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LETTERATURA: I MAESTRI: La Scapigliatura. Precorsero l’erotismo di D’Annunzio

12 luglio 2016

di Giorgio Petrocchi
[da “La fiera letteraria”, numero 22, giovedì 1 giugno 1967]

Basata sopra un’amplissi­ma capillare ricerca do­cumentaria, che dai gior­nali agli opuscoli, dai roman­zi ai saggi storici, dalle rac­colte di versi ai proclami let­terari e alle memorie autobio­grafiche coinvolge un quaran­tennio di cultura italiana, que­sta recentissima monumenta­le Storia della Scapigliatura di Gaetano Mariani (Caltanissetta-Roma, editore Sciascia, 1967, pagg. 908, voi. 25 della collezio­ne di letteratura « Aretusa », diretta da Arnaldo Bocelli) si iscrive come il migliore pro­dotto della storiografia lette­raria italiana di quest’anno. Il Mariani v’ha atteso lunghi an­ni di pazientissime indagini, s’è applicato al tema con una straordinaria larghezza di pro­spettiva storica e una sensibi­lità critica ben capace di co­gliere in felici sintesi il senso di un’epoca e, al tempo me­desimo, di penetrare in tutti i labirinti dell’attività narrativa e poetica con preziosa e fre­sca sottigliezza analitica. Ché, pur nella gran mole della mo­nografia, irta, è naturale, di ri­chiami e di raffronti, sostenu­ta da un corredo fittissimo di note, la lettura delle pagine del Mariani non è mai distrat­ta dalla minuzia o inaridita dal carico delle fonti, ma si svolge con agilità e vividezza, temprando con larga mes­se di citazioni il ragionamen­to sopra posizioni concettuali pur talvolta astratte o genericizzate dalla comune temperie artistica. Del resto la Scapi­gliatura non fu un movimen­to chiuso e nemmeno una ri­stretta esperienza meramente letteraria, ma s’allargò dal campo delle lettere a quello delle arti figurative (un po’ meno della musica) e della pubblicistica politico-sociale; così come non fu prodotto del solo ambiente culturale mi­lanese, ma conobbe almeno un’altra capitale, solo da po­chi anni lumeggiata nelle sue individualità: Torino. E nem­meno fu un fenomeno passeg­gero, qualche stagione di bo­hème meneghina, se l’arco del­le istanze e dei prodotti lette­rari può trascorrere, in una storia feconda di sviluppi e di soluzioni, dai fatti sociali del marzo-luglio 1860 almeno alla porzione novecentesca delle Note azzurre del Dossi, direi sino a quell’annotazione di fi­ne 1906 nella quale il Dossi, se­gnalando la morte di Cletto Arrighi, chiudeva per sé e per gli altri un simile lungo capi­tolo di storia letteraria.

Il Mariani concilia felice­mente l’esigenza di un discor­so storicamente articolato con le legittime istanze di ritratti a sé stanti, accuratamente de­finiti, delle singole personali­tà. Altro persuasivo contem­peramento è quello offerto dal­la necessità di allargare l’at­tenzione a scrittori dello stes­so ambito cronologico e mora­le che propriamente non deb­bono essere inseriti tout-court nella Scapigliatura, ma a essa sono prossimi per qualche in­discutibile identità d’ispirazio­ne e di ideali, almeno in una certa fase della loro produzio­ne (si pensi alle pagine sul De Marchi, sul Verga del pe­riodo milanese, agli istruttivi accenni sui contatti tra il Nievo e i primi guizzi della sto­na scapigliata). Il senso di mi­sura di cui dà prova il Maria­ni. è a tal proposito esempla­re. sì che non gli si può pro­prio imputare d’aver immerso in un gran calderone « scapigliato » situazioni e oggetti che non pertengono al caso letterario proposto. Per poter evitare questo rischio, e fon­dare il proprio discorso sopra un istruttoria rigorosa di fatti, Mariani è partito da una minuziosa descrizione della na­scita e dello sviluppo semantico del termine « Scapigliatu­ra », producendo e chiosando testi rari e, molti, sconosciuti, sì da stabilire per se e per il lettore una strada ampia ma ben recintata, e sfuggire alla tentazione dello svago sugge­stivo e del raffronto di gusto ottenendo infine il risul­tato davvero cospicuo di stori­cizzare la celebrata etichetta « nei suoi infiniti richiami, an­che in quelli più fascinosi e cattivanti ». Per conseguire una simile controprova non poteva bastare l’illuminante panorama d’assieme, ma era necessario un tenacissimo in­dugio critico sopra personag­gi e personaggi letterari, le svariate loro opere, i rapporti strutturali all’interno della sin­gola opera, le introspezioni di ambienti e di casi umani, il sentimento di una natura con amore ricercata e sempre ritro­vata al fondo della memoria poetica, il senso vigile, pun­gente, ardente della storia pa­tria. Tutto ciò ha compiuto il Mariani, dandoci un concreto ritratto di Rovani e di Praga, di Tarchetti e di Boito, di Dos­si e di Faldella e di Camerana. Che il recensore esponga ora le varie tesi discusse, le formule ben inverate, i giudi­zi serenamente calibrati, non è impresa agevole. Desidero peraltro rammentare la sicu­rezza con cui l’arte del Rova­ni è individuata, dopo averne dimostrato i limiti d’ordine stilistico (tra linguaggio di cro­nista e linguaggio di vero ro­manziere) e di poetica (nel­l’oscillazione tra un’eccessiva astrattezza e un caldo senti­mento della storia, e ormai in grado di rivalutare, accanto ai Cento anni, un romanzo solita­mente trascurato ma denso di drammaticità come la Libia d’oro, per concludere che l’esi­to dell’artista era affidato alle possibilità che l’evocazione fantastica superasse il punti­glioso omaggio che il Rovani si sente in obbligo di tributa­re verso la verità storica: in­flusso, forse, della onnipresen­za del Manzoni nella Milano degli anni in cui il modesto impiegato della biblioteca di Brera attendeva alla elabora­zione dei Cento anni.

I susseguenti ritratti non so­no meno convincenti: la tesi dello sperimentalismo lette­rario e della rigidezza programmatica di Emilio Praga è ben ancorata sul suo fonda- mentale sentimento della real­tà, tanto acuto da Costringere il poeta di Tavolozza e di Penombre a una sorta di ripetu­to bilancio delle proprie sen­sazioni liriche, insidiato da una mancata coerenza stilistica e dall’eccessivo conglobar­si di motivi e di spunti narra­tivi. Si distingue il saggio sul Boito per il giudizio di fondo che ammette la possibilità di attuare « sul più scoperto ele­mento di rappresentazione quell’elaborato processo che riposa costantemente sul ri­scatto dell’immagine e sull’eli­minazione della prima intui­zione realistica che non esita a sacrificare a un più comples­so disegno ove quell’intuizio­ne si decanta in un elabora­tissimo contesto ». L’ossessiva esasperazione fantastica e pa­tetica del Tarchetti è posta in evidenza in un lungo saggio, che ripercorre il breve ma in­tenso cammino dell’autore di Fosca con acute riletture di versi e di prose per individua­re il nucleo ispiratore più au­tentico in un’ininterrotta serie di sensazioni costantemente applicate alla trama del rac­conto. Scrittori sopra i quali la critica più moderna, dal Con­tini all’Isella, ha avuto modo di esercitarsi, (e penso soprat­tutto al Faldella e al Dossi), trovano in Gaetano Mariani non soltanto un nuovo letto­re di forme stilistiche, il che sarebbe troppo poco, ma un puntuale interprete di tensio­ni polemiche e di reazioni mo­rali veramente da Scapiglia­tura. Cosi nel Dossi, accanto all’umoroso inventore di fat­ti linguistici destinati a pro­lungarsi nel nostro secolo, è stato; avvertito l’uomo dalla aperta rivolta morale, « un mi­sto di cinismo e di arguzia, di scetticismo e di moralismo sentenzioso, di umanità e di « Bizzarria », uno scrittore che s’è educato sulle pagine del Richter e vi ha appreso l’arte di scomporre il personaggio e, nel momento stesso, di rompere e disperdere lo stile tradizionale della narrativa ottocentesca in volute di un grottesco impa­reggiabile.

La Storia della Scapigliatu­ra ha il merito, infine, di ri­chiamare l’attenzione su una serie abbastanza consistente di scrittori minori, molti dei qua­li erano ancora in attesa di una sistemazione critica. Pen­so soprattutto ai profili dell’ul­timo capitolo del libro, uno dei più suggestivi (Tra Scapi­gliatura letteraria e Scapiglia­tura democratica: una società in crisi), con la riscoperta di narratori come Paolo Valera, il Giarelli, il Ghislanzoni, il Cameroni, il Tronconi, la pre­cisa individuazione del valo­re e della parabola del roman­zo sociale, gli agganci con le necessità della società contem­poranea, la penetrazione del­l’insegnamento di Zola, i pri­mordi di una simbiosi eroti­smo-rivendicazione etico-socia­le che è alla base di parte del romanzo moderno (e dei com­piacimenti erotici si stabilisco­no i rapporti col D’Annunzio), la vibrante rappresentazione della Milano sottoproletaria, i retroscena politici e i precon­cetti sociologici di questi scrit­tori. Sarebbe sufficiente questo ultimo capitolo per assicurare l’importanza, anche sul piano della novità di casi letterari e delle doti dì storicizzare una materia così convulsa, della lunga fatica del Mariani.

 


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart