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LETTERATURA: I MAESTRI: Le rose del professore

24 novembre 2018

di Mario Tobino
[dal ‚ÄúCorriere della Sera‚ÄĚ, mercoled√¨ 5 agosto 1970]

¬ę Ti vengo a prendere tra mezz’ora. Andiamo a Montefubio ¬Ľ.

¬ę Montefubio! Mi vuoi por¬≠tare laggi√Ļ? ¬Ľ.

¬ę Tra mezz’ora sono da te ¬Ľ.

¬ę Ma che ci trovi in quel paese? ¬Ľ.

Si ud√¨ nel microfono la voce pi√Ļ roca, pi√Ļ rapide le parole:

¬ę Voglio rivedere i fiori di mia madre ¬Ľ.

¬ę Bene ¬Ľ.

Fazi, l’amico che telefonava, era professore di dirit¬≠to internazionale all’Universit√†, partecipava a Congressi, pubblicava nel Foro italiano certi saputi commenti, insomma aveva molte virt√Ļ, ma ogni settimana ‚ÄĒ mi aveva confidato ‚ÄĒ andava al cimitero, davanti alla tomba di sua madre.

¬ę Le parli? ¬Ľ.

¬ę S√¨ ¬Ľ.

¬ę Che le dici? ¬Ľ.

¬ę Tutto ¬Ľ.

Col Fazi avevo preso l’abitudine di fare passeggiate per la campagna lucchese. Anche d’inverno battevamo le colli¬≠ne, capitasse pure la neve come quella volta a Montefegatesi.

Fermavamo la macchina a tre, quattro chilometri dalla nostra meta, e, via! mano¬≠vrando nell’aria i bastoni. Con facilit√† sorgevano le confidenze, specialmente le sue che era nato in quella cam¬≠pagna.

Ne abbiamo visti di memo¬≠rabili luoghi! Selve, boschi, purissime chiese dai marmi corrosi, ville rimbombanti per latrare di cani, paesi che sem¬≠pre pi√Ļ si diradano di abi¬≠tanti; frantoi abbandonati, prede di ogni erba. Paesaggi che vaporano verso le torri di Lucca.

Il Fazi, il professore, forse ispirato dal profilo di quelle colline, automaticamente ogni volta si metteva a narrare di quando era ragazzo, quando viveva nel podere di sua ma­dre, a Montefubio e poi do­po, quando la famiglia si tra­sferì a San Pitigliano di Lavrina, dallo zio prete. Il suo faccione, alla pietà di certi ricordi, impallidiva.

Il periodo in parrocchia fu il pi√Ļ intenso; la vita del pae¬≠se passava di l√¨. All’improvvi¬≠so il professore illuminava delle scene: le campane che la domenica battevano nel celeste del cielo; sussurrati conciliaboli in sacrestia; la fanciulla morta in cos√¨ tenera et√† e lui, ragazzo, per tre ore mosse la corda della cam¬≠pana per il rintocco mentre lento il trasporto si snodava per i campi fino al lontano cimitero; le feste pagane, ce¬≠lebrazioni primaverili per pro¬≠piziare i raccolti. Il professo¬≠re sapeva dei contadini tutte le astuzie, le diffidenze, i sospetti; e come la loro vita scorreva felice.

Si diffondeva il Fazi anche su suo padre, grande faccen¬≠diere nella canonica, convinto che nel mondo tutti sono de¬≠diti all’inganno, trionfante quando si sentiva vittorioso in questa lotta; ricordava di lui sentenze pi√Ļ che aspre, consigli troppo pesanti di ma¬≠terialismo.

Invece parlando della ma¬≠dre gli tremavano le parole, una contadina che aveva la¬≠vorato fino all’ultimo respiro, senza tregua; aveva dedicato tutta se stessa al beneficio de¬≠gli altri, per s√© nulla. Il figlio era stato giornalmente testi¬≠mone di questa bont√†.

Passati di poco i sessanta anni, un male prese a divo¬≠rarla, un cancro. Siccome era in parti considerate vergogno¬≠se non ne parl√≤ con nessuno. Sopport√≤ ogni dolore. Una se¬≠ra, vinta, disse: ¬ę Sono per morire ¬Ľ.

*

Il Fazi arrivò da me. Si prese la via di Montefubio. La campagna era colma di frutti.

Oltrepassammo Quattro Mura, Zone, Lunata. All’oste¬≠ria della Quercia, prima di Montefubio, il Fazi infil√≤ per un sentiero. I baffi delle erbe frusciavano su i raggi delle ruote.

Si ferm√≤; eravamo nell’aia, nel podere di sua madre. La casa aveva mattoni cotti dal sole; met√† della facciata era coperta da una pianta di ro¬≠se, il fusto vigoroso. Era la pianta che la madre da bam¬≠bina aveva seminato e tirato su-su fino a divenire quel grosso albero aderente al muro.

Nell’aia non c’era nessuno. Le rose erano rosse con ri¬≠flessi neri; occhieggiavano anche da dietro il fitto foglia¬≠me. La porta della cucina era aperta, il pavimento corroso; in un angolo il focolare, consumato da veglie invernali.

Spunt√≤ da un filare l’attuale proprietario, il cugino del Fazi: a lui era stato venduto il podere. Affannava; probabilmente mentre lavorava per i campi aveva visto passare la macchina del cugino, ed era corso su. Era in l√† con gli anni, magro, il viso con chiazze rossastre; muoveva le mani callose con una partico¬≠lare gentilezza.

Non erano quasi finiti i sa¬≠luti e le presentazioni che d’un tratto, come volesse na¬≠scondere una emozione, si butt√≤ alla facezia, al motteg¬≠gio. La voce stridula, tenuta alta. Dapprincipio non affer¬≠rai bene chi beffeggiava, su chi esercitava la rampogna, poi riuscii a captare a volo qualche cosa, battute che sem¬≠bravano derivare da solitarie meditazioni, da lunghe ama¬≠rezze:

¬ę Sono schiavi! Le macchi¬≠ne sugli altari. Macch√© giova¬≠ni! Pi√Ļ vecchi di me. Se ne sono andati. Qui erano liberi. Il lusso. Inginocchiati all’in¬≠dustria ¬Ľ.

Gli occhi piccoli e infossati avevano dei lampi, la bocca ghignava; in certi momenti affiorava sulle labbra un sor­riso, che era prossimo al pianto.

Intanto che l’ascoltavo mi domandavo dove avevo visto un personaggio simile, se in una commedia di Moli√®re, se in una di Terenzio.

*

Tra l’una e l’altra scaglia di frase gettata per aria, ci fece accomodare in cucina.

Il professore, abituato alle satire del cugino contro le lussurie moderne, su i giovani che hanno abbandonato i campi, contro i burocrati gon¬≠fi di superbia, sulle mode cit¬≠tadine, aspettava che si sfo¬≠gasse. Intanto sogguardava per l’aia, certamente popolata di ricordi di sua madre, che l√¨ era nata e vissuta per molti anni.

Comparvero la moglie e il figlio del contadino, che sa­lutarono e si sedettero in si­lenzio, anche loro in attesa che il vecchio finisse. Sapevo che quel figlio, unico, non si era sposato e questo doveva essere un altro cruccio del vecchio.

Ci offrirono olive, formag­gio, vino; roba dei loro campi.

Il vecchio portava il collo della camicia rovesciato all’ins√Ļ, non per civetteria. Spieg√≤ – sempre a sprazzi ‚ÄĒ che mentre era soldato gli si in¬≠durirono le ghiandole del collo. Il chirurgo militare le asport√≤ e predisse pochi mesi di vita. Trenta anni erano passati. Il vecchio accese la celia anche su quel sapiento¬≠ne di chirurgo.

In certi punti del collo la pelle era per√≤ color ciliegia ed emetteva un gemizio, per questo il vecchio rovesciava all’ins√Ļ il colletto della cami¬≠cia, per nascondere.

Il professore approfittò di una pausa. Lo udii sussurrare alla donna, alla moglie del contadino:

¬ę Mi prepari le rose? ¬Ľ. La donna sorrise e disse pacatamente: ¬ę S√¨, subito ¬Ľ.

Prese da una mensola le forbici. Il professore la seguì. Anche noi ci alzammo.

I colori dell’aia erano fusi uno dentro l’altro; perfino il rosso si incrostava col celeste. Quel casolare doveva essere antico.

La contadina fece un gran mazzo di rose. Viste da vici­no erano carnose, pesanti.

Adesso anche il figlio del vecchio contadino si era mes­so a parlare, doveva aver già toccato la quarantina; aveva delle speciali mosse delicate.

Visitammo la stalla, tutta in penombra; due vacche dal mantello marrone si voltaro¬≠no a guardarci, staffilando l’aria con la coda.

Il vecchio, avvertendo che eravamo per partire, ebbe una breve riaccensione: ¬ę Si ingi¬≠nocchiano alle macchine! Su¬≠gli altari le hanno messe! Macch√© giovani! Hanno ab¬≠bandonato i campi, e si son fatti servi ¬Ľ.

Ci furono i saluti. Mentre stringevo la mano al vecchio, mi sembrò di scorgere nei suoi occhi una disperata solitudine.

Le rose furono poste nel se­dile posteriore. Si riprese la via di Lucca. Durante il viag­gio parlammo di altro, di fatti differenti.

 


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Invito tutti a non inviarmi pi√Ļ libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso pi√Ļ accontentare nessuno. Cos√¨ pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart