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LETTERATURA: I MAESTRI: L’altipiano dei fallimenti

1 marzo 2018

di Alberto Moravia
[dal ‚ÄúCorriere della Sera‚ÄĚ, mercoled√¨ 11 marzo 1970]

La Paz, marzo.

Da La Paz al lago Titicaca si va in macchina in meno di due ore. Si corre per una pi¬≠sta di pietrisco attraverso la steppa che ha un colore uniforme fra il marrone e il bruno, con striature gialle e gri¬≠gie: il colore dei cespugli bassi e spinosi che riescono a resi¬≠stere ai venti, al freddo, all‚Äôaridit√†, alla rarefazione dell‚Äôaria dell’altipiano. Poich√© √® la sta¬≠gione delle piogge, un‚Äôimmo¬≠bile nuvolaglia nera pende a mezz‚Äôaria, simile ad una cate¬≠na di montagne capovolte, con la base in su e le punte in gi√Ļ, lasciando sereno l‚Äôazzurro scu¬≠ro e gelato degli orizzonti. L‚Äôaltipiano non √® cos√¨ piatto co¬≠no sembra: ogni tanto file di colline pietrose e sgretolate si sollevano di poco sulla step¬≠pa. Valichiamo una di queste collinette ed ecco, sotto di noi, allargarsi la distesa diafana del lago Titicaca. Ha un‚Äôesten¬≠sione di novemila chilometri quadrati; ma le numerose iso¬≠le e promontori che ne emer¬≠gono e l‚Äôaspetto paludoso, in¬≠certo, informe delle rive lo fanno parere un‚Äôimmensa pozzanghera sparsa di pietre, che si stia prosciugando al sole. Quest‚Äôimpressione √® esatta, del resto. Il lago sta morendo; per¬≠de per assorbimento del terre¬≠no e per evaporazione pi√Ļ ac¬≠qua di quanto ne riceva.

*

Eppure il lago Titicaca co­si informe, così deserto, così privo di tracce umane, è stato il centro di una delle due sole culture originali (l’altra è quel­la del Messico) dell’America precolombiana. Al lago Titi­caca sono collegati i miti del­le origini del mondo secondo la religione india; e gli inizi della dinastia imperiale degli Incas. In una delle sue trentasei isole, chiamata, per il culto a cui era votata, l’Isola del Sole, è apparso per la pri­ma volta, secondo il mito, Viracocha, creatore dell’uomo, della donna, degli animali, del cielo e della terra. In quella stessa isola sono nati i figli del Sole, Manco Capac e sua sorella nonché coniuge alla maniera faraonica Marna Od­io, capostipiti della dinastia che in linea diretta, attraver­so quindici monarchi, arriva fino ad Atahualpa, l’ultimo imperatore, ucciso a tradimen­to da Francisco Pizarro. Di queste leggende e di questi eventi il lago Titicaca, natu­ralmente, non conserva nulla. La memoria atavica degli indi e le ricerche archeologiche degli europei qui si scontrano con il vuoto assoluto e maestoso di una natura forse ori­ginariamente abitata dalla sto­ria ma che la storia ha abban­donato per sempre.

Poco lontano dal lago Titi¬≠caca, in un immenso anfitea¬≠tro naturale formato da basse colline nude ed erose, si tro¬≠vano le rovine del santuario di Tiahuanaco, il centro reli¬≠gioso pi√Ļ importante della ci¬≠vilt√† india prima degli Incas. A Tiahuanaco si esasperano i caratteri dell‚Äôaltipiano: solitu¬≠dine, luminosit√†, vastit√†, vuo¬≠to. silenzio. Il tempio affon¬≠dato per met√† sottoterra, ha muraglie costruite con enor¬≠mi blocchi di pietra grigia in¬≠castrati a secco con grande ingegnosit√† e perfezione. La celebre Porta del Sole, con la sua divinit√† dalla testa felina e la stele chiamata dagli Spa¬≠gnoli el fraile (il frate), in realt√† un dio anch‚Äôesso, in for¬≠ma umana, con caratteri tipici indi (busto lungo, gambe cor¬≠te, testone, facciona) sono le parti del tempio in cui, oltre alle capacit√† tecniche ed ar¬≠chitettoniche, si rivela il talento propriamente artistico degli indi.

*

√ą ammirevole, attraente, bella quest‚Äôarte? Diremmo piuttosto che √® strana e che ispira un curioso senso di ma¬≠lessere, diciamo cos√¨, estetico. Paragonala ai prodotti artisti¬≠ci dei veri primitivi (arte ne¬≠gra, polinesiana, greca arcai¬≠ca ecc. ecc.) rivela una stiliz¬≠zazione, una cifra per niente ingenue, di tipo tardo e deca¬≠dente che d√† un’impressione sgradevole come di frutto per met√† acerbo e per met√† gi√† putrefatto. Che c‚Äô√® in fondo a quest‚Äôimpressione? Il senso di una civilt√† isolata, senza pos¬≠sibilit√† di prestiti, di confron¬≠ti, di apporti, che arriva alla decadenza direttamente dalla primitivit√† senza passare per la fase della maturit√†. Quel non so che di crudele e di te¬≠tro che emana da quest‚Äôarte sembra alludere al destino proprio delle cose predestina¬≠te al fallimento in quanto fin dagli inizi avviate per la stra¬≠da sbagliata. L‚Äôindividuo pu√≤ correggere i propri errori attra¬≠verso una presa di coscienza; ma le nazioni, le societ√†, le collettivit√†, poich√© non vivono a livello morale ma storico, non si accorgono di sbagliare e in realt√† non ¬ę possono ¬Ľ sbagliare. Possono soltanto fallire, ossia avere una storia breve, una storia catastrofica, una storia in forma di vicolo cieco.

Nell‚Äôerba, presso la mura¬≠glia del santuario, giacciono alla rinfusa molti blocchi di pietra. Si pensa che siano ca¬≠duti gi√Ļ per opera del tempo o delle devastazioni degli spa¬≠gnoli. Ma non √® cos√¨. Il san¬≠tuario di Tiahuanaco, a quan¬≠to sembra, √® stato abbando¬≠nato prima di essere finito. Quei blocchi semilavorati era¬≠no gi√† interrati nell‚Äôerba pri¬≠ma della conquista. Chiss√†, forse gli indi si erano accorti di aver ¬ę sbagliato ¬Ľ; di esse¬≠re stati traditi dai propri dei; ossia di aver creato una civil¬≠t√† predestinata al fallimento.

Sull‚Äôaltipiano, per√≤, non so¬≠no stati soltanto gli indi a fallire; ma anche i loro oppres¬≠sori, gli spagnoli. La croce cristiana √® graffita sulla spalla del fraile; e dietro la collina spunta la cupola di una chiesa fabbricata, a quanto ci dicono, con materiale portato via dal santuario del Sole; ma il falli¬≠mento spagnolo √® visibile dap¬≠pertutto nell‚Äôabbandono in cui giacciono gli antichi palazzi viceregali, le monumentali chiese barocche, e ancor pi√Ļ nella miseria, nell‚Äôignoranza, nell‚Äôarretratezza della popola¬≠zione india, dopo quattro se¬≠coli di cultura europea. Dalla chiesa, adesso, giungono suo¬≠ni agri e discordi di musiche, tonfi cupi di tamburo, scoppi secchi di petardi. E‚Äô la fiesta india, rozzamente e povera¬≠mente folcloristica la quale, tra la morte del santuario pa¬≠gano e lo squallore della chie¬≠sa cristiana, d√† il senso acuto e straziante del fallimento con¬≠giunto delle due culture.

La civilt√† india originaria (chiamata collas dal nome del¬≠la trib√Ļ pi√Ļ importante) era di tipo comunitario, libera e democratica. Ma all‚Äôarrivo de¬≠gli spagnoli, questa civilt√† gi√† da quattro secoli √® stata tra¬≠sformata dagli Incas in impe¬≠ro schiavistico. D‚Äôaltra parte, gli spagnoli conquistano l‚ÄôA¬≠merica in piena fase controri¬≠formistica, quando tutto ci√≤ che c‚Äô√® di vivo e di nuovo in Europa si trova schierato con¬≠tro la Spagna. Cos√¨ la conqui¬≠sta si potrebbe definire la fu¬≠sione di due fallimenti, quello indio e quello spagnolo, l‚Äôin¬≠nesto mostruoso della deca¬≠denza europea sul tronco della decadenza india. Ma qual √® il motivo profondo del momen¬≠taneo successo di questa ope¬≠razione teratologica? Come mai un centinaio di avventu¬≠rieri si sono impadroniti di un impero di dieci milioni di indi?

*

Forse l‚Äôevoluzione singolare dell‚Äôistituzione della mita pu√≤ fornire, in maniera simbolica, la chiave del mistero. Origi¬≠nariamente, ai tempi della ci¬≠vilt√† comunitaria preincaica, la mita era un servizio pubblico al quale le comunit√† indie si assoggettavano volontariamen¬≠te e gratuitamente. Si tratta¬≠va di coltivare le terre della comunit√†, di irrigarle, di im¬≠brigliare i corsi d‚Äôacqua, di mantenere i sentieri ecc. ecc. La mita era insomma un la¬≠voro collettivo in cui si ma¬≠nifestava l‚Äôalto grado di senso ¬ę associativo ¬Ľ degli indi. Poi con l‚Äôimpero degli Incas, la libera organizzazione comuni¬≠taria, si trasforma in struttura rigidamente centralizzata e statale ossia, in sostanza, in servit√Ļ della gleba inquadrata e diretta da una burocrazia di tipo religioso. Si trattava, pe¬≠r√≤, di una servit√Ļ della gleba di un genere particolare, non tanto basata sullo sfruttamen¬≠to a scopo di lucro, quanto sulle necessit√† reali di un‚Äôagri¬≠coltura estensiva che dipende¬≠va in gran parte da vasti e complessi sistemi di irriga¬≠zione.

Il passaggio dalla servit√Ļ della gleba degli Incas alla franca e orrenda schiavit√Ļ mi¬≠neraria imposta dagli spagno¬≠li, sembra dovuto alla forza. In realt√†, √® reso possibile dal senso sociale degli indi, che gi√† a suo tempo aveva consen¬≠tito la trasformazione dell‚Äôeconomia comunitaria in econo¬≠mia statale. Intendiamoci: il senso sociale non √® un difetto ma una qualit√†. Sempre, per√≤, che non distrugga l‚Äôistinto in¬≠dividuale, come sembra esse¬≠re avvenuto nella civilt√† in¬≠dia. La mancanza di indivi¬≠dualismo fa s√¨ che la mita da servizio pubblico libero e spontaneo si trasformi con gli Incas e poi con gli spagnoli in corv√©e. Gli indi erano soprattutto e soltanto ¬ę sociali ¬Ľ ossia docili, sottomessi alle leggi, disciplinati e ligi. Gli Incas si sono serviti di questa socialit√† per avviare gli indi allo statalismo teocratico; gli spagnoli per farne degli schiavi. In un secolo la popo¬≠lazione india cade da dieci milioni ad un solo milione. La mita diventa una condanna a morte. Tanto √® vero che quan¬≠do un indio veniva reclutato per la mita mineraria, i com¬≠pagni gli facevano i funerali in anticipo. Il mitayo era si¬≠nonimo di indio morto.

All‚Äôatrofia del sentimento di individualit√† degli indi fa ri¬≠scontro l‚Äôipertrofia dell‚Äôindivi¬≠dualismo degli spagnoli. I conquistadores sono avventu¬≠rieri intrepidi ma senza nep¬≠pure l‚Äôombra di quel cristia¬≠nesimo di cui tuttavia alzano il vessillo. Spietati, fedifraghi, sanguinari, insaziabili, dicono di rappresentare la societ√† spagnola; ma in realt√† rappre¬≠sentano soltanto se stessi, an¬≠che perch√© la societ√† spagnola, individualista e feudale, √® sta¬≠ta lei a farli cos√¨ come sono. Anche a giudicarli col metro morale molto particolare del Rinascimento, difficilmente possono essere giustificati e tanto meno assolti. Sterminano gli indi, si sterminano tra di loro; e questo pur sempre per motivi di potere e di bottino. √ą vero che la Corona di Spagna e la Chiesa cercano di proteggere le disgraziate popolazioni indigene; ma sono lontane mentre i feudatari sono presenti sul luogo. Il fallimento spagnolo √® gi√† in germe in questo individualismo efferato e imprevidente. Come, d‚Äôaltra parte, il fallimento indio era gi√† in germe nell‚Äôeccessivo senso comunitario, nella mancanza di spirito individuale degli indi.

 


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Bart