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LETTERATURA: I MAESTRI: L’orgia

3 marzo 2018

di Alberto Moravia
[dal “Corriere della Sera”, domenica 27 aprile 1969]

Eccomi, come il solito, con la fronte contro il vetro della finestra, assorta a guardare la casa dirimpetto. La strada, una breve traversa di una strada piĂą larga, è stata tutta quanta costruita da mio ma­rito, imprenditore giovane e molto attivo. Sono due file di palazzine tutte eguali, co­lor cacao, di tre piani ciascu­na. Mio marito non ha anco­ra finito di vendere gli appar­tamenti. Infatti, al pianterreno della palazzina dove abitia­mo, l’ufficio vendita è anco­ra aperto.

Che cosa guardo, standome­ne in piedi, mezza nascosta dalla tenda? Guardo a tre fi­nestre dell’ultimo piano della palazzina di fronte. Due dan­no in un soggiorno e una in una camera da letto. In quel­l’appartamento abita una don­na molto simile a me, addi­rittura quasi una sosia. E’, come me, alta; come me, bion­da; come me ha gambe ma­gnifiche e niente petto; come me, ha un volto severo e ger­manico. Ma qui si ferma la somiglianza. Io, come ho giĂ  accennato, sono sposata; nel mio appartamento vivono con me i miei due bambini, mio marito, la domestica, la go­vernante svizzera. La mia sosia, invece, vive sola. Da questa prima differenza ne discen­dono tante altre. Che osservo, in fondo, tutto il giorno, guar­dando in casa sua? Osservo le differenze che passano tra lei e me.

*

Sono le undici e, come so ormai da tempo, lei ancora dorme, stremata dagli stravizi, dagli eccessi, dalle complicazioni sentimentali. Ma la sua vita mi sta davanti agli occhi.

Il lustro dei vetri non mi im­pedisce di guardare nel suo soggiorno; e quello che vedo è parlante. Intanto il suo sog­giorno è molto diverso dal mio. Il mio è il salotto tradi­zionale e imbecille della bra­va signora borghese e perbe­ne che io sono: gingilli, pa­ralumi, divanetti, seggioline, poltroncine, sopramobili e via civettualmente dicendo. Il suo, invece, è una scena di teatro per un continuo dramma: di­vano gigantesco, da farci sedere quindici persone in fila, bianco; tavolo lungo e stret­to in acciaio inossidabile e plexiglas; pochi sopramobili massicci e di gran valore; un quadro informale sulla pare­te; tappeto arancione sul pa­vimento. Ho detto che ciò che vedo è parlante. Infatti: il ta­volo grande è gremito di fla­coni, bottiglie, bicchieri in gran disordine. Tre portaceneri sono colmi di cicche e di cenere. Peggio: si notano alcune cartine aperte, simili a quelle che contengono le polverine delle farmacie; non­ché certi piattini con dei cubetti di zucchero. Il divano poi sembra (ed è, in realtà) un letto disfatto dopo un frenetico amplesso: cuscini schiacciati, sconvolti, spostati.

Dunque, non c’è dubbio, ci siamo, anzi ci risiamo, in quel soggiorno, ieri notte, c’è sta­ta un’orgia, una sfrenata e scandalosa orgia. La scena è vuota, ma il dramma può es­sere ricostruito nei particola­ri: prima l’alcool (le botti­glie, i bicchieri), poi la dro­ga (le cartine, i cubetti di zucchero), infine l’erotismo (i cuscini del divano, gli in­dumenti femminili). Sì, è co­sì, mentre io mi recavo al cinema del quartiere al brac­cio di mio marito, a vedere uno dei soliti film comico­brillanti, lĂ , in quel soggior­no, la mia sosia ne ha fatte di tutti i colori. Vergogna, vergogna! Ma perchĂ© non si interviene per impedire cose simili? Il fatto che non av­vengano in pubblico non è una buona ragione per chiu­dere gli occhi.

*

Eccola finalmente la vizio­sa, la sfrenata. In fondo al soggiorno, distinguo la sua fi­gura che avanza, esitante, bar­collante, verso la finestra. E’ in vestaglia, una lussuosissi­ma vestaglia di pesante seta nera e rossa, di tipo giappo­nese, ben diversa dalle mie vestaglie rosa o azzurrine. La vestaglia è aperta, si intravvede il suo corpo di amaz­zone impudica, di walkiria promiscua. Sbadiglia, si rav­via con la mano i capelli, tra le dita già stringe la siga­retta accesa. Va alla finestra e io so perché. Sul davanza­le della finestra c’è il telefo­no; ogni mattina, alla stessa ora, le undici e mezzo, il suo amante fisso, che forse la mantiene, che in tutti i casi la dirige, la consiglia e la adopera per i suoi esperimen­ti cerebrali, un intellettuale magro e pallido dal volto gla­bro e dagli occhi freddi di acciaio, le telefona per infor­marsi minuziosamente sulla sua vita. Eccola, infatti, stac­care il ricevitore e rispondere con l’aria diligente e puntuale di una scolara che risponde alle domande di un maestro. Scolara nel vizio, maestro dia­bolico. Intanto, dal fondo del soggiorno, tutto nudo salvo uno slip intorno i lombi, atle­tico, villoso, la faccia con una espressione satanica, si avvici­na l’uomo col quale lei ha passato la notte. Afferra a volo una delle tante bottiglie e poi giù a garganella. Pen sate, la vodka o il whisky  alle undici del mattino.

Come sono diversi i miei risvegli. Mio marito esce di casa alle sette, mi sveglio tut­ta sola, mi occupo dei miei bambini, non ricevo telefo­nate e, una volta nel bagno, non c’è nessun uomo che mi insapona e insaponato anche lui mi abbraccia sotto la doc­cia. Sono una brava signora, una madre di famiglia, io. Non un’avventuriera, una po­co di buono come quella lì.

*

Eccoli, finalmente, ambedue vestiti. Lui è in tunica india­na, con disegni tipo cachemir, colletto chiuso; i pantaloni sono di velluto nero. La sua faccia satanica è incorniciata da due enormi basettoni e da una chioma impetuosa. Lei è in minigonna, con l’inguine quasi scoperto e l’ombelico all’aria. Si è pettinata, accon­ciata, bistrata. Grandi anelli pesanti e falsi alle lunghe dita dalle unghie scarlatte; catene a profusione al collo, ai pol­si; un fiore dipinto su una guancia. Neghittosa, felina, elegante, va e viene per il sa­lotto, rimettendolo in ordine. Lui, intanto, fuma seduto in una poltrona.

Ma ecco la seconda telefo­nata della mattina. Quella del terzo uomo. Puntuale, come tutti i giorni, alle dodici e mezza. Lei parla nel ricevi­tore e la sua espressione cam­bia ancora una volta. Con l’uomo dalla faccia satanica è viziosa, complice; con l’intel­lettuale che la dirige, ubbi­diente, sottomessa; con il ter­zo uomo, affettuosa, dolce. Chi è il terzo uomo? E’ un ragazzo, uno studente. Si ama­no, l’uomo dalla faccia sata­nica lo sa e l’approva; l’intel­lettuale, invece, secondo me, non lo sa ancora. Eh, eh, complicazioni viziose, contor­te; non basta tradire, si deve anche tradire colui con il quale si tradisce, e per giunta con il suo consenso, con la sua complicità. E pensare che io sono fedele a mio marito. Tutt’al più, l’altr’anno, d’ago­sto, al mare mi sono lasciata fare la corte da un giovane rispettoso e bene educato. Ma la corte soltanto. Un bacio che è un bacio, ancora non gliel’ho dato.

Lei ride, scherza, preme il ricevitore alle labbra, in un bacio finale. Poi riprende il bicchiere e la sigaretta e, sen­za tanti complimenti, va a se­dersi sulle ginocchia dell’uomo dalla faccia satanica. Lun­go bacio. Parlano quindi con serietà di qualche cosa che non può non essere il dena­ro. Che cosa ci può essere di serio, infatti, fra gente simile se non il denaro? Alla fine della discussione, la mia so­sia introduce la mano dentro la tunica dell’uomo, ne tira fuori un portafogli e da que­sto alcuni biglietti da dieci­mila. Li mette sul tavolo. Nuo­vo bacio, forse di ringrazia­mento.

Ecco, là, in fondo al sog­giorno, la porta si apre, en­tra il ragazzo che le ha tele­fonato poco fa. Giacca a ven­to, blue-jeans, scarponcini di vacchetta grezza, foulard al collo. Testa poetica, bruna, magra, fine, con qualche cosa di libero e di aggressivo. Lei si alza, prende i biglietti di banca e, mentre lo abbraccia e lo bacia, glieli introduce nella mano. La mano si chiu­de sui biglietti, risale alla ta­sca e ve li fa scomparire. Il bacio, intanto, continua sotto gli occhi divertiti dell’uomo dal volto satanico. Che roba, che roba. E io che guardo.

E loro che non si accorgono che io guardo. E a due passi da me una vita così diversa dalla mia. Che roba, che roba.

Ma non basta. Lo so che non basta. Come potrebbe bastare? Qualcuno, adesso, avanza dal fondo della stan­za. Una donna non bella, coi capelli cortissimi, spennac­chiati e rosicchiati. La fac­cia bianca e infarinata, la bocca rossa come il sangue, gli occhi bistrati. Vestita da uomo, con pantaloni color malva e pull-over nero, l’aria di un Pierrot invecchiato e putrido, quarant’anni, forse anche più. Mentre i due si baciano e l’altro impassibile ma forse non del tutto indif­ferente li osserva, lei va alle spalle della mia sosia, le met­te le palme sugli occhi, come a dire: « Cuccù. Indovina chi sono ». Graziosissima scenet­ta, non c’è che dire. Potrebbe essere, in fondo, soltanto l’e­spressione di un rapporto di amicizia affettuosa tra due donne. Ma c’è la stranezza dell’uomo dalla faccia satani­ca che guarda. E poi c’è an­che quell’altro, tra le due don­ne, lo so di certo, non fate­melo dire.

Ma ecco, patatrac! Laggiù, in fondo al soggiorno, qualcuno si avanza, e chi è? Inevi­tabilmente, non può non esse­re l’intellettuale dalla faccia glabra, dagli occhi freddi di acciaio. Avanza, si ferma, guarda: vede la mia sosia che bacia lo studente, la donna vestita da uomo che tiene le mani sugli occhi della mia so­sia, l’uomo dalla faccia sata­nica che osserva tutto quanto, compiaciuto, sadico, voyeur. E’ come una fotografia che, in un lampo di magnesio della durata di un attimo, fissa per sempre una scena incredibile ed eccessiva. Che succederà adesso? Un’esplosione di odio? Oppure, com’è da cre­dersi, un accordo generale preludente ad un più ampio sodalizio di tipo orgiastico?

Una mano si posa sulla mia spalla, faccio un salto, perché non prevedevo che mio marito tornasse così presto per la colazione. Odo la sua voce che dice: «Ma che guardi, si può sapere che guardi? Quel­l’appartamento vuoto? E che ci può essere di interessante in tre finestre chiuse? A pro­posito, una buona notizia: l’ho affittato finalmente proprio stamattina. Ad una persona assolutamente di fiducia. Il proprietario della grande espo­sizione di automobili nella piazza qui accanto. E’ sposato e ha tre bambini ancora pic­coli ».

 

 


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart