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LETTERATURA: I MAESTRI: Le parole e il corpo

8 marzo 2018

di Alberto Moravia
[dal “Corriere della Sera”, domenica 15 giugno 1969]

Una donna bella è bella anche quando è sola e nessuno la vede? Sì, soprattutto se odia la propria bellezza. Io odio la mia bellezza al punto di aver deciso di distruggermi per distruggerla. Eccomi infatti distesa sul letto, in attesa della morte. So­no le sei del pomeriggio. Al­le sette inghiottirò tutte le pastiglie di un tubetto di sonnifero. Il tubetto è sul como­dino, accanto al bicchiere di acqua.

Per morire mi sono spoglia­ta completamente, in modo da non lasciar dubbi, a chi mi troverĂ  morta, che la sco­perta di non essere che un corpo mi ha portato a sop­primermi, appunto, come cor­po. Sto distesa supina sulla coperta del letto; la finestra è chiusa, l’avvolgibile abbas­sata; alla luce della lampada, il corpo mi appare in una prospettiva radente, illumina­to sui rilievi, ombreggiato nel­le parti piane, simile ad un paesaggio collinoso all’ora del tramonto. Eccole qui, sotto i miei occhi, le forme provo­canti che ho cercato invano di nascondere e rendere invisi­bili con le doti dell’ingegno. Nella penombra sembrano pal­pitare, lievitare, ingrandirsi co­me consapevoli del loro defi­nitivo trionfo. Ma sarĂ  un trionfo di breve durata. Non piĂą di un’ora.

*

Intanto, in attesa della fi­ne, torno indietro con la me­moria alla mia vita negli ul­timi tempi. Dai miei antenati, tutti contadini, ho ereditato un cervello chiuso e angusto, simile ad una stanza nella quale non ci sia posto che per una persona sola. Una sola idea, infatti, albergava nella mia mente allorché, dalla pro­vincia, sono venuta a Roma: riuscire. O, come si dice più espressivamente, sfondare.

Stimolata da quest’idea, ho affittato l’appartamentino mo­nocamera in cui abito tuttora, ho comprato un manuale sul giornalismo: « Il giornalista moderno » e l’ho letto con cu­ra annotandone tutti i consigli che mi sembrava facessero al mio caso. Alla fine ho de­ciso di fare un’inchiesta sui mendicanti di Roma: un ar­gomento originale e attuale. Ho passato un mese a inter­rogare, taccuino alla mano, barboni, pitocchi, vagabondi, accattoni di ogni genere. Le borgate industriali, le grotte di tufo della periferia, le ca­panne sulle sponde del Tevere hanno visto la mia splendida persona aggirarsi tra il pol­verone, i bidoni, le mosche, i cani rognosi e i mucchi di im­mondizie.

La mia procacità ha reso difficile, talvolta addirittura pericolosa, l’inchiesta: essere belli tra i derelitti è quasi co­me essere ricchi. Alla fine, però, ho avuto numerosi taccuini ricoperti di note vergate con la mia saggia e impaccia­ta calligrafia scolastica. Mi so­no, dunque, messa al lavoro. Era estate; nel mio apparta­mento si soffocava; scrivevo tutto il giorno piegando da­vanti ad un tavolinetto tra­ballante il mio corpo ridon­dante e sudato. Erano tutte cose che avevo visto coi miei occhi; tuttavia spremerle fuo­ri cambiate in parole mi riu­sciva ingrato, doloroso, arduo; come espellere un corpo estra­neo, per esempio un calcolo renale oppure una spina di pe­sce; ma senza il sollievo che in questi casi segue l’espulsio­ne. Soffrivo a scrivere, insom­ma; e quello che scrivevo non mi piaceva.

Alla fine, dopo tre mesi di lavoro accanito e ottuso, ho avuto un manoscritto di una ventina di pagine. Sono an­data a trovare un prosaico si­gnore dall’aria posata, buro­cratica e paterna che dirigeva una rivista in rotocalco. Non è stata una visita lunga. Mi ha fatto sedere, ha preso il manoscritto, l’ha sfogliato, lo ha letto qua e lĂ , quindi me l’ha restituito dicendo che « non andava ». Ma perchĂ©? Ha raggrinzito stizzosamente il naso e ha risposto che non c’era perchĂ©: non andava. Ho avuto un’aria così costernata, che si è pentito della sua du­rezza e ha voluto, paterna­mente, darmi qualche consi­glio: perchĂ© non mi rivolgevo ad un settimanale di fumetti fotografici; oppure ad una ri­vista di quelle cosiddette per uomini? Ho risposto che non me la sentivo di scrivere in simili pubblicazioni. Pacificamente, ha risposto che non si trattava di scrivere bensì di farmi fotografare. Allora mi sono alzata e me ne sono andata.

*

Ho comprato un altro libro dal titolo incoraggiante « Diventa anche tu scrittore » e l’ho letto e riletto con la massima attenzione. La letteratura è ancora in grande onore nella mia città natale; avrei scritto un racconto, l’avrei sottoposto al giudizio di un giovane e già famoso scrittore che mi era accaduto di conoscere qualche tempo addietro. Ho passato, dunque, due mesi ad escogitare la « trovata » che, secondo il manuale, è indispensabile in qualsiasi racconto. Reperita la « trovata », ho passato un altro mese a co­struire i personaggi. Quando ho avuto sottomano personaggi e trovata, sono passata alla stesura vera e propria. Di nuovo la mia monocameretta mi ha visto penare, rannicchiata su una seggiolina, piegata in due alla piccola scrivania. Mentre scrivevo o meglio mi sforzavo di scrivere, mi pare­va che il mio corpo esube­rante e scultoreo si gonfiasse, si espandesse, ingigantisse per protesta contro la costrizione che gli infliggevo. Non voleva saperne di scrivere, il corpo; anelava ad un modo di espres­sione che gli fosse più conso­no. Ma, cocciuta, ho conti­nuato a raschiare, tagliare, correggere, aggiungere, toglie­re, cancellare, cambiare. Non provavo, al solito, alcuna sod­disfazione; non mi pareva af­fatto, come si dice, di espri­mermi; semmai, mi sembrava di farmi violenza, di agire con­tro le mie più autentiche in­clinazioni. Che pena! Che fa­tica! Che strazio!

Dopo due mesi di rimesta­mento di una materia verbale arida come segatura, ho avu­to in mano un raccontino di una dozzina di pagine e l’ho portato al giovane e giĂ  noto scrittore. Glielo lascio in por­tineria, la mattina seguente mi telefona, mi dĂ  uno stra­no appuntamento per strada, ad una fermata di autobus. Ci vado, lui arriva in macchi­na, mentre salgo si scusa far­fugliando: in casa sua, con la moglie e i bambini, non avreb­be potuto ricevermi con quel­la calma, con quella serenitĂ  che… Intanto guida a perdi­fiato sulla Flaminia, eccoci in campagna. Si ferma in una straduccia appartata, cava di tasca il manoscritto e dice: « E’ stato necessario qualche ritocco. Ma adesso può an­dare ». Prendo il manoscritto al primo sguardo mi accorgo che l’ha riscritto tutto, da ca­po a fondo, e che di mio non c’è rimasto che la firma. Glie­lo faccio notare, mi afferra la mano, la porta alle labbra, la bacia, balbetta, si confon­de, perde la testa e mi dice che mi scriverĂ  tutti i racconti che voglio, che mi scriverĂ  anche i romanzi, purchĂ©… So­no discesa indignata, ho cam­minato fino alla strada mae­stra, sono tornata a Roma con l’autostop.

Ma perché continuare? Mi basti dire che l’ho provate tutte. Previo acquisto di otti­mi manuali, ho scritto, sem­pre con la stessa disumana fa­tica, poesie, saggi, commedie, sceneggiature e, da ultimo, anche un romanzo di ben quattrocento pagine. Il mio corpo ha conosciuto più e più volte la mortificazione delle lunghe sedute al tavolino, al­le prese con lo stuolo inaffer­rabile e maligno delle parole. Ma il risultato è sempre stato lo stesso: facevo leggere il manoscritto, mi veniva resti­tuito con un rifiuto più o me­no cortese; ma al tempo stes­so, quasi suggerita anzi im­posta dalla mia conturbante e prepotente bellezza, mi sen­tivo fare qualche proposta che riguardava il corpo: fotogra­fie per copertine, provini per film, fumetti cinematografi­ci, nudi per riviste erotiche e così via. Queste proposte venivano sempre fatte con se­rietà, simpatia, benevolenza, sincero desiderio di aiutarmi e di procurarmi del lavoro; ovviamente, rivelavano l’esi­stenza di un mercato tutt’altro che saturo nel quale la domanda superava di molto l’offerta.

*

D’improvviso, mentre pen­so queste cose, avverto come una sensazione sconvolgente di capovolgimento. Ad un tratto sento che il male mi si cambia in bene, il difetto in qualità. Mi rendo conto lu­cidamente che sono questi miei preparativi per il suici­dio a provocare il rovescia­mento. La parte di me stessa che sinora ho rifiutato, al­l’urto con l’idea della morte, si è capovolta, come un « ice­berg » la cui base sommersa, ad un’ondata, emerge, colos­sale, alla luce del sole. Ho creduto finora che il mio de­stino era nelle parole; mi accorgo d’improvviso che è nel corpo.

Mi levo a sedere, apro il cassetto del comodino, ci but­to il tubetto del sonnifero Poi mi alzo, vado alla fine­stra, la spalanco. Non so per­ché, mi sembra di aprirla per la prima volta dopo molto tempo, dopo mesi, anzi anni. Al tempo stesso, mi pare di avvertire un fragore di elitre, come se la camera sia piena gremita di insetti volanti i quali adesso si precipitano tutti insieme di fuori. In realtà sono le parole, centi­naia di parole, migliaia di pa­role, che ho evocato invano e che erano rimaste per l’aria, brulicanti ed inutili. Il fra­gore delle elitre, a tutta prima assordante, pian piano dimi­nuisce, cessa. L’ultimo inset­to, l’ultima parola è volata via; la stanza è libera, pulita, vuota. Il corpo, adesso, com­pie da solo tante azioni; sen­za alcun ausilio di pensiero, giacché il pensiero è fatto di parole. Va e viene, apre un armadio, sceglie una camicet­ta, una minigonna, una calza­maglia, un reggiseno, si veste con cura, con amore. Quindi si pone davanti allo specchio, si pettina, si trucca, si pro­fuma, si mette al collo una ca­tena, alle dita degli anelli. Fi­nalmente, accende una siga­retta, siede vicino al telefono, compone un numero aspetta, parla. Prende un appunta­mento per la cena, per il ci­nema; poi va a sedersi sul letto, apre una rivista illu­strata, la sfoglia, guardando le fotografie, si alza, accende il televisore, siede su una seggiola, segue il programma sul video. Ad un tratto risuo­na il campanello della porta. Il corpo si alza, va ad aprire.

 

 


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart