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LETTERATURA: I MAESTRI: L’opera di Giuseppe Berto

9 giugno 2018

di Geno Pampaloni
[da “La Fiera Letteraria”, numero 4, giovedì 26 gennaio 1967]

Una folla da grandi occasioni per la presen­tazione del nuovo romanzo di Giuseppe Berto nella sede romana dell’Unione Italiana per il Progresso della Cultura. Una folla formata dì amici che avevano voglia di salutarlo dopo tan­to tempo (vive ormai a Cortina d’Ampezzo dieci mesi all’anno, e gli altri due in un paesi­no sconosciuto della Calabria), di estimatori e di sconosciuti che dopo aver letto i suoi libri desideravano vederlo di persona. A dire la ve­rità non ha deluso l’attesa, perché il suo arri­vo ha assunto la cadenza di una folata di ven­to, un po’ alla maniera di certi scrittori legati ai fasti di un passato recente, che hanno bat­tuto durante tutta la loro esistenza il sentie­ro dell’avventura mondana. Agile, svelto, asciutto, con qualche filo bianco nei capelli e una sicurezza che ama proclamare insidiata dalle ombre tuttora sospese del suo famoso « male oscuro », non appena si è insediato con finta riluttanza dietro il tavolo, tutti gli sguar­di si sono polarizzati su di lui. Con una inten­sità che indicava come si fosse trasformata in simpatia immediata la curiosità dei pochi che avevano trovato posto nelle due salette di piazza Margana, e dei molti che cercavano di af­facciarsi incalzati da sempre nuovi arrivati.

Ha preso la parola per primo il dottor An­tonio Ciampi, il quale nel presentare l’oratore della serata, il critico Geno Pampaloni, ha sot­tolineato come Berto sia un esempio di scritto­re veramente moderno, sganciato dalla remo­ra delle ideologie, come è naturale in una sta­gione che sta registrando il passaggio dalla fase dogmatica a quella tecnologica. Su questo concetto ha insistito con una esattezza termi­nologica addirittura sorprendente, riprenden­do certe proposte che oppongono al periodo storico delle classi, quello nuovo della societĂ  affluente, caratterizzata dall’interclassismo. Insomma, pur nella brevitĂ  concessa dai pochi minuti a disposizione, Ciampi ha fatto in ter­mini garbati e bonari, non senza qualche ve­natura sottile di humour, una lezione in minia­tura di sociologia. Il che se ha divertito il pub­blico, ha contemporaneamente stuzzicato il fondo moralistico e fiorentino di Geno Pam­paloni, il quale ha esordito sostenendo una te­si diametralmente opposta a quella di Ciampi.

In sostanza, ha dichiarato il critico, da quan­do Berto ha scoperto la « novitĂ  » della psica­nalisi, è stato praticamente irretito da una specie di ideologia psicanalitica. E per esem­plificare la sua tesi, ha cominciato una analisi sottile e penetrante di tutta l’opera narrativa dello scrittore di Mogliano, dal primo lavoro Il cielo è rosso al nuovo romanzo La cosa buffa mettendone in evidenza qualitĂ  e limiti, pregi e difetti. Soprattutto difetti, anche se i moduli che hanno sempre suggestionato il suo itinera­rio narrativo sono stati Italo Svevo da una parte e Carlo Emilio Gadda dall’altra e la sto­ria di Antonio alle prese con il suo primo amo­re è di una dolcezza poetica rara. Che un pre­sentatore abbia finalmente il coraggio di dire la veritĂ , e scelga la via del confronto anzi­chĂ© quella piĂą facile dell’elogio è pregio da non sottovalutare. E Berto a parole non ha manca­to di farlo: tuttavia subito dopo ha comincialo a svolgere fra il serio ed il faceto la sua ar­ringa difensionale, imperniata sulla tesi che la chiave psicanalitica va bene per il Male oscuro soltanto. Nella nuova opera al contra­rio si viaggia nella selva dei sentimenti, per cui parlare di psicanalisi significa dare troppa importanza alla scrittura, allo stile che segue ancora gli schemi del discorso associativo.

Nella foga del discorso, sempre chiamando in causa il suo medico-salvatore professor Perrotti, che stava in una delle prime sedie di de­stra ma cercava di nascondersi, ha tracciato un diagramma della sua opera di scrittore, sostenendo che tutti i suoi romanzi erano delle estrinsecazioni inconscie di situazioni psicana­litiche, citando una frase del poeta Umberto Saba che ormai ripete in ogni occasione. Insomma ne è venuto fuori uno scontro piutto­sto serrato, al termine del quale Berto non ha esitato a formulare un invito al sogno, unica forza capace di farci accettare il peso della vi­ta. A questo punto però dopo una breve e spi­ritosa precisazione sul debito con Svevo (… Uno di questi giorni mi metterò a scrive­re un’autobiografia di Svevo »…) si è lasciato scappare il nome Freud, e allora Pampaloni accendendosi di uno sguardo malizioso dietro le lenti, ha insinuato abilmente : « Ci risiamo, l’ideologia psicanalitica ».

Colto di sorpresa Berto ha dovuto iniziare una lunga aggiunta, simile ai suoi periodi a cometa, per dirla con la felice immagine di Pampaloni, protestando: « Niente affatto. Se fosse vero i miei personaggi li farei guarire. Invece restano sempre malati, anche dopo la cura ». E quasi a cercare conferma in una au­torità che non ammette smentite ha esclama­to: « Vero, professore? ». Ma il professore Perrotti si è limitato a un sommesso mormorio, tipo monologo interiore, che nessuno del pub­blico è riuscito ad afferrare. Nel frattempo le ore erano volate, e l’ombra scura della sera aveva assunto un colore cupo, per cui a malin­cuore sono cominciati gli arrivederci. Festosis­simi, tra uno sciamare di gente in mezzo alla quale spiccavano i volti di autorevoli rappre­sentanti del mondo artistico culturale. Citarli sarebbe troppo lungo. Livio Rizza

Temo proprio che gli orga­nizzatori di questa sera­ta abbiano avuto la ma­no poco felice nella scelta del presentatore. E non soltanto per la sua insufficienza in sen­so assoluto, ma perché proba­bilmente il libro di Giuseppe Berto meritava un critico più congeniale, più vicino alle ra­gioni della sua battaglia lette­raria. Poiché la lettura critica, anche la più modesta come la mia di questa sera, è sempre confronto, pietra di paragone, occasione per affermare un certo tipo di credere nella vi­ta, sarà bene che i miei pazien­ti ascoltatori sappiano grosso modo qual è il tipo di tara che dev’essere fatta al mio giudi­zio sul libro che stasera qui viene presentato. Io sono un letterato, come si dice, tradi­zionale: e ho quindi ben po­che possibilità di non essere catalogato tra quei critici i quali, secondo le parole dello scrittore che stasera è protago­nista, passano gli anni ma « stanno sempre lì: ermetici puri, idealisti, cattolici, marxi­sti, tutti ignoranti delle nuo­ve semplici umane realtà ». Il « caso Berto », così come ap­pare a me, è probabilmente assai dissimile da come Berto medesimo lo interpreta, e cre­do anche, da parte sua, inac­cettabile. Non sono, cioè, in alcuna misura un suo lettore autorizzato. Berto in persona, credo di averlo incontrato due o tre volte in tutto. La lunga crisi che egli ha attraversato, e che tanto rilievo ha nella sua vita di scrittore, non ho avuto modo di seguirla da vi­cino. I libri che egli ha scrit­to nella sua lunga e tribolata « età di mezzo » mi interessa­vano perché lo scrittore Ber­to è sempre generoso anche nell’errore o nell’esperimento meno felice, ma il suo marxi­smo romantico teso verso un irraggiungibile realismo mi convinceva assai poco; e, devo confessarlo, con quel residuo di cinismo che è rimasto an­che nei crociani minimi e ri­tardatari quale sono io, mi di­cevo che in fondo egli aveva scritto II cielo è rosso, e un posticino nella storia della let­teratura del dopoguerra non glielo avrebbe levato nessuno. Su questo punto dovremo tor­nare per un momento, più tar­di, ma andiamo avanti. Quan­do Berto ha incontrato la psi­canalisi e se ne è fatta con entusiasmo una chiave per l’interpretazione della realtà, uno strumento di cultura oltre che di conoscenza (e, natural­mente, per sua fortuna, di guarigione), io devo riconosce­re che questo è stato un fatto decisivo nello sviluppo del suo lavoro di scrittore, ma, ai miei occhi, nella stessa misu­ra in cui per un altro può ser­vire un incontro mistico, o l’Ottocento americano, o il pensiero di Mao. Ancora una volta, crocianamente, non cre­do nella ideologia privilegia­ta, per uno scrittore. Berto era scrittore e poeta anche prima del suo incontro con la psica­nalisi, anche se questa gli è servita a ringiovanire, per dir così a rinverginare il suo sen­timento della realtà. Ma l’arco che esce limpido a chi, oggi, considera la sua opera, pog­gia su II cielo è rosso e La cosa buffa, e si lascia indietro Il male oscuro come un’espe­rienza necessaria ma artistica­mente incompiuta. Questa è una delle mie tesi, e sono qua­si certo che l’autore non è d’accordo. Sulla stessa geogra­fia letteraria le nostre mappe non coincidono. Egli insiste molto sui nomi di Italo Svevo e Carlo Emilio Gadda, cui de­ve, dice, la libertà di scrive­re come gli pare; e in queste scelte, in questi amori, mi tro­va assolutamente con lui. Ma io amo altrettanto un’altra fa­miglia, meno laica forse, e tut­tavia altrettanto radicata nel nostro travaglio linguistico, là dove la tradizione fa più resi­stenza al sentimento fantasti­co, la famiglia dei Palazzeschi e dei Landolfi. E infine, quan­do leggo in un’intervista re­cente che, secondo l’Autore, La cosa buffa è destinato non tanto ai giovani quanto a colo­ro che devono assumersi re­sponsabilità nella educazione dei giovani, genitori, educato­ri, sacerdoti, professori; quan­do mi accorgo cioè che Berto vuol forzare il delizioso mi­nuetto di Antonio e Maria in una specie di manuale di de­nuncia della cattiva educazio­ne sessuale italiana, mi sem­bra poco meno che Saturno nell’atto di divorare i suoi fi­gli. Se La cosa buffa ha dono d’arte, e a mio giudizio ne ha, ciò a me sembra derivare pro­prio dalle ragioni d’ordine op­posto a quelle che egli lascia intendere in quell’infelice bat­tuta. E cioè perché il roman­zo coglie, e, sottoponendolo con affettuosa cautela al lava­cro dell’ironia, salva per sem­pre, quel sentimento irrime­diabile di dedizione, di purez­za, di confusione, di inappa­gamento, di voglie e di dispe­rata felicità che è proprio del­la giovinezza e dell’amore. Io non so se, in una società di­versa, migliore della nostra, popolata e plasmata da quegli educatori per i quali Berto di­ce di avere scritto il suo ro­manzo, ci sarà ancora posto per la tenerissima goffaggine di Antonio e Maria: e, sia chia­ro, sono ben lungi dall’augurarmelo, ben lungi dall’assumerli come personaggi esem­plari. Dico che sono veri così, dolenti, impacciati, infelici: rappresentati in una loro umanità profonda, di fronte alla quale sentiamo vibrare in noi una sorta di nostalgia, che va ben al di là di ciò che essi o la loro storia possano mai pretendere di insegnarci.

Ecco dunque come i punti di frizione tra il fortunato autore de La cosa buffa e il suo recensore (pur compensa­ti, da parte mia, da un costan­te e profondo rispetto per lo scrittore e per l’uomo) siano parecchi.

« Uno scrittore (egli scrisse in uno dei bei “Soprappensieri” che pubblica sul Resto del Carlino) uno scrittore, in un certo senso, è sempre con­dannato a fare della propagan­da a quelle che sono le sue convinzioni, le sue idee ».

SarĂ . Io non lo credo sempre.

O almeno, credo che un criti­co, per suo conto, sia condan­nato a sceverare quanto di ve­rità poetica è rimasto, nell’opera, delle convinzioni e delle idee di cui lo scrittore si è fat­to propagandista.

E del resto, visto dal mio angolo, il « caso Berto » si con­figura come un continuo con­trasto tra la sua passione ideo­logica, la sua aggressiva ma­niera interventista, e l’ispira­zione poetica, la qualità d’ar­te, che una parte della criti­ca era disposta a riconoscer­gli. Il « caso Berto » non è un caso di misconoscimento, ma se mai un caso di controcor­rente tra critica e scrittore. Fin dal ’47, nella sua recensio­ne a II cielo è rosso, Pietro Pancrazi aveva notato una di­sparità, un contrasto tra mate­ria e sentimento (noi direm­mo: tra moventi dello scritto­re e motivi della sua pagina) che rimarrà al fondo di tutto il lavoro del Berto. « Più la materia gli si intorbida », egli scriveva, « e più il sentimento dello scrittore si fa pietoso, tenero e infine straziante. Per i toni dell’arte il romanzo, che alle prime scene s’imposta quasi come una infernale macchina di guerra, subito dopo si scarica e si effonde con delicata tenerezza di un carillon. Il cielo è rosso è concreto e talvolta anche crudo romanzo, con tutto il peso della vita, ma disegnato in un alone sempre poetico, a tratti quasi dentro un’aria di canzone ».

E’ un giudizio, questo del Pancrazi, che ci verrĂ  buono anche per riferirlo a La cosa buffa. E il fatto è, per dirla in breve, che mentre il Berto (quali che fossero le sue motivazioni psicologiche di allora) aveva creduto di scrivere un romanzo neo-realista, del romanzo neo-realista forse addirittura inconsapevolmente aveva adoperato lo schema, lo sfondo, le macerie della cittĂ  distrutta, i ladruncoli, le prostitute bambine, il povero codice d’onore di una gioventĂą senza guida e senza speranza, ciò che il critico definiva « la materia »; ma l’ispirazione profonda era lirica, effusiva, struggente. La vicenda era torbida, piena di violenza, dettata dal rancore oltre che dalla pietĂ , per la sorte dell’Italia, per l’ingiustizia radicale, assoluta, di una condizione umana di vinti, dispersi, umiliati cui i giovani erano abbandonati: ma il timbro era sommesso, creava risonanze delicate, il libro viveva di silenzi e di pudori, entro un paesaggio dolcissimo quanto piĂą era ferito. La veritĂ  poetica, la costante stilistica de Il cielo è rosso consiste in una sorte di luce limpida che filtra tra le macerie, e fa lieve la materia piĂą grave. Questo, pur in un contesto molto diverso, è anche il modulo stilistico de La cosa buffa, come vedremo. Allora, i suoi protagonisti erano figli del dopoguerra: immersi in un mondo turpe; ma erano immaginati dall’autore come attraverso un filtro di memoria, con la nostalgia dell’adolescenza di sempre, trepida, infelice, bisognosa di affetto. Berto si senti­va allora, ha scritto di recente uno scrittore, « collettivista », il suo romanzo preten­deva di essere corale, ma era una storia di solitudini, la sua vena era l’intimitĂ , il racco­ntarsi sui propri sentimenti, con la pena di vederli disper­si in un mondo sconvolto. Nato come romanzo-denuncia, (o, come oggi l’autore ci rivela, come romanzo-espiazione) la sua nota piĂą schietta era l’elegia: nato nel clima dei romanzi-documento, vibrava nelle sue pagine la nostalgia e l’abbandono verso l’assoluto. Naturalmente, il libro rimane singolare e importante proprio per questa sua dialettica interna, anche se non del tutto consapevole, tra realismo voluto e canto sotteso, tra testimonianza storico-drammatica e forza malinconica della fan­tasia: perchĂ© poneva uno schema neorealistico e intimamen­te se ne liberava. Ma, mentre alcuni, tra i lettori preferivano far battere piuttosto l’accento sul momento lirico, sul­la grazia, sulla facoltĂ  dello scrittore di illimpidire la «ma­teria» del dopoguerra, Berto al contrario insisteva nell’ideo­logia, e si buttava a capofitto dentro l’impegno sociale. I ri­sultati dei libri successivi furono contraddittori, intermit­tenti, per non dire delusivi. E capisco che a lui non faces­se piacere sentirsi, per così dire, rinfacciare a ogni mo­mento un libro per tanti aspet­ti irripetibile. E tuttavia, per farla breve, e non addentrarci in un discorso tecnico, quella tensione lirica, teneramente psicologica e metafisica, che faceva l’incanto delle pagine piĂą belle de Il cielo è rosso, corre piĂą o meno sotterranea­mente in tutti i suoi libri: si ricordi la giovine Miliella de Il Brigante, così consanguinea a tutte le figure femminili di Berto. Si ricordi soprattutto il bellissimo racconto « Necessi­tĂ  di morire », pubblicato nel­la raccolta Un po’ di successo: mi permetto di leggerne un breve brano, ricordando che si tratta di un partigiano nella sua ultima notte di vita, accanto a una donna inviatagli per farlo « cantare »: « Ora tut­ti quei motivi per i quali era necessario morire a vent’anni erano dentro di lui, condensa­ti in una limpiditĂ  simile a quella del cielo del mattino, non pensiero e neppure senti­mento, ma una specie di luce fissa nell’anima, una cosa così alta che assolveva da colpa anche coloro che stavano per ucciderlo ». Se proprio non m’inganno, in questo strenuo fantasticare, in questa « limpi­ditĂ  », in questa « luce fissa nell’anima » c’è lo stesso sen­timento straziato e puro di An­tonio, il protagonista de La co­sa buffa, di fronte alla vita. Con in meno, naturalmente, il risvolto dell’ironia, la maturi­tĂ  della saggezza. Il lavoro di Berto segue dunque, nonostan­te tutti gli scossoni che via via ha subito, una sua sotter­ranea continuitĂ , una sua uni­tĂ  antica.

Vogliamo con questo sotto­valutare l’importanza de II male oscuro? Per nulla affatto, e sarebbe d’altro canto impossibile. Ma si tratta di un’im­portanza più strumentale, tec­nica, che poetica. Berto inven­tava, sulla scia, forse, della confessione psicanalitica, il suo discorso associativo, a lar­ghissime lasse sintattiche; af­frontava la realtà con una nuo­va consapevolezza, e, soprat­tutto, imparava l’uso dell’iro­nia come riequilibratore del giudizio: un’ironia non acre, poche volte pungente, ma con­tinua, come un pedale in una suonata, felpata, nutrita più di tolleranza che di grottesco; e liberava i suoi umori di in­dipendente, di estroverso in­tellettuale, di affettuoso istin­tivo, in una forma letteraria finalmente sciolta di cappi ideologici troppo oppressivi. Il male oscuro è un libro che io amo così e così. Ci sono due gruppi di pagine molto belle: quelle iniziali della morte del padre, e quelle dell’incontro con la ragazza-moglie, che an­ticipano molto da vicino il ri­tratto di Maria de La cosa buffa (è, anzi, sostanzialmente lo stesso personaggio). Ma, at­torno a questi e ad altri nuclei autentici, che rimangono pe­raltro isolati, il libro si costrui­sce, si aggiusta, alimenta e am­ministra una sorta di « propa­ganda » di se stesso, adopera tutti gli ingredienti necessari per un’assoluta sincerità e al tempo stesso per garantirsi il successo; a metà tende a ricat­tarci con i suoi mali, a metà tende a nous épater con la sua liberazione, e finisce con l’in­golfarsi nella sua stessa ideo­logia. Libera, per dirlo in una formula, la maniera di uno scrittore, non libera un perso­naggio. E’ un libro, qua e là felicemente qua e là dolorosa­mente, sperimentale. Stravin­ce, e al tempo stesso rimane al palo. Il suo spirito anarchi­co illanguidisce nel lieto fine, con il certificato di garanzia della scienza. E tuttavia era un libro necessario, senza del quale, probabilmente, Berto non avrebbe fatto più un pas­so avanti.

La cosa buffa è il passo avanti. E lo è, a mio giudizio, non soltanto perché mette a frutto tutte le acquisizioni, lin­guistiche e psicologiche, con­quistate nel lungo lavacro au­tobiografico che è II male oscuro, è un passo avanti an­che perché riprende, riconqui­sta i temi lirici e lievi, l’aria di canzone, la delicata tenerez­za di un carillon, che il Pancrazi aveva individuati così bene ne Il cielo è rosso.

Devo supporre che qui tutti conoscano la gracile trama del romanzo: l’incontro di Anto­nio, povero maestrucolo di campagna animato da qualche velleità letteraria, con Maria, studentessa, figlia ingenua e schietta di una odiosa famiglia di veneziani nuovi ricchi: il loro amore, che passa lenta­mente e sistematicamente at­traverso tutte le fasi tradizio­nali, dai baci alle carezze ai palpeggiamenti più vari sono alle soglie del reciproco possesso senza perdere peraltro una sua tenerissima e casta lu­ce d’innocenza; amore che è prima mal tollerato, poi av­versato poi proibito e distrut­to dalla famiglia di lei; la ri­nuncia di Antonio che è insie­me un prendere atto dei rap­porti di forza nella società, un gesto autopunitivo e un istin­to d’autoliberazione per un ri­torno all’evasione nel sogno e alla nobiltà della sofferenza. E poi l’incontro di Antonio con Marica, con la quale le complicazioni nascono, al con­trario, da un’eccessiva facilità sessuale, da una incapacità del­la ragazza a sublimare i sen­timenti amorosi. Sino a che Antonio non se ne torna alla sua scuoletta di campagna, po­vero e bastonato dalla vita, ma in qualche modo meglio disposto a considerare la real­tà per quello che è.

Un protagonista inetto

E’ stata da molti lettori sot­tolineata l’affinità tra questo libro e il primo romanzo di Svevo, Una vita. In effetti il nostro Antonio è, come il pro­tagonista sveviano, un « inet­to »: sostituisce il sogno alla concretezza del vivere, e, poi­ché gli è impossibile tenersi in equilibrio nel pericoloso vuoto del fantasticare, finisce non solo con l’essere un esclu­so, un vinto, e quasi sempre ridicolmente, ma finisce anche con l’irretirsi in una gabbia sempre più fitta e inestricabi­le di ambiguità. La sua natu­ra inesauribilmente velleita­ria fiorisce in una continua doppiezza emotiva. E non solo è infelice, ma perde di presti­gio ai suoi stessi occhi, e come in un continuo processo di de­calcomania, i contorni del­l’eroe sfumano in quelli del miserabile. Per ritornare final­mente libero nel suo mondo di sogno l’eroe sveviano deve uccidersi: « nella sua vita di sognatore, il sogno non lo ave­va mai posseduto così intera­mente », commenta lo Svevo la decisione del suo « inetto » al suicidio.

Per sostenere plausibilmen­te un personaggio di questo ti­po, lo scrittore deve verificare di continuo, nelle occasioni piĂą minute, le reazioni della sua personalitĂ , che è sostenu­ta, tenuta insieme, dalle sue stesse contraddizioni. I fatti si rifrangono continuamente ne­gli umori, negli scatti, nelle intuizioni, nel timore della realtĂ , negli impulsi sublima­tori, nei contraccolpi della me­moria. Berto è molto bravo nel ricreare sulla pagina, vital­mente, la vivacitĂ  di un simi­le andirivieni della coscienza. Io non sarei d’accordo con quei critici che lo accusano di essersi costruita una maniera prima che uno stile. Il suo pe­riodo io vorrei chiamarlo « a cometa », poichĂ© fondamental­mente è formato da un nucleo espositivo essenziale, con una coda piĂą o meno folta di su­bordinate, che, in apparenza scaruffate e talvolta contraddit­torie, seguono tuttavia fedĂ©l­mente la stessa direzione di marcia del primo dato, della proposizione che fa da « testa » della cometa. E’ un periodare di grande sapienza, soprattut­to perchĂ© consente di convo­gliare nelle sue spire i mate­riali piĂą sottili di analisi, e, insieme, di insinuarvi la co­scienza ironica, il senno, del narratore. Esso dunque appa­re come uno strumento ben funzionale all’ideale di roman­zo psicologico che è proprio di Berto, e di cui lo stesso Ber­to si dice debitore allo Svevo. Proprio a proposito di Una vi­ta, Elio Vittorini trent’anni fa aveva così sottolineato la novi­tĂ  di quel romanzo rispetto agli schemi naturalistici: « I momenti psicologici si avve­rano nel personaggio in forza di una spontanea causalitĂ , e si succedono l’uno proceden­dosi dall’altro senza mai esse­re determinati da un divenire esterno o superiore… La (loro) personalitĂ … la vediamo volta a volta trasformarsi, conden­sarsi e stabilirsi momento per momento… ».

Sono osservazioni che noi potremmo oggi adoperare pa­ri pari per Berto (e spero che questo possa fargli piacere).

Ma ne La cosa buffa non c’è, di rilevante, soltanto l’elemen­to psicologico. C’è un elemen­to musicale, e c’è un elemen­to metapsicologico o addirit­tura metafisico a cui il libro deve pure gran parte del suo fascino.

Grazia settecentesca

Lo psicologismo sveviano, la ricerca potremmo dire mo­tivazionale, che è sempre un tessuto logico, conseguenziario, è mediato nel Berto, o al­meno nei suoi momenti mi­gliori, da una grazia settecen­tesca e quasi goldoniana. Il paesaggio, una bellissima Ve­nezia né oleografica né socio­logica, i personaggi di fondo, le voci, entrano nel racconto come in una partitura musica­le. E valga un solo esempio. Maria è salita nella cameretta d’affitto di Antonio disposta a dargli la prova definitiva del suo amore: sul tavolo sono i pacchetti dei suoi regali di ra­gazza ricca. I due giovani. si sono mostrati le loro nudità con impaccio, innocenza e vo­glia. La ragazza è sul letto che aspetta, il ragazzo si china su di lei. Ci siamo. La natura sta per averla vinta sulla cattiva educazione sessuale. Ma bussa­no alla porta. La voce della padrona di casa, poi quella più volgare e perentoria della ma­dre di Maria. Colpo di fulmi­ne, sgomento, incertezza, rin­filarsi dei pantaloni, qualche vano tentativo di parlamenta­re, la porta si apre, Maria è an­cora sul letto seminuda co­me pietrificata. Urla, insulti, e castigo. Pensate agli elemen­ti di volgarità, o anche di ri­dicolo che compongono questa scena: pensate che cosa ne avrebbe tirato fuori uno scrit­tore espressionista, giocando anche sui diversi livelli socia­li. Ne La cosa buffa tutto que­sto accade con la grazia lieve e canora di un balletto, dove le entrate sono regolate da un ritmo di allegro cantabile. Nel­la loro misura, queste pagine sfiorano la perfezione.

Ma, dopo aver percorso un po’ di strada insieme, separia­moci ancora una volta dall’Autore. La parte felice del libro, quella più ricca di poesia, è costituita dai primi 15 capitoli, dalla storia di Antonio e Ma­ria. In seguito il libro cala di tono: più si delinea la « filosofia » di Antonio, e meno ci interessa. Scivola verso la macchietta.

Per riprendere una osserva­zione fatta all’inizio, il mo­vente prevale, nell’autore, sul motivo autentico della sua poesia. Che cos’è, allora, che ci dà il fascino della storia di Antonio e Maria, un fascino che, da soli, non riescono a spiegarlo né il modulo stilistico-psicologico né la grazia musicale del raccontare?

Berto vuol dirci, nel suo ro­manzo, che non esistono sen­timenti semplici, univoci, che la psicologia ci ha insegnato a cercare in ogni moto dell’ani­mo un risvolto, un impulso contraddittorio, un fatto com­plesso. E sta bene. Ma, nello scrivere, si è incontrato con un grumo irriducibile, con una realtà poetica in qualche mo­do resistente, con un nucleo addirittura metafisico, che può essere colto soltanto con un sentimento indistinto, lirico: ed è la giovinezza. Più egli analizza, smonta, ironizza, de­mistifica gli atti dei suoi due protagonisti, i loro ritegni, i loro impacci, i piccoli inganni, le reticenze, le ipocrisie, gli egoismi e le smodate, un po’ ridicole generosità di adole­scenti; e più, sotto questa materia storicizzata e lavorata a frammenti rigermina un sen­timento unitario, un’illusione inafferrabile, « una luce fissa nell’anima », che è appunto la dedizione alla vita, la possibi­lità di sbagliare senza mac­chiarsi, il diritto sempre fru­strato e sempre rinascente al­la felicità.

Questo sentimento struggen­te e incorrotto, questa pervi­cacia nel credere nella vita al di là delle sue lezioni, che era il tema de Il cielo è rosso, risuona anche nella sinuosa sintassi della sapienza che La cosa buffa intende esprimere. Al di là dei condizionamenti e del relativo, traduce in que­ste pagine, contraddittorio e supremo, un valore: il valore, appunto, della giovinezza, di cui Berto è poeta, in parte in virtù della sua sapienza d’in­dagine, in parte contro.

Ecco tutto. Io non so se que­sta lettura in chiave lirica del suo romanzo non deluderà ancora una volta l’autore. Ma oggi, tra noi, dire bene di un libro significa in genere così poco: si dice bene di tutti, e il giorno dopo ce ne siamo scor­dati, e piangiamo sulla morte della letteratura. Berto è scrit­tore troppo civile e simpatico per non capire che si è tenta­to, qui, di parlare del suo li­bro in modo tendenzioso, e leale.

 


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart