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LETTERATURA: I MAESTRI: “Le città del mondo” di Vittorini

30 giugno 2018

di Geno Pampaloni
[dal “Corriere della Sera”, domenica 21 settembre 1969]

Posso sbagliare, ma le prime cento pagine del libro la­sciato inedito da Elio Vitto­rini (Le città del mondo, ed. Einaudi, pp. 374, L. 3000) sono davvero molto belle, fra le più belle che lo scrittore ci abbia lasciato, fra le più belle, quindi, della letteratu­ra del dopoguerra.

A questo libro, che talvolta l’autore indicava anche con altro titolo: I diritti dell’uo­mo, il Vittorini lavorò in va­ri periodi dal 1952 in poi; si­no al ’59 continuò a pubbli­carne qua e là capitoli e bra­ni; poi lo abbandonò, come abbandonò ogni altro pro­getto di letteratura di « espressione », e il suo rifiuto ideologico della narrativa ar­rivò a coinvolgere il suo stes­so lavoro. Al compito di scrit­tore di fantasia preferì quel­lo di intellettuale moderno. Le città del mondo gode quindi, o soffre, di questa condizione eccezionale; fa parte, al tempo stesso, del­l’opera dello scrittore e del suo silenzio; può essere letto in positivo e in negativo. Il lettore, e soprattutto il let­tore che faccia credito al Vittorini di un autentico do­no e di un più autentico dramma, mentre s’incanta a ricevere il vasto murmure e brusio di poesia che sale da queste pagine, ha insieme la sensazione di violare un’inti­mità, di rompere un segreto.

Sarà dunque bene riprende­re in mano, a commento, quello che resta uno dei te­sti più alti della sua confes­sione di scrittore, la prefa­zione (1947) alla seconda edi­zione del Garofano rosso, là dove egli addebita (o accre­dita?) al Lawrence di essere un caso illustre di « impoten­za procurata », « la tragedia di uno che non arriva a far funzionare nel romanzo ‘qua­le si pensa che deve essere’ i propri mezzi da romanzo ‘quale potrebbe essere’ ». Ri­cordare che: « Io non ho mai aspirato ‘ai libri; aspiro ‘al’ libro ». E ricordarlo so­prattutto là dove dice (nes­suno dopo di lui ha saputo dirlo con tanta forza); « C’è una questione di vita o di morte nel giro del nostro me­stiere. Si tratta di non la­sciare che la verità appaia morta ».

*

Perché sono portato a di­stinguere tanto nettamente fra le prime cento pagine del libro e le successive, sia quelle che fanno corpo con l’inizio, sia i vari frammenti che ancora dovevano essere sistemati nella struttura del romanzo? Per una ragione molto semplice: che in esse il Vittorini mi sembra rea­lizzare il suo ideale di scrit­tore, ed è sostenuto da una fantasia fresca e potente, si muove in un mondo di im­magini congenialmente feli­ci, la sua « maniera » tende a coincidere con la sua poe­sia. Mentre dopo, quando il libro da poematico si fa, in qualche misura, romanzesco, quel mirabile flusso si rom­pe, e la « maniera » mostra con una sorta di ritmo mec­canico la sua agra intenzio­nalità. Lo stesso tessuto lin­guistico, in un primo tempo nuovo e fremente di immagi­ni balenanti, cerca in segui­to la sua espressività musica­le non più in una limpida ac­censione lirica, ma nella du­rezza spigolosa dell’iterazio­ne; e lo scrittore si rifugia nel suo allegretto espressio­nistico impoverito di ten­sione.

Nelle prime cento pagine non succede nulla o quasi nulla: ma nello scenario di una Sicilia immensa e gran­diosa, i cui confini occupano l’intero spazio dell’universo e del tempo, quasi in un ar­cano riverbero biblico, pas­sano trasmigrando o fuggen­do personaggi vividi e miste­riosi come annunci; e quel nulla diviene un popoloso stormire di vita. Ecco come il Calvino sintetizza le figu­razioni tematiche (non si po­trebbe fare meglio): « Un padre e un figlio percorrono a piedi la Sicilia. Sono pa­stori di pecore. Camminando per i valloni, s’apre ogni tanto ai loro occhi la vista d’una città, che appare a un tratto ai loro piedi oltre un orlo di roccia, o alta sopra di loro come un’acropoli. Nel­le città che intravvede il ra­gazzo sogna la città perfetta ed è impaziente d’entrarvi; ma il padre segue un itine­rario dominato da misterio­se paure. Nello stesso tempo un altro padre e un altro fi­glio camminano contemplan­do le città da lontano: qui è il padre, poeta di villaggio, che a ogni città si sente in­vestito dalla luce del mito. Sta vagando per la Sicilia anche una ragazza che fug­ge dal chiuso destino del vil­laggio, e un’anziana trionfa­le meretrice ambulante l’ac­coglie sul suo carro. La stes­sa intricata carta geografica contiene tutti i tempi e le storie; per le strade corrono auto guidate da ragazze fol­li, motociclette della polizia, autocisterne nel loro periplo dei distributori di benzina. Al di là della rete degli iti­nerari che s’incrociano, una inquietudine percorre l’isola: in ogni paese i contadini so­no usciti all’alba, si sono al­lontanati a cavallo in lunghe colonne, e non si sono pre­sentati sui campi. I padroni e i campieri s’interrogano pie­ni d’incertezza e timore. Si parla di località deserte dove gli uomini si radunano, con gli stendardi e le trombe: è un antico parlamento di tut­ti i contadini che torna a riu­nirsi, a distanza di anni in date inaspettate, circondato di silenzio ».

Il timbro della narrazione, che brucia, sublima i suoi contenuti naturalistici, è al tempo stesso corale e lirico. La sua bellezza specifica con­siste appunto nell’armoniosa alternanza del tono corale e del tono lirico, le cui « en­trate » nella partitura sono ritmate da un’ispirazione si­cura. In questo senso Le cit­tà del mondo (parlo sempre della sua prima parte) pro­segue direttamente Conver­sazione in Sicilia e ne supera i risultati, così come ideolo­gicamente riprende e invera il tentativo di romanzo d’uto­pia fallito con Le donne di Messina, portandosi in una personalissima dimensione del mito ove la storia umana ri­solve i suoi significati profon­di, la sua cocciuta tensione libertaria senza (ed è forse l’unica volta in tutto Vittori­ni dopo le prose di giovinez­za), senza l’urgenza del tem­po. La novità poetica di que­sto Vittorini è che il mondo ora, per lui, non ha più bi­sogno di essere « nuovo », « vergine », « come un’infan­zia » per essere vero. L’infan­zia è stata sostituita dall’uto­pia, che non è più come ai tempi dell’ermetismo, rifiuto della storia, ma speranza e memoria di un’« altra » sto­ria. L’emisfero ermetico in cui si colloca l’opera dello scrittore qui sensibilmente si incrina.

I momenti lirici del racconto trovano il loro acme nella oltranza sentimentale con cui i personaggi sono rappresentati nel profondo del loro dolore di vivere. I momenti corali esprimono il sentimento generale del li­bro, che proietta Sicilia, po­polo, vittime della storia e della società in un’immagine di utopia. I pastori, i conta­dini, gli inquieti, i reietti che si muovono nell’immobile mi­tologica Sicilia vittoriniana, sembra che misteriosamente traversino il tempo, dal pas­sato al futuro, dalla leggenda alla storia, dalla condanna alla libertà. E’ come un len­to ma inesorabile pellegrinag­gio verso una riva sconosciu­ta e felice. Quando il rac­conto, verso il cap. XXII, si agglomera in « fatti », a poco a poco vi s’impiglia e, benché sia spesso sostenuto da una alta passione inventiva, fini­sce con il perdervisi come un fiume che non trova la sua foce. In questo fallimento, il Vittorini paga sino in fondo (e non soltanto per coerenza con le sue professioni teori­che antiletterarie) il debito della sua generazione desti­nata dall’educazione lettera­ria e morale del tempo gio­vanile a sentire come una condanna « la separazione tra prosa e poesia » e perciò ini­bita di fronte al romanzo. Ma, a grande compenso, egli ha trovato nell’utopia (le «città del mondo» convergo­no verso una nuova Gerusa­lemme) un tema poetico che fa salva la sua passione ideo­logica.

Negli anni in cui cominciò a lavorare a questo romanzo, il Vittorini (ormai assorbita la scomunica togliattiana) frequentava architetti e urba­nisti, anarchici e riformato­ri: si presentò persino alle ele­zioni. Nelle « cento pagine », sotto l’infuriare irrequieto del­la sua prosa fantastica, tra­luce una squillante serenità. Pur nel sentimento grave del­l’attesa di un mondo diverso, c’è qui il soffio di ottimismo con cui si aprirono gli anni Cinquanta. Fu il suo ultimo momento « umanistico », e con gratitudine (e nuovo rim­pianto) ci accorgiamo che la poesia lo assisteva.

In mezzo a tanti « raccon­tatori » è con qualche commo­zione che si riascolta la voce di uno scrittore le cui pagine vivono di un’ansia profetica. (« Si tratta di non lasciare che la verità appaia morta »).

 

 


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Bart