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LETTERATURA: I MAESTRI: L’Ultimo anno del “Bertoldo”

12 aprile 2018

di Mosca
[dal “Corriere della Sera”, domenica 13 luglio 1969]

Gli ultimi anni del «Bertol­do » furono memorabili. S’in­tende, per noi che lo faceva­mo e per il gruppo di giovani, assai folto in verità, che ci se­guiva. Di questi giovani cono­sco non pochi, e continuo a co­noscere, ormai tutti coi capelli bianchi: non v’è città o paese in cui mi rechi dove uno non mi venga incontro per ricor­darmi il tempo delle «Lettere fra noi ». Erano lettere aperte che Gilberto Loverso ed io ci scambiavamo settimanalmente, e una fece scalpore, quella su Appelius, l’« annunciatore del regime », il quale, invariabil­mente, terminava i suoi pisto­lotti di propaganda con un re­pellente « Dio stramaledica gli inglesi ». Ora, è indubitato da tutti che non sempre, per ciò che hanno fatto, gli inglesi ab­biano meritato d’essere bene­detti, ma quell’anatema, se anche aveva radici in certo èmpito savonaroliano, era as­solutamente incivile, e nume­rosissimi erano gl’italiani che se ne sentivano profondamente offesi, specialmente i giovani.

Negli ultimi anni del fasci­smo era venuta formandosi, fra costoro, una schiera di de­mocratici che la democrazia avevano imparato non dai trop­po lontani e sconosciuti fuo­rusciti, ma da sé, per reazione a una dittatura che nelle diffi­coltà e nel pericolo mostrava i suoi volti peggiori. Quella let­tera contro Appelius, nella quale senza tanti riguardi e, ormai, senza più timori si di­ceva che ci rifiutavamo di ri­conoscere in quella voce l’e­spressione dei sentimenti del popolo italiano fu come un improvviso squillo di tromba dopo un infinitamente lungo silenzio. Il « Bertoldo » andò a ruba. Quando venne l’ordine di sequestro, era già esaurito. Fu ristampato e distribuito gratis. Nessun aperto provvedimento contro di me, ch’ero il diretto­re responsabile, ma un siluro segreto: il richiamo alle armi e partenza per la Tunisia, do­ve, di lì a pochi giorni, l’Ita­lia non avrebbe avuto che un’armata di prigionieri. Mi venne in mente il colonnello De Dominicis, che non cono­scevo, ma spesso inviava al « Bertoldo » lettere di plauso e d’incoraggiamento. Era a Mi­lano, in via del Carmine, al­l’ufficio reclutamento. Andai, mi presentai, mi chiese: «Chi le vuol male? », stracciò il ri­chiamo in Tunisia lo convertì in un richiamo al VII Reggimento in Piazza Sant’Ambro­gio. « Speriamo non se ne ac­corgano ».

Non se ne accorsero. E noi continuammo. Ricordi, Lover­so, le conferenze in viale Ro­magna, alla Casa dello Stu­dente? In prima fila Fuscà, amicissimo, capo dell’ufficio stampa della prefettura. Con gli occhi supplicava modera­zione, con l’animo era con noi. Gli studenti finivano in piedi sulle sedie e sui tavoli per ap­plaudire più alto. Chiedevamo che il fascismo si facesse da parte per lasciare a un gover­no democratico la guida del Paese.

Direte: ma erano gli ultimi mesi del fascismo, la baracca scricchiolava, ci voleva poco a fare gli eroi. Può darsi, ma alla Casa dello Studente non vennero altri a parlare, e le organizzazioni clandestine con­tinuavano a diffondere la no­stra lettera contro Appelius rimanendo clandestine.

Dal «Bertoldo» nacque, in­fine, La sommossa, l’unica com­media satirica rappresentata in Italia durante i vent’anni. Un atto unico. Nell’isola di Corcira tutti vestono la stessa divisa, e, sul cappello, una piuma oscu­ra, ma un cittadino, deciso a far la sommossa da solo, se ne mette una celeste e genera una rivoluzione che giunge fino alla rocca del Governatore, non solo padrone, ma anche creatore di tutto: prima di lui, difatti, l’al­ba, il tramonto, gli alberi, i fiori, gli elefanti, i cavalli non esistevano, e, per questo, ogni mattina, alle sette, una dele­gazione di metallurgici si recava a rendergli grazie.

Un atto unico non basta a riempire una serata, perciò ne scrissi altri due, L’anticamera e La giostra e portai il tutto a Luigi Cimara, a capo, allora, d’una compagnia della quale fa­cevano parte Laura Adani ed Ernesto Calindri. La tentazione era grande. « Ma senza il per­messo preventivo non possiamo far nulla» disse Cimara. «E a chi bisogna chiederlo? ». « A Zurlo ».

Chi era Zurlo? Un prefetto cui Mussolini aveva affidato il compito di gran censore. Aveva l’ufficio in via Veneto. M’acco­glie cordialmente, è un lettore assiduo del « Bertoldo », « Di che cosa ha bisogno? ». Dava del lei, non del tu. « Vorrei far rappresentare questi tre atti ». «Me li dia, appena potrò li leggerò, e le farò scrivere ». «Eccellenza (già a quel tempo il titolo era abolito) non posso aspettare. Fra questi atti ce n’è uno al quale è difficile che lei possa mettere il visto, e la compagnia non può metterlo in prova se non vistato. Gli altri due li legga quando vuo­le, sono innocenti ».

«Bene, venga domattina alle undici ».

Andai, aveva appena finito di leggere, e teneva in mano la matita con la quale non aveva fatto né un taglio né una mo­difica. Subito mi chiese: «Sa quanti anni ho? ». Esitai. Non è soltanto alle donne ch’è dif­ficile dire l’età. « Sessanta ». «Magari. Ne ho compiuti ses­santacinque, e fra pochi mesi vado in pensione. Se mi ci mandano in anticipo, niente di male. E poi la penso come lei. Eccole il visto e buona for­tuna ».

Non con tutti gli attori della compagnia posso rievocare i bei giorni delle prove. Cimara, che aveva la penna celeste, non c’è più. Ma la Adani e Calindri ricordano bene il me­raviglioso sapor di congiura che ebbero quei giorni, e Fuscà, che veniva a trovarci, a certe bat­tute esclamava: «Ma questo è impossibile! Mi mettete nei guai! », e noi, ogni volta, a mettergli sotto gli occhi il visto di Zurlo, fino a che anche lui non veniva preso nel gioco e non gridava: «Ma sì, ma tanti saluti, andrà come Dio vorrà! », e andò benissimo, a Milano — teatro Olimpia, oggi diventato un magazzino —, a Roma — teatro Eliseo —, e in tante al­tre città.

Mi fischiarono per La giostra, m’applaudirono per L’anticame­ra, per La sommossa gridaro­no evviva, sul palcoscenico saltò anche Fuscà, gli detti uno spin­tone, lo buttai giù: «Sei mat­to? ». E sì che, prima di ridere, ce ne avevano messo di tempo! Alle prime battute ebbero pau­ra. Silenzio di tomba. Poi, quando i metallurgici andaro­no a ringraziare il creatore de­gli elefanti e degli alberi da frutto, l’ilarità esplose, si perse ogni ritegno, i questurini sparsi nella platea risero anche loro, e c’era poco da ridere: sul no­stro povero Paese incombeva il disastro che di lì a poco ci avrebbe travolti come una va­langa.

 


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart