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LETTERATURA: I MAESTRI: L’orologio

25 aprile 2017

di Tommaso Landolfi
[dal “Corriere della Sera”, lunedì 16 novembre 1970]

Per rendersi conto di quan­to siamo fragili, basta por mente alla minima avventura che mi accingo a riferire: in realtà del tutto insignificante, se non pel riguardo or ora precisato. Ma del resto, pen­sandoci meglio, chissà che il lettore non giunga a cavarne un’indicazione più positiva.

Ero in viaggio da due gior­ni: treni su treni, senza con­tare gli autobus, i tranvai, i vaporini, i tassì; dunque sbal­lottamenti a non finire; e fu­mo e polvere; e sonno arretra­to. Quando finalmente arrivai nella città dove intendevo so­stare, avevo la testa gonfia e mi bastava chiudere gli occhi per assopirmi, o piuttosto per cadere in una sorta di stupo­re, travagliato però da trabalzamenti e sussulti che mi rifingevano le circostanze e fa­tiche del viaggio. Insomma, era evidente che ormai abbi­sognavo di riposo. Sicché mi dissi: “Qui non c’è da lesinare; mi ci vuole un grande al­bergo, un albergo di lusso, uno di quelli in cui il cliente è un mostro sacro e la sua tranquil­lità un punto d’onore per tut­to il vario popolo dei locan­dieri”; e mi regolai in conse­guenza.

Uditi i miei desideri, mi fu assegnata una stanza partico­larmente riparata. Alla came­riera (anzi gentildonna) che con premura si informava se mi mancasse nulla, manifestai soltanto il timore di essere de­stato troppo presto, l’indoma­ni, da manovre mattutine del personale: allorché qualcuno magari ti tenta e ritenta l’u­scio per sapere se sei già usci­to. Ma ella sorrise e, riapren­do il mio proprio uscio, mi additò un cartellino pendente sulla sua faccia esterna; il quale da una parte era bian­co, e dall’altra recava in tre lingue la scritta: « Si prega di non disturbare ». Era cioè suf­ficiente voltare il cartellino dalla parte giusta (il che ella medesima fece) per dormire, giorno o notte, altrettanto giu­sti sonni.

Rassicurato anche su que­sto punto, passai ora all’esa­me o rassegna della stanza. Beh, una stanza che, come suol dirsi, ne valeva quattro: spaziosa, accogliente; e l’an­nesso bagno non era dei soliti sgabuzzini in cui se si alza il gomito destro non si può al­zare il sinistro, bensì grande quasi quanto la camera stessa; e, per appiccar gli abiti, non i soliti due avari ganci, ma un intero stanzino foderato di legno e fornito in copia di grucce (o, come talvolta son leggiadramente chiamate dalle donne, «omini»), nonchĂ© di altri aggeggi da indumenti; e così via con tutte le rimanen­ti comoditĂ  che l’affranto viag­giatore possa desiderare. NĂ© l’insieme si mostrava privo di una certa dignitĂ : i mobili non erano di serie, e perfino scopersi nel comodino (chie­do scusa pel particolare) un vaso da notte di maiolica fio­rita, un vero pezzo d’antiqua­riato.

In breve, la ricognizione mi lasciò pienamente soddisfatto; la mia naturale diffidenza, quale di chi affronti luoghi nuovi, si sciolse; ed io mi ab­bandonai fiduciosamente a quel benigno ricetto. Scivolai tra le coltri, spensi la luce; già già gli occhi mi si chiu­devano.

*

D’improvviso un rumorino da nulla, ma ben distinto nel silenzio notturno, un rumorino secco e brusco mi fece sob­balzare. Non ci badai, pure, stimandolo uno del tanti suo­ni decasionali che riaffiorano quando sia spento il frastuono del giorno; se non che, in ca­po a un tempo assai corto, quella specie di leggero schianto o scatto si ripetĂ©; e di nuo­vo si ripetĂ© dopo alcuni istanti. Allarmato, riaccesi la luce e scorsi alla prima, sopra l’uscio, un oggetto sfuggito alle mie precedenti osservazioni: vale a dire un di quei dannati orologi che hanno carica pra­ticamente infinita, ossia che si ricaricano da sĂ©, ma non sen­za dar luogo a codesti petu­lanti ed ineluttabili rumorini. Nella fattispecie, secondo mi fu facile constatare, l’orologio che avevo innanzi emetteva i suoi segnali allo scadere di ogni minuto primo.

Sommando, ora, a una na­tiva instabilità nervosa la gran­de eccitazione generata dalla stanchezza, si può immagina­re il mio avvilimento e quasi terrore: quel suono invero, sebbene contenuto, era più di quanto occorresse per impedirmi di prendere sonno, e ciò soprattutto in relazione alla sua implacabilità. Non ne avessi  riconosciuto il ritmo, dico, mi sarebbe forse stato possibile sfuggirgli, o almeno non sarei stato forzato ad attenderlo di minuto in minuto, con una tensione spasmodica dei sensi; tensione che, giusto di minuto in minuto, si fortificava colla sua puntualità al convegno.

D’altra parte, che fare? Chiamar qualcuno, cambiare stanza? Non ne avevo piĂą la for­za, tolto pure che s’erano fatte le due del mattino. Meglio valeva studiarsi di riportar ordine nella confusione dell’animo con mezzi meno empirici. Cercai di dominare lo sgomento e di risolvere il caso per sola forza di ragione. Il problema che mi si presen­tava era in sostanza quello di riuscire ad addormentarmi nel­lo spazio d’un minuto: ebbe­ne, non era forse problema in­solubile. Ad esempio, molte volte avevo avuto occasione di osservare quanto opinabile sia il tempo, non solo come valore assoluto o metodo uni­versale, ma anche, piĂą mode­stamente, come sequenza o durata: un minuto cioè, che considerato alla buona è tempo brevissimo, può in deter­minate circostanze risultare intollerabilmente lungo (e d’al­tronde tutti lo sanno). Per conseguenza io non avevo ora che da pormi o fingermi nelle debite circostanze, che da pro­vocare una dilatazione del tempo… eccetera con bubbole di diverso tenore.

Ben presto, voglio dire, mi avvidi che questo indirizzo razionale era in realtĂ  il meno atto a trarmi d’impaccio, pro­prio in quanto comportava una certa tensione dell’intel­letto (avversa all’invocato so­pore). NĂ© miglior sorte ebbi con alcuno dei numerosi e piĂą pedestri mezzi in uso tra co­loro che (si legge sulle cartel­le della tombola) « duran fatica a prender sonno ». La mia lotta contro il tempo, opi­nabile o meno, s’era qui fatta davvero impari: lui aveva dal­la sua, non solo l’estrema bre­vitĂ  delle soluzioni, ma soprat­tutto lo sconcerto che aveva saputo gettare nel mio animo. Ogni mio tentativo, con quel brigante appostato al canto di strada, era destinato al falli­mento; e difatto fallì, e ogni volta mi ritrovavo seduto sul letto, gli occhi sbarrati, fissi sull’orologio che del tempo era l’implacabile strumento.

Venne pure, il momento del­la riscossa, ma allora fu an­che peggio: a costo di sforzi inauditi o di torbida langui­dezza e di sprezzo del perico­lo mi riusciva di addormen­tarmi, magari profondamente, salvo che, entro un minuto, mi destavo (o meglio ero de­stato) di soprassalto… In con­clusione, una notte d’inferno. Da ultimo, coll’alba, col totale esaurimento ormai delle forze, ma in ¡specie coll’affondare e poi annegare del diabolico ru­morino nei maggiori rumori dell’albergo e della strada, da ultimo caddi non so come in un sonno di piombo; il quale fu tuttavia di breve durata e non servì per nulla a ristorarmi. Levatomi rabbioso e piĂą stordito della sera innanzi, non pensai che a fuggire.

Desideravo, ecco, riparare in uno di quegli alberghini di terza o quarta categoria, gra­veolenti se ci corre, in cui non sono orologi elettrici alle pa­reti; in cui, ti manchi qualco­sa, hai un bel seviziare il pul­sante del campanello, nessuno accorre; in cui, per dir tutto, ti senti abbandonato da Dio e dagli uomini, e pertanto li­bero di suicidarti o (qui vo­levo giungere) di seppellirti nel sonno. 

*

Era presto; il primo sole dorava anzi arrossava il sel­ciato, che si intravvedeva di là dalla bussola. Il portiere di giorno, appena entrato in ser­vizio, aveva il viso fresco, di­steso, e gli occhi ancora gon­fi di sonno: aveva dormito da pascià, lui. Stropicciandosi le mani, mi chiese per mera so­vrabbondanza di cuore:

« Passata una buona notte? »

« Oh sì — mentii —, il vo­stro è un albergo confortevo­le. Solo che… »

« Qualcosa che non anda­va? » domandò con espres­sione quasi d’orrore.

« Beh, se mai, quell’orolo­gio… »

« L’orologio elettrico sulla porta le ha dato noia! »

« Già: come fa a saperlo? »

« Lei non è il primo a la­mentarsene. Eppure è così fa­cile: uno ferma col dito la lancetta; sulla punta dei piedi, ci si arriva benissimo. In ogni caso, poteva chiamare ».

« E, fermata la lancetta, cosa succede esattamente? »

« Che si ferma anche lui, l’orologio, e non se ne parla piĂą ».

« Ma guarda! » esclamai con tutta la poca animosità di cui ero sul momento capace.

« Eh sì — ripeté senza ri­levare —, è facile. Perché, lo capisco, a certuni quel rumo­rino secco dà fastidio; magari non riescono ad addormen­tarsi ».

E, a tutto ciò, un solo fug­gevole commento: che questa storia non è tanto una storia di orologi, quanto di tempo in persona. Sempre, il tempo è sul punto di scadere, e sempre è appostato sul canto della via.

 


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart