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LETTERATURA: I MAESTRI: Lettera di Dante ai cardinali italiani

9 agosto 2018

di G. B. Picotti
[da “La Fiera Letteraria”, numero 12, giovedì 23 marzo 1967]

B. Picotti, come si sa, è forse, oggi, il più au­torevole patriarca della cultura cattolica universi­taria italiana. Nato a Verona il 5 maggio 1878, già ordinario di storia medievale e moderna nell’Università di Pisa, medaglia d’oro ai benemeriti della cultura della scuola e dell’arte, vive ancor oggi a Pisa, professore emerito, in operosa vec­chiezza.

Dopo quarantasei anni di insegnamento (dei quali ventitré come professore universitario), G. B. Picotti ci ha ora offerto questo articolo che è il frutto più maturo — egli ritiene — della sua esperienza e dei lunghi studi e ricerche degli ul­timi tempi.

Le argomentazioni del Picotti circa la vera data della « Lettera di Dante ai cardinali italiani » e le sue spregiudicate osservazioni sul sospetto di si­monia che perfino lui, cattolico di rigorosa osser­vanza, trova storicamente ammissibile, a proposi­to del conclave che elesse papa Clemente V, ren­dono particolarmente eccezionali e nuove le tesi del venerando docente e fanno di questo suo con­tributo una vera e propria primizia. L’articolo che pubblichiamo è ovviamente una sintesi delle conclusioni cui è giunto lo studioso. Un’abbondantissima documentazione di esse con molte pro­ve di alcune sue affermazioni del tutto nuove si troverà nell’« Archivio della Società Romana di Storia Patria », presso la quale le comunicazioni accademiche del Picotti hanno già suscitato un rinnovato fervore di polemiche.

Della Lettera di Dante ai Cardinali Italiani ab­biamo un solo testo, di mano del Boccaccio, al quale davvero non può essere data lode di trascrittore oculato e fedele. La riprodu­zione fotografica è perciò riboccante di errori, dai quali non è nemmeno del tutto immune l’edizione del Pistelli, nel secondo volume del Testo Critico delle Opere di Dante pubblicato dalla Società dantesca ita­liana. Le altre fonti di quella età sono scarse ; agli eventi, a cui si riferisce la lettera, gli Annali, le Crona­che, le raccolte di documenti, in generale, dedicano poche righe, come se il grande fatto storico del tra­sporto della Sede papale da Roma e dall’Italia in Fran­cia avesse importanza assai minore delle beghe di principi, o di Comuni o di monasteri, o delle relazioni dei diversi partiti nel medesimo comune, o città o mo­nasteri.

Notizie piĂą ampie danno Ferreto e il Villani, parti­giani ambedue e il secondo non sempre bene informa­to. Le relazioni poi dei rappresentanti in Italia o in Curia del re Giacomo II di Aragona offrono senza dub­bio notizie di molto rilievo e in generale sincere, ma hanno troppi… puntini ; e non è stato possibile nem­meno con una visita all’Archivio della Corona di Ara­gona in Barcellona, avere una redazione completa.

La maggior parte della lettera di Dante è occupata da disquisizioni teologiche o politiche, le quali potran­no servire ad illuminare il pensiero di lui, ma non hanno vera importanza storica. Ne ha invece molta l’ultima parte della lettera, la quale ristabilita dal Pi­cotti nella sua vera data, anteriore certo all’elezione di Clemente V (4 giugno 1305) è scritta probabilmen­te nell’aprile o maggio di questo anno, presenta un quadro assai vivace del Sacro Collegio. E’ conferma­ta dalla lettera la divisione, giĂ  notata da Vidal de Villanova nei primi giorni del conclave.

Questo era diviso in due fazioni pressoché uguali e ciascuna era incapace di eleggere un candidato pro­prio, mentre occorrevano allora, come occorrono oggi due terzi dei voti.

Di una fazione era capo da prima il decano vene­rando del Collegio Cardinalizio, Matteo Rosso Orsini; ma la posizione di lui era scossa dall’irrequieto e am­bizioso cardinale Napoleone Orsini uscito da altro ramo della potente famiglia romana e fierissimo riva­le del Rosso. Questa fazione, che per il momento era sembrata vicina a trionfare raccoglieva, per la mag­gior parte, parenti o creature di Bonifacio VIII, onde fu detta giustamente dei bonifaciani. Ma ad essa ade­riva anche Filippo IV di Francia, riconciliatosi col papato dopo gli acerbi contrasti con Bonifacio; non vi era perciò in conclave alcun partito francese: bonifa­ciani e francesi formavano una stessa fazione.

Dell’altra fazione nella quale confluivano uomini di grande merito, avversi all’onnipotenza papale di Boni­facio VIII ma anche all’onnipotenza regale di Filippo il Bello, era stato capo Napoleone Orsini ; ma costui era giĂ  passato alla fazione opposta. Capo di questa fazio­ne adesso non v’era; e Dante era costretto a rivolger­si a un sectator, cioè a quel cardinale Iacopo Stefaneschi trasteverino, che aveva preso dalla madre il co­gnome di Orsini.

Il programma della fazione bonifaciana e francese era chiaro: si voleva che riavessero le insegne cardi­nalizie dell’anello e del cappello rosso e tutti i diritti inerenti a queste, i cardinali Iacopo e Pietro Colonna, che Bonifacio VIII aveva privato della dignità cardi­nalizia e che, dopo una fuggevole e, probabilmente non sincera riconciliazione col papa, erano fuggiti e fino alla morte di Bonifacio si erano tenuti nascosti per aver salva la vita. E’ probabile che in fondo al­l’anima anche i cardinali di questa fazione fossero fa­vorevoli alla riconciliazione dei Colonna; ma le con­dizioni che la fazione poneva, senza dubbio per op­porsi alla onnipotenza papale e francese, davano faci­le pretesto agli avversari, di lamentare che risorgesse, particolarmente nello Stefaneschi l’ira di Bonifacio contro i Colonna.

Ad ambedue le fazioni, o meglio ai personaggi più autorevoli dell’una e dell’altra Dante rimprovera di avere consentito alla exorbitatio della chiesa, cioè al­l’uscita del carro della Sposa di Cristo dall’orbita che il Redentore le aveva segnata.

Il rimprovero dantesco non avrebbe avuto senso, se l’allontanamento della Chiesa da Roma non fosse stato deciso prima che egli scrivesse la lettera ai car­dinali; e questa interpretazione è confermata dall’uso di forme verbali in tutti gli accenni a quella delibera­zione, della quale tuttavia non abbiamo altra prova. Il trasporto della Sede papale in Francia era facil­mente spiegabile: si offriva ai cardinali un rifugio si­curo fra le braccia di un re potente e cristianissimo, fuori di quell’Italia che era in preda a tumulti conti­nui: l’esempio di Anagni era vicino.

Quanto al nuovo papa, Dante non esita a parago­nare l’arcivescovo di Bordeaux, Bertrand de Got, a quel biblico Alcimo, che aveva patteggiato col tiran­no Demetrio l’acquisto della dignità di sommo sacerdo­te degli Ebrei. E tuttavia la scelta dell’arcivescovo non pareva cattiva.

Non cardinale e quindi non presente al conclave, egli era estraneo ad ambedue le fazioni, ciascuna di queste poteva decantarla come una propria vittoria. Il de Got era per nascita francese, ma politicamente sud­dito inglese, perché la Borgogna era rivendicata come propria dal re d’Inghilterra. I guasconi di cui l’arci­vescovo era circondato erano buona garanzia che non si sarebbe ripetuto l’episodio vergognoso di Anagni.

Bertrand poteva essere gabellato per bonifaciano perchĂ© non aveva rispettato l’intimazione del re al cle­ro francese, di non accettare l’invito del papa a un concilio a Roma; poteva essere tenuto come un nemi­co personale di re Filippo, perchĂ© il fratello di questo, il troppo famoso Carlo di Valois, aveva combattuto san­guinosamente contro i fratelli di lui. Ma in veritĂ  Ber­trand de Got era, come dice bene uno scrittore france­se, tale uomo, che non avrebbe esitato a passare so­pra il cadavere di suo padre pur di arrivare al trono papale ed era anche un debole: Filippo IV in questo aveva veduto giusto. Clemente V gli resistette so­prattutto su due punti, l’essersi rifiutato alla condanna della memoria di Bonifacio, ed avere sostenuto, sia pure copertamente la candidatura di Carlo di Valois contro a quella di Enrico VII ; ma nel primo caso si trattava di non incrinare la tesi che il papa non po­teva essere giudicato che da Dio; nel secondo l’elezio­ne a re di Germania e imperatore di un fratello del re di Francia, di un congiunto del re di Napoli e di quello di Ungheria, rappresentavano per la Chiesa un peri­colo non minore di quello che l’aveva minacciata al tempo non lontano di Federico II. Del resto lo smoda­to favore ai francesi, l’avere il papa seguito nell’Un­gheria le vedute del re, l’avere appoggiato i disegni di questo, mostrano quale egli fosse.

Nei documenti si parla di ripetute ambascerie dalla Francia a Perugia e da Perugia alla Francia, quale ne fosse il contenuto nessuno ormai può saperlo. E’ probabile che corresse anche del denaro; che veniva di Francia; se il sospetto divenisse certezza, la elezione dovrebbe essere giudicata come simoniaca, quale appunto io la ritengo. Le ambascerie che partivano da Perugia contenevano certo alcune condizioni, princi­palmente quella che il nuovo papa si decidesse a rista­bilire a Roma la sede della Chiesa cosa che, Clemente promise più volte e ciascuna volta rinviò con pretesti più o meno sinceri. E’ certo, a ogni modo, che nelle ambascerie venute di Francia Musciatto Franzesi un italiano, infranciosato, fiero nemico di Bonifacio VIII sembra che nel suo castello di Staggia nel senese fos­se ordita la trama che condusse ad Anagni Guglielmo di Nogaret. Musciatto era tesoriere del re di Francia: quanto danaro passò dai forzieri di Filippo il Bello nelle tasche troppo capaci dei cardinali italiani?

Dante sperava ancora e sperò fino all’ultimo; la exorbitatio, non ancora sanzionata da un papa pote­va essere corretta da quegli stessi cardinali che vi avevano consentito; l’obbrobrium, cioè la vergogna dei guasconi per avere tentato di strappare ai latini la Sede apostolica, avrebbe tolto ai posteri qualsiasi ten­tazione di seguirne l’esempio. Forse Dante ritenne un segno di un novum certamen di una opposizione al tra­sporto della sede papale fuori d’Italia e alle ambizioni dell’arcivescovo di Bordeaux, nel ritrarsi di Matteo Rosso e di altri tre cardinali, e nel non avere Matteo, che pure era il decano del Sacro collegio, voluto che il suo sigillo fosse apposto alla bolla con cui i cardinali annunziavano all’arcivescovo di Bordeaux, la sua ele­zione e lo pregavano di consentirvi. Purtroppo egli s’ingannava, l’opposizione cadde; e questo non tanto per la morte di Matteo Rosso (4 settembre), quanto per il fatto che Bertrand de Got, ricevuta il 22 luglio la lettera dei cardinali, cominciò a esercitare l’ufficio pa­pale col nome di Clemente V e invitò egli stesso i cardinali a recarsi a Lione per la sua coronazione. Or­mai per resistere alla imposizione di re Filippo e per supplire alla debolezza del papa, sarebbe stato neces­sario uno scisma; e i cardinali, anche i migliori, anche i piĂą fieri avversari della Francia esitavano: quello che avvenne 70 anni dopo parve dar loro ragione.

Come italiani noi ci inchiniamo commossi di fronte all’esortazione del nostro maggiore poeta ai cardinali, perché sentissero che una sola città, Roma, era degna di essere sede della Sposa di Cristo e all’esortazione sua perché i cardinali combattessero unanimi pro Italia nostra.

Ma forse, come cattolici, potremmo rallegrarci che quell’infranciosarsi della Chiesa e le conseguenze terribili, che ne seguirono, fosse una spinta a sentire l’universalità della Chiesa romana.

Ma questo sarebbe voler ficcare il viso in quell’abisso dell’eterno consiglio, nel quale ogni aspetto creato è vinto pria che vada al fondo (Par., XI, 29-30). E per­ciò deponiamo la veste di storici per ammirare in silenzio i decreti misteriosi di Dio.

 

 


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Bart