fondo alle mie domande notturne. Mi integra¬≠vo perfettamente nello sche¬≠ma comune a tanti di noi: un’infanzia cattolica, una gio¬≠vinezza affascinata dall’auto¬≠nomia della ragione, e una maturit√† prudente, neutrale, che non si nega, a lampi, al¬≠le tenerezze del temps perdu. Mi sono sposato, sai anche questo, in chiesa, senza dar troppo peso a quella scelta; commosso o addirittura lusin¬≠gato ma intimamente inconsa¬≠pevole di essere ministro di un sacramento.

¬ę Fu, se non dico un’altra bestemmia, un mezzo sacramento. E ora, non so se sia la met√† viva, divina che fermenta, o l’altra met√† che imputridisce, certo √® che non ho pace da nessuna delle due. Ma sin qui non sarei che uno dei tanti peccatori che tribolano. C‚Äô√® di pi√Ļ. Ho letto qualche libro dei nuovi teologi, e mi sento personalmente colpito da una della tesi di fondo: il cristianesimo non √® una religione, la religione non √® che un mito culturale, per lo pi√Ļ opportunistico. In effetti, io riconosco in me (e quel che √® peggio: nel meglio di me!) le stigmate del sentimento religioso, e cio√® una certa ansia per l’assoluto e il metafisico, e una puntigliosa salvaguardia dell’etica personale. Ma mi riesce impossibile pensare che la mia devozione al nucleo trascendente di certi valori e della sacralit√† del passato, all’ “in s√© mitico” della realt√† sia fatto soltanto di disonest√† intellettuale. E se le mie difese sono obiettivamente fragili, non so arrendermi a vederle travolte. Per tornare al caso. Sposandomi in chiesa, c‚Äôera in me sotto la pigrizia un segreto che vorrei dire fedele. Ero certo di partecipare a una profonda sorgente di ricchezza, ad antichi carismi.

Come da un cantuccio domestico o furtivo, la lunga pa­zienza della Chiesa, dei santi, le novene, i digiuni, i concilii, le dispute, lo stesso nome di Dio mi apparivano in una processione splendente cui mi era concesso di accodarmi.

¬ęDi quel tesoro di grazia portato in salvo attraverso i secoli onoravo in silenzio la gloria e la fedelt√† con la gratitudine di un immeritevole erede. Da quella gran fiamma mi arrivava quasi un riverbero di tepore. Ero in qualche modo entro un “popolo” da cui mi sentivo protetto, e forse incoraggiato. Preferivo alla solitudine la mia incerta cittadinanza di parassita della fede. Troppo comodo, lo so anch‚Äôio. E tuttavia ora mi sembra di aver perduto anche quella remota certezza. Dovr√≤ rassegnarmi a essere “religioso‚ÄĚ e non “cristiano”? Se mi rivolgo a Dio non so pi√Ļ in nome di chi lo faccio. Al suo cospetto mi sento displaced people¬Ľ

*

¬ę Per sottrarmi al frenetico ferragosto nostrano ‚ÄĒ mi scri¬≠ve V. dal Canavese ‚ÄĒ ho approfittato dei trafori alpini e ho sconfinato in Svizzera. Invitato da uno scampanio lungo, senza complessi, mi sono fermato per la messa in un paese di mezza costa. La chiesa era affollata e silenziosa Uno¬† scaccino¬† atletico dalle mani callose ravvolto in una gran gualdrappa rossa e bianca accompagnava i ritardatari agli ultimi posti rimasti liberi come una compita maschera di teatro. Un tabellone a scrit¬≠te mobili, del tipo di quelli in uso nelle stazioni, indicava i numeri delle pagine relative al Vangelo, alle preghiere e ai cori del giorno. La messa era in francese, ma i canti, e qual¬≠che passaggio, in latino. La piccola folla seguiva unanime il celebrante che “disciplina¬≠va” la celebrazione senza le fastidiose pause didascaliche frequenti da noi (“e ora, suv¬≠via,¬†¬† tutti¬†¬† insieme, recitia¬≠mo…”). Tutto si ordinava lim¬≠pidamente come in una tra¬≠sparente bacheca, per un ser¬≠vizio collettivo (e se fosse sta¬≠to un “consumo”?). Pensavo ai nostri amici, al loro furore forse santo nel voler disincro¬≠stare le convenzioni e tornare alle forme essenziali del cri¬≠stianesimo primitivo. Al “difficilismo”¬†¬† tradizionale della Chiesa, per cui per secoli il latinorum¬† coincideva obietti¬≠vamente con il privilegio, essi oppongono un “facilismo” che direi neo-spontaneo (come in architettura fu di moda il bru¬≠talismo), esclusivista e risso¬≠so. Ti gridano l’amore con la voce rauca dell’insulto. Pro¬≠clamano il Cristo con la ma¬≠lagrazia di un colpo di clac¬≠son che reclama un insolente sorpasso. Adoperano il presti¬≠gioso concetto di “comunit√†” (di radice storica) come un ricatto per sostituirlo alla “co¬≠munione” (il cui valore √® spi¬≠rituale). Io sar√≤ insensibile ai “segni dei tempi” e perci√≤ reazionario, ma trovo innatu¬≠rale discriminare nel cattoli¬≠cesimo il momento della pro¬≠fezia, intransigente, affermati¬≠vo, assolutistico, dal momento della religione, che √® piet√† del¬≠la storia e dell’uomo. Alla ca¬≠rit√† sono indispensabili en¬≠trambi. Come se nella vita ci fosse soltanto il perch√© e non anche il come, soltanto il fi¬≠nalismo e non anche la situa¬≠zione dell’esistenza.

¬ę Vedete il Padre Eterno, mi veniva fatto di ribattergli, cosa ha provveduto per i fiu¬≠mi: rapinosi e violenti all’ini¬≠zio, perch√© si scavino la via tra le montagne, e calmi e am¬≠pi verso la foce, dove prospe¬≠rano le coltivazioni e s’inse¬≠diano le citt√†. Neanche il cri¬≠stiano pu√≤ essere tutto-torren¬≠te. E l’amore, per quanto con¬≠testi, trova il suo senso nella tensione e nella sofferenza per l’ordine, che √® la sua vera fi¬≠gura. Ora, nella chiesetta sviz¬≠zera dove tutto si svolgeva con tanta compostezza, in una li¬≠turgia che la persuasione e la familiarit√† rendevano visibil¬≠mente semplice, non avrei sa¬≠puto dire se si potesse rico¬≠noscere un’immagine dell’or¬≠dine, n√© se vi si producesse l’identit√† di comunit√† e comu¬≠nione, che √® oggi forse il su¬≠premo ideale cristiano. Ma, come non mi capitava da tan¬≠to tempo, avevo assistito a una messa partecipata nell’obbe¬≠dienza; e questo mi aveva da¬≠to una grande pace, in nome della quale speravo mi sareb¬≠be stata perdonata anche da¬≠gli amici d’avanguardia la mia ‘moderazione’ religiosa. Ri¬≠messo cos√¨ in allegria, risalii in macchina e mi avviai se¬≠reno lungo la strada boscosa che accompagna nelle sue cur¬≠ve lo scrosciare del Simme ¬Ľ.

*

Con M. eravamo sulla ter¬≠razza di casa sua, da cui si go¬≠de, raso all’orizzonte, il profilo di Firenze: la cupola del Brunelleschi, il campanile di Giot¬≠to, la snella torre di Palazzo Vecchio, la guglia di Santa Croce si stagliavano neri con¬≠tro l’oro del tramonto. Sul ta¬≠volo, i rossi volumi della tra¬≠duzione italiana di Dietrich Bonheffer.

¬ę E’ forse il pi√Ļ autentico ‚ÄĒ disse ‚ÄĒ dei teologi radicali. Il mondo √® adulto, Dio vi √® presente solo con la sua assen¬≠za, muore la religione, il cri¬≠stianesimo √® ‘essere-per-gli-al¬≠tri ‘: pagine di travolgente po¬≠tenza. Ma senti qui. ‘Non √® forse scomparsa quasi intera¬≠mente per tutti noi la que¬≠stione individualistica della salvezza personale? Non sia¬≠mo forse tutti sotto l’impres¬≠sione che esistono cose ben pi√Ļ importanti (forse non pi√Ļ importanti della cosa ma del problema)? O non √® la giu¬≠stizia e il regno di Dio sulla terra il centro di tutto?’. Qui siamo al punto. Indubbiamen¬≠te una frustata salutare a cer¬≠ti nostri schemi egoistici que¬≠ste parole la danno; al nostro compiacimento e quasi affezione verso il peccato, alla nostra pretesa di avere a di¬≠sposizione un Dio ad personam, che ci tenga i conti del¬≠l’anima. Ma le questioni coin¬≠volte in queste poche righe sono infinite; pensa solo alla grazia, o ‘ il mio regno non √® di questa terra ‘.

¬ę In sostanza tutto il di¬≠scorso mi sembra concluder¬≠si, portandosi al limite, nella ‘ teologia della storia ‘ di cui ci parlava La Pira: nella sto¬≠ria c’√® un disegno provviden¬≠ziale di liberazione, che sta al cristiano interpretare e asse¬≠condare credendo e lottando. Non so niente di teologia, co¬≠me tutti gli italiani di media cultura. Ma la nostra gene¬≠razione ha una diffidenza fon¬≠data verso la storia e i suoi ‘disegni’. La fatalit√† della storia, che si oppone alla sto¬≠ria come storia della libert√†, si tratti del ritorno dell’impe¬≠ro sui colli di Roma o pi√Ļ se¬≠riamente delle ‘ leggi di svi¬≠luppo ‘ marxiste, l’abbiamo sempre vista trasformarsi in intimidazione verso gli esclu¬≠si, i dissenzienti; in un privilegio che da ideologico si faceva presto politico, di potere; e in ultima analisi in ter¬≠rorismo e dittatura. E poi, e poi. Questo Dio che al pari di un moderno boss si occu¬≠pa solo dei grandi numeri, delle ‘ questioni di fondo ‘, al suo alto livello decisionale, che creatore sarebbe mai? No, io sto ancora alla provviden¬≠za misteriosa e libera come ce la insegnava il nostro vec¬≠chio Vangelo: ‘lo Spirito sof¬≠fia dove vuole ‘.

 


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Invito tutti a non inviarmi pi√Ļ libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso pi√Ļ accontentare nessuno. Cos√¨ pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart