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LETTERATURA: I MAESTRI: Lettori che scrivono

27 settembre 2018

di Roberto Ridolfi
[dal ‚ÄúCorriere della Sera‚ÄĚ, gioved√¨ 20 novembre 1969]

Scrivere solamente per i po¬≠steri, dopo che per se stesso, senza comunicare pagina scrit¬≠ta ad anima viva: c’√® chi l’ha fatto, anche tra i grandi; oggi non so quanti pi√Ļ lo farebbe¬≠ro: seminare senza raccoglie¬≠re, grano o zizzania che sia. I posteri, una folla lontana, senza nomi e senza volti: chi scrive non sa quali saranno i loro gusti, non conoscer√† i loro giudizi.

Ma una folla senza nomi e senza volti paiono a chi scri¬≠ve anche i lettori del proprio tempo. I lettori non sono co¬≠me spettatori in teatro: lo scrittore non ne riceve i con¬≠sensi o i dissensi; manca fra lui e loro una comunicazione diretta, se i lettori non scri¬≠vono allo scrittore. Lo fece quel tale che, dopo la lettura delle Odi barbare, mand√≤ al Carducci quattro versiccioli parodianti certe trasposizioni care al poeta: Cinque m’hai fatto spendere, / caro Car¬≠ducci, lire: / cinque mi devi rendere / che m’hai rubato li¬≠re. Consensi e dissensi, perfi¬≠no quelli espressi in modo cos√¨ poco esemplare, √® bene che non manchino a chi scri¬≠ve: serviranno, se non altro, a popolare la sua solitudine.

*

Scrivere a chi scrive √® ap¬≠punto il titolo di un’inchiesta che Giulio Nascimbeni pub¬≠blic√≤ sul Corriere l’anno pas¬≠sato. Sette scrittori nostri, fra i pi√Ļ noti, affrontarono que¬≠sta materia dei rapporti epi¬≠stolari coi loro lettori, facen¬≠doci sapere ¬ę di che lettere si tratta, quante sono, chi le scri¬≠ve ¬Ľ. Ne vennero fuori delle confessioni singolari, nelle quali, naturalmente, ciascuno di essi infuse molto dei pro¬≠pri umori. Uno, per esempio, il pi√Ļ famoso di tutti, disse di ricevere ¬ę pochissime lettere, forse una ventina all’anno o anche meno. Scrivono: lettori che chiedono soldi (…); let¬≠tori che mi odiano, con let¬≠tere piene di parolacce ¬Ľ.

A me, per fortuna, soldi non ne hanno mai chiesti: forse hanno fiutato che nelle tasche mie sono di passo ed √® molto difficile che ve ne al¬≠berghi qualcuno; ci√≤ confer¬≠ma una volta di pi√Ļ l’intelli¬≠genza e la sensibilit√† dei let¬≠tori. N√© ho mai ricevuto pa¬≠role d’odio, non essendo tan¬≠ta la mia statura da suscitare sentimenti del genere: tutt’al pi√Ļ, antipatia. Parolacce, eh s√¨, o per dir meglio parole ingiuriose: ne ho ricevute due volte.

La prima mi tocc√≤ proprio per il primo elzeviro man¬≠dato al Corriere, or sono undici anni. Quella prosa inaugurale s’intitolava Il Sa¬≠vonarola e gli altari e, per¬≠ch√© in essa dicevo (cosa piut¬≠tosto nota) che il Frate era stato bruciato, un anonimo mi scrisse: ¬ę Per sua regola, il martire non √® stato bruciato, ma arso: vivo. Lei √® un im¬≠becille ¬Ľ. Confesso che ci ri¬≠masi male: l√¨ per l√¨, non gu¬≠stai forse a dovere la sottile differenza fra i due sinonimi; d’altra parte, la notizia inedi¬≠ta mi folgor√≤: arso vivo. Ca¬≠pirete, proprio io, specialista, ricevere una simile lezione dal primo venuto! E confesso che m’affrettai a nascondere la let¬≠tera pi√Ļ profondamente che seppi, per via di quel com¬≠plimento poco onorifico. Non mi parve di buon augurio: qui si comincia male, pensai.

La seconda volta fu un paio d’anni dopo. In un elzeviro, Come le foglie, accennavo per la medesimezza del titolo alla ¬ę appassita commedia del po¬≠vero Giacosa ¬Ľ. Non l’avessi mai fatto! Un altro anonimo (se poi non era lo stesso) mi scrisse inferocito: ¬ęSi vergo¬≠gni! Per sua regola, Giacosa √® uno dei pi√Ļ grandi scrittori italiani. Lei √® un imbecille ¬Ľ. E due.

Si dice che non c’√® due sen¬≠za tre; ma in verit√† (facendo gli scongiuri del caso) il ter¬≠zo imbecille non s’√® ancora fatto avanti. E se venisse fuo¬≠ri ora, dopo tanti anni, cos√¨ evocato o provocato, pazien¬≠za. Con le parolacce, dunque, sono a questo punto. Parole agre o agrodolci ne ricevo, ma poche: diciamo due o tre volte l’anno, fra le centinaia di lettere che mi vengono in¬≠dirizzate a casa, al giornale e presso gli editori; parole di dissenso garbato, su questo o su quello. L’ultima volta √® sta¬≠to perch√© avevo detto ¬ę stu¬≠pende ¬Ľ due gambe femminili ¬ę lunghe, sottili ¬Ľ. Be’, que¬≠stione di gusti: si vede che i miei sono pervertiti. E cos√¨ via. Qualcuno moraleggia; al¬≠tri prende sul serio cose dette per burla; altri, per oro cola¬≠to certi miei rabeschi e ghi¬≠rigori fantastici.

Ci sono poi lettere, a dir poco, bizzarre: tanto bizzar¬≠re che, a prima vista, vien fatto di prenderle per corbel¬≠lature. Per esempio uno, dalla Riviera ligure, testualmente scriveva: ¬ę Sono un assiduo lettore della terza pagina del Corriere, specie degli elzeviri. M‚Äô√® entrata nella testa l’idea che qualcuna delle seguenti firme sia uno pseudonimo e che si tratti in verit√† di una sola persona: Carlo Laurenzi, Indro Montanelli, Roberto Ridolfi. Se √® cos√¨, non sarebbe meglio che gli articoli portas¬≠sero tutti la stessa firma? ¬Ľ. Mah, per ci√≤ che mi riguarda, posso anche starci; bisogna vedere se ci stanno i colleghi: temo proprio che no.

Un po’ dello stesso genere quest’altra da Varese: ¬ę Sba¬≠glier√≤, ma √® probabile che la firma posta sotto il dialoghetto II libro e il lettore sia un lapsus. Mi sembra piuttosto un discorsetto fattomi da IN¬≠DRO. Io mi chiamo IUNIO. Tre lettere che formano il mio nome, I, N, O, sono in co¬≠mune con quello di Monta¬≠nelli: dunque collimiamo per tre quinti. Siccome ho poca salute, mi sarebbe gradito che Lei, cio√® il Montanelli se la mia ipotesi sia esatta, mi ve¬≠nisse a trovare ¬Ľ. Seguivano saluti, firma, indirizzo e per¬≠fino il numero del telefono. Sulla busta c’era il mio nome e l’indirizzo del giornale. Il mittente credeva di fare al presunto vero autore una sor¬≠presa, ammiccandogli furbe¬≠scamente: ti conosco, masche¬≠rina.

*

Per me, le lettere dei let¬≠tori sono boccate d’aria buo¬≠na: quando scarseggiano, mi pare appunto che l’aria mi venga a mancare. Se dopo uno di questi elzeviri ne rice¬≠vo meno del solito, mi ven¬≠gono le ideacce: comincio a pensare che non sono pi√Ļ quello, che invecchio, che so¬≠no venuto a noia. E, almeno come scrittore, mi par di morire.

Al contrario, mi sento rina¬≠scere quando i lettori che mi scrivono passano il solito fatal numero di venticinque. An¬≠che questa medaglia ha per√≤ il suo rovescio: dopo le prime allegrezze sopravvien lo sgomento. Non rispondere ripugna alla buona creanza e pu√≤ far perdere proprio i lettori migliori, quelli che scrivono, o far perdere a loro il gusto di scrivere: che sarebbe poi come averli perduti. D’altra parte, se dovessi rispondere a tutti, non mi resterebbe il tem¬≠po di scrivere altro e i lettori li perderei lo stesso, facendo mancar loro che leggere. Non potendo a ciascuno, vorrei con queste parole rispondere a tutti.

Ho detto che, per chi scri¬≠ve, i lettori non hanno nomi n√© volti; ed √®, almeno per me, un’emozione che si ripete ogni volta quando un fascio di que¬≠ste lettere rinnova il miraco¬≠lo: dalla folla, muta confusa indistinta, si levano delle voci, si palesano dei nomi, si af¬≠facciano dei volti. Rivedo uscir da una busta, il visino grazioso di una studentessa contestatri¬≠ce, che invece di contestar le mie prose se ne compiaceva. Mi raccontava i mille casi di progetti piuttosto confusi di ri¬≠forme didattiche e di ¬ę contro¬≠corsi ¬Ľ. Aveva un nome bellis¬≠simo: si chiamava Aura; non s’√® pi√Ļ fatta viva, come molte altre, dopo quel mio elzeviro intitolato Settanta.

E altri volti, altri nomi. Due lettrici mi mandarono un di­segnino acquerellato: due bim­be sgambettanti, sollevate in alto da un volo di palloncini; e su ciascuno era il titolo di un mio elzeviro o di un libro. Un noto scrittore mi spedisce un telegramma in versi per ogni prosa che pubblico. Un lettore fervoroso vorrebbe, po­vero lui, aumentare lo smer­cio dei miei prodotti letterari applicandovi la sua esperien­za commerciale e la sua vul­canica efficienza di meridio­nale milanesizzato. Una signo­ra bolognese mi fa le predi­che perché risparmi occhi e salute; e me le fa a nome di uno dei miei personaggi, la signora Benedettini, fingendo­si una sua reincarnazione.

Le donne sono le pi√Ļ cu¬≠riose: tempestano di doman¬≠de, vogliono sapere questo e quello, come scrivo, come vi¬≠vo. Sono sensibili ed espan¬≠sive; spesso, materne: anche quelle che potrebbero essermi figliole o addirittura nipoti. Tra gli uomini, mi stupiscono piacevolmente certi giovani, studiosi e pensosi, che espri¬≠mono in modo meno poetico concetti non molto dissimili da quello raffigurato dai pallon¬≠cini. Leggo nella lettera d’un milanese: ¬ę Lei √® il mio pi√Ļ grande amico ¬Ľ; forse √® vero: me, almeno, non mi conosce.

E poi, lettere in lode delle pagine semplici e chiare, do¬≠po tante macchinose ed oscure che oggi si leggono; lettere che chiedono contravveleni contro i veleni che inquinano la vita, l’arte, la letteratura e perfino la poesia: lettere che ringraziano, lettere che bene¬≠dicono. Benedicono ogni scrittore che non opprima i loro animi oppressi, che non affa¬≠tichi anche le ore del loro ri¬≠poso, che non intorbidi quel poco che ci resta di limpido. E allora, dico io, siano bene¬≠detti a loro volta quei lettori che scrivono per dare a chi scrive il coraggio e la forza di andare contro la corrente della grande cloaca.

 

 


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Invito tutti a non inviarmi pi√Ļ libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso pi√Ļ accontentare nessuno. Cos√¨ pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart