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LETTERATURA: I MAESTRI: L’amicizia e la comicità secondo Guareschi. 1#2

30 novembre 2018

di Giovannino Guareschi
(da” La scoperta di Milano”)

Pubblico in 2 puntate due brani tratti dal libro surrichiamato che anticipano la vena umoristica dirompente che il grande autore riverserà poi nelle celeberrime storie  che hanno reso immortali i suoi personaggi don Camillo e Peppone. Bdm

Ho comprato, dunque, una macchina automobile dalle ca­ratteristiche e alle condizioni già riferite dalla mia portinaia. Sono soddisfatto dell’acquisto perché mi ha permesso di fare una puntatina alla mia città natale per sbalordire gli amici.
“E bello” dicevo tra me mettendomi in cammino per arri­vare a P. “è bello ritornare al paese natio dopo lunga assenza, a bordo di una graziosa macchina automobile nuova fiammante, con una buona giacca verdognola e con la convinzione di aver lavorato con sufficiente onestà per alcuni anni. ”
Pensavo che il momento era finalmente venuto.

Ho bruciato la via Emilia e, appena ho viste le torri della mia vecchia città, ho sentito il mio cuore battere più forte e più in testa del motore della mia macchinetta.
Ho imboccato il corso principale in terza, per far cantare più forte il motore: ho bloccati i freni davanti al caffè dove si radunano di solito i miei amici, con una disinvoltura da milane­se spaccato.
Sono sceso rapidamente e ho trattato la portiera della mac­china con enorme disprezzo: trac! Una botta con la schiena che l’ha fatta richiudere con un colpo secco, formidabile.
I miei amici erano tutti là, attorno ai tavolini sul marciapiedi.

«Oilà ! » ho esclamato io giovialmente.
«Oh, guarda chi si vede!» ha esclamato l’amico più vicino. E ha aggiunto subito:
«Be’, hai finito di fare il soldato?».
Gli ho spiegato che erano oramai sette anni che avevo finito e che mi ero stabilito a Milano.
«Ah, già, è vero» ha detto l’amico. «Ne ho sentito parlare in qualche posto.»
Gli altri amici mi hanno salutato correttamente.
«Chi sa che pienone, in treno, di questi tempi!» ha esclama­to un amico al quale per pochi centimetri non avevo schiacciato un piede con la macchina.
«No, no» ho risposto con disinvoltura mentre mi arrotolavo una sigaretta. «Sono venuto in macchina.»
«Chi sa cosa fanno pagare i noleggi delle macchine a Mila­no» ha notato allora preoccupato un terzo amico.
«No, no, è mia» ho precisato io.
«Milano e poi più!» ha esclamato con ammirazione un al­tro. «Guarda come arrangiano bene le macchine! Non sembra nuova?»
«È nuovissima» ho precisato io versando lo zucchero nel caffè. «Ottocentocinquanta…»
«Ottocentocinquanta lire?» ha interrotto uno. «Non è mica cara. E poi dicono: “Milano, Milano!”. Qui l’avresti pagata al­meno mille!»
«Dicevo ottocentocinquanta chilometri soltanto, ho fatto» l’ho corretto io. «La macchina mi è costata ventimila.»
«Certo che oggi con la comodità della vendita a rate uno può comprarsi una macchina e pagarla in dieci o quindici anni: non se ne accorge neanche!» ha commentato un altro. «A Milano sono grandi in queste cose!»
«No, no» ho rettificato io. «L’ho pagata in contanti.»
Dopo qualche minuto di silenzio generale, uno mi ha chiesto a bruciapelo:
«Ebbene? E la laurea, la laurea, l’hai presa?».
«No» ho risposto.
«Male» mi hanno rimproverato allora in tre o quattro. «La laurea è tutto, caro Giovannino! Sciupare tanti anni di scuola è un peccato!»
Ho fatto notare che nel mio genere di lavoro la laurea non mi sarebbe servita.
«La laurea serve sempre» mi hanno risposto categorica­mente.
E uno ha aggiunto:
«Scusa, Giovannino, non per sapere i tuoi affari, ma tu cosa fai adesso?».
«Io? Sono impiegato in una ditta. Inoltre lavoro anche per i giornali…» ho spiegato un po’ seccato.
«Capisco, capisco: quello che facevi anche qui» ha esclama­to l’amico. «Cose simpatiche fin che vuoi. Ma a un bel momen­to dovrai pure mettere la testa a posto e trovarti qualcosa di sicuro, che ti permetta di vivere con indipendenza! Si capisce: fin che ci sono i genitori!…»
La faccenda dei genitori mi ha indisposto.
«Io da otto anni vivo perfettamente indipendente! Io…» ho protestato. Ma mi hanno interrotto:
«E va bene! Ma ora hai passato i trenta e dovrai pur pensare che uno non può rimanere sempre indipendente! Dovrai pur farti una famiglia, dovrai pur mettere su una casa!».
«Io la casa ce l’ho già…» ho tentato ancora. Ma non mi han­no fatto finire.
«Del resto sono affari tuoi, caro Giovannino. Si faceva tanto per dire! Tu non ti sei offeso, vero? Siamo amici da tanti anni…»
«Figuratevi!» ho detto io. E ho chiesto informazioni su certi che non vedevo:
«Sposi e padri!» mi hanno risposto. «E tu, e tu, ci vai ancora da quella biondina di Borgo Pipa?»

Da quella biondina di Borgo Pipa «c’ero andato» quando avevo sedici anni. Da ben quindici anni io perciò ignoravo se esistesse ancora. Risposi risentito:
«Ma no!».
«Meno male» mi dissero. «Pare che adesso se la faccia con un barbiere di fuori porta.»
«E Mario, non lo vedi mai a Milano?» mi chiese a questo punto uno, come per dare un altro indirizzo alla conversazione.
«No» confessai io sinceramente.
«Eh, si capisce!» ha convenuto allora l’amico. «Come vuoi fare a vederlo! Lui s’è piazzato, adesso, e si dà un sacco d’arie. Frequenta sempre i locali da signori, va al cinema all’Odeon, va a caffè al Biffi, va a ballare al Mediolanum. Lui si è messo a posto sul serio: lo sai che guadagna più di duecentocinquanta lire al mese?»
Mi sono alzato:
«Accidenti, ho un appuntamento per le quattro e venti» ho esclamato battendomi la palma sulla fronte. «Debbo scap­pare!»
Ho stretto una dozzina di mani e mi sono infilato nella mac­china sbattendo con violenza la testa contro la carrozzeria.
Ho messo in moto con decisione, ho innestato la marcia: la macchina ha avuto un balzo felino di cinque o sei metri: poi si è arrestata di schianto. Ho ripetuta l’operazione: la macchina si è messa a camminare a sobbalzi rapidissimi. Mi sembrava di essere su una barchetta in balìa del risucchio.
Era l’ora del passeggio e un migliaio di persone seguiva con interesse le mie manovre. C’erano anche sei o sette ragazze che, quando io, parecchi anni fa, avevo loro comunicato che di notte le sognavo, mi avevano sghignazzato in faccia ed erano, poi, passate sotto le mie finestre, tre volte al giorno, al fianco di al­cuni garzoni da parrucchiere.
Finalmente, dopo un ultimo pauroso balzo, la macchina si è messa a camminare con una certa regolarità e con molto puzzo. Allora ho compreso che era meglio allentare il freno a mano. Era la prima volta che mi accadeva un fatto del genere, lo giuro. Quando finalmente mi sono ritrovato fuori barriera, al cospetto della via Emilia, mi sono ricordato con raccapriccio che, nella fretta, mentre saettavo verso la vecchia casa del signor Luigi, avevo dimenticato di pagare il mio caffè.
Ho fatto un solenne giuramento:
“Ritornerò nella mia città nativa quando sarò imperatore delle Indie e potrò girare per le strade su un elefante bianco, seguito da quarantotto elefanti neri coperti di pietre preziose grosse così!”.
La notte stessa ho sognato che ero diventato imperatore del­le Indie e che ritornavo nella mia città nativa a cavallo di un elefante bianco, seguito da quarantotto elefanti neri carichi di pietre preziose grosse così. C’erano tutti i miei amici davanti al solito caffè. Uno diceva:
«Hai visto, poveretto, che fine? E costretto a lavorare per un circo equestre».
Margherita, al mio ritorno, mi ha chiesto se mi fossi divertito a P.
«Molto» le ho risposto.
«Anche io desidero tanto di ritornare qualche ora nel nostro paesello» ha sospirato la tenue creatura. «Conto di ritornarci presto con la macchina anch’io.»
«Con la macchina?»
«Oh, niente di straordinario» ha spiegato. «Non una grossa macchina a quattro ruote: una piccola macchina a due gam­bette.»
Margherita ha sorriso stranamente e i suoi grandi occhi neri dicevano:
“ Giovannino, Giovannino !…”.

(la seconda puntata domenica 2 dicembre 2018)


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart