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LETTERATURA: I MAESTRI: La terza saletta

28 luglio 2018

di Ercole Patti
[dal ‚ÄúCorriere della Sera‚ÄĚ, sabato 16 maggio 1970]

La terza saletta di Aragno quale apparve ai miei occhi di studente diciassettenne ar¬≠rivato caldo caldo da Catania, fu una visione quasi sopran¬≠naturale. Ne avevo sentito par¬≠lare molto, avevo letto arti¬≠coli sui giornali e trafiletti nel¬≠le ¬ę Cronache di attualit√† ¬Ľ e nell’¬ę Index ¬Ľ di Bragaglia, co¬≠noscevo i nomi di parecchi suoi frequentatori famosi let¬≠terati pittori giornalisti.

Vi entrai per la prima volta con molta emozione un pome­riggio di febbraio di molti an­ni fa; fuori tirava la prima tramontana romana della mia vita.

La saletta era immersa in una mite penombra e in un dolce odore di sigaro che non ho pi√Ļ dimenticato; la luce entrava attraverso i vetri smerigliati delle due alte finestre che davano su via delle Convertite, sotto le quali correva il divano grigio che faceva il giro della sala interrotto sol¬≠tanto dal varco di accesso. Quasi tutti i tavoli erano oc¬≠cupati; mi sedetti sotto la pri¬≠ma finestra e cominciai a guar¬≠darmi in giro ispezionando i tavoli nella speranza di rico¬≠noscere qualche personaggio ma a un primo esame non vidi che volti sconosciuti.

Sul tavolo di spesso marmo c’erano disegni dai tratti si¬≠curi schizzati certamente dalla matita di un pittore forse ce¬≠lebre. Di fronte a me attira¬≠rono l’attenzione pi√Ļ degli altri due tavoli gremiti dai quali si levava il clamore di accese conversazioni che rimbombava nella sala. Mi misi a esami¬≠nare una per una le persone sedute a quei due tavoli. Pro¬≠prio nell’angolo c’era un uo¬≠mo brizzolato con due grossi occhiali; teneva fra le gambe un rustico bastone, era in¬≠fagottato fra maglioni e panciotti, una erta sciarpa di lana gli circondava il collo. Di tan¬≠to in tanto piazzava una bat¬≠tuta con accento toscano nella conversazione. Accanto a lui c’era uno con un ciuffo che gli scendeva sulla fronte, in quel personaggio riconobbi fa¬≠cilmente Giorgio de Chirico dai ritrattini e dalle caricature che di lui avevo visto sui giornali. Scoperto De Chirico mi concentrai su quel tavolo; era l√¨ che dovevano trovarsi gli artisti. Uno rivolgendosi all’uomo infagottato lo chiam√≤ per nome e allora capii che si trattava di Armando Spadini.

In piedi appoggiato al tavolo c’era un giovane dal viso pienotto che mi attir√≤ per la piccolezza della sua statura; andava scarabocchiando con una matita sul marmo. Pro¬≠tendendo al massimo l’orec¬≠chio afferrai un po’ alla volta i nomi di Baldini Cardarelli Broglio Barilli Soffici. Il gior¬≠no dopo alla stessa ora tornai da Aragno; il tavolino accanto a quello degli artisti era libero e lo occupai. Loro non mi guardarono nemmeno, ero troppo ragazzo per poterli interessare. Stavolta li indivi¬≠duai uno per uno: Cardarelli pontificava al centro del ta¬≠volo e potei seguire a qual¬≠che metro di distanza uno di quei suoi affascinanti ragio¬≠namenti che in seguito avrei dovuto sentire per tante sere ai tavoli delle osterie o cam¬≠minando al seguito del poeta nelle strade notturne di Roma fino all’alba.

*

Seppi quel giorno che il piccolo giovane che disegna¬≠va sul marmo era il pittore Amerigo Bartoli che in quell’epoca pubblicava disegni sul settimanale umoristico II monocolo. Guardavo da lontano Bartoli vivacissimo pieno di istinto, artista fin nelle pi√Ļ ri¬≠poste fibre, che in seguito do¬≠veva diventare il mio pi√Ļ ca¬≠ro amico. Antonio Baldini ro¬≠seo e sorridente, Broglio dal volto liscio e pieno un poco antipatico, Soffici dalla testa completamente pelata sebbene appena quarantenne.

Ma ancora quei tavoli di artisti affermati non erano per me studentello appena uscito dal liceo, non avevo nessun numero per potermici avvici¬≠nare. Uno dei miei primissi¬≠mi amici romani fu invece Gualtiero di San Lazzaro ra¬≠gazzo come me con problemi giornalieri di alloggio e di pa¬≠sti. Specie nella seconda met√† del mese il problema dei pa¬≠sti si affacciava imperiosamen¬≠te anche per me e spesso con San Lazzaro andavamo a man¬≠giare in piedi nella rosticce¬≠ria di Nanni Federico a San¬≠t’Andrea delle Fratte qualche suppl√¨ o se avevamo pi√Ļ soldi una costolettina di abbacchio di quelle col finto osso infi¬≠lato dentro. Ci fu un periodo in cui Gualtiero di San Lazza¬≠ro per tirare avanti faceva i conti alla cassa in una picco¬≠la trattoria di via dei Serpen¬≠ti; mangiando l√¨ potevo avere forti agevolazioni sul conto. Certe volte quel ragazzo dal nome araldico che faceva pen¬≠sare all’ottocentesco protago¬≠nista di un romanzo di ap¬≠pendice dorm√¨ sul divano di qualche mia camera ammobiliata. Non avevamo ancora venti anni. Di San Lazzaro aiutava Cesare Giulio Viola a compilare un settimanale del Lazio; poi fece l’aiuto del cronista giudiziario del Mes¬≠saggero. Da lui ebbi certe gra¬≠ziose cartelline gialle da boz¬≠ze che allora si usavano al Messaggero, su queste cartel¬≠le lisce e gialline iniziai, e ancora ne conservo le prime uniche 53 pagine, il mio primo romanzo catanese mai completato I Barbagallo

*

La mia vita di quegli anni gravitava tutta da Aragno. Non soltanto nella terza sa¬≠letta ma anche nella seconda dove venivano sempre uomi¬≠ni politici dell’epoca. Facta presidente del consiglio pren¬≠deva in un angolo due uova al burro prima di rientrare a Montecitorio.

Seduto solo a un tavolino avevo imparato a conoscere i volti di molti frequentatori che non sapevo chi fossero: un giovanotto con la bombet¬≠ta buttata sulla nuca, il cap¬≠potto dal collo di pelliccia e le basette nere fino a mezza faccia; uno con la caramella, un altro con gli occhiali neri e il cappellaccio a larghe fal¬≠de; aspiranti letterati che si davano un certo tono e che poi non vennero fuori, gior¬≠nalisti vocianti di cui afferra¬≠vo a volo i nomi poi scom¬≠parsi nell’oblio.

Risento l’odore solleticante di inchiostro dei grossi quoti¬≠diani dalla carta morbida che gli strilloni portavano dentro: Il tempo di Naldi, Il giornale di Roma di Monicelli, La tri¬≠buna, L’idea nazionale.

Da Aragno passavo nelle latterie, le mie prime latterie romane: la luce debole e fred­da sui marmi gelidi e graffiati da mattatoio, sulle mattonelle di smalto identiche sebbene meno brillanti a quelle degli alberghi diurni Cobianchi. Latterie di Campo Marzio sempre piene di segatura sul pavimento grasso, acciottolio di piattini e di cucchiaini. Ma­linconia delle due uova al burro pallidissime nel tegami­no ammaccato. Si vedeva at­traverso il vetro il movimento minuto della strada, la bottega del pizzicagnolo, la caldarrostara imbacuccata accanto al fornelletto rovente delle ca­stagne. Entravano le camerie­re delle case vicine su molli scarpe di pezza portando dentro nei grembiuli neri un odo­re madido di nebbia e di ri­sciacquature.

Ma l’enorme carica di af¬≠fetto e di gusto di vivere che emanava dalla mia persona si riverberava su tutte quelle per¬≠sone estranee, quelle botteghe e quegli oggetti che erano di tutti e che io amavo come se fossero esclusivamente miei. I negozi le drogherie le pollerie mandavano sulla strada un fiato vitale, sembravano arde¬≠re di felicit√† coi loro polli spennati ciondolanti dagli uncini e i cesti delle uova fresche da bere raffreddati dall’aria invernale.


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Invito tutti a non inviarmi pi√Ļ libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso pi√Ļ accontentare nessuno. Cos√¨ pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart