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LETTERATURA: I MAESTRI: Machiavelli mezzo millennio

29 settembre 2018

di Roberto Ridolfi
[dal ‚ÄúCorriere della Sera‚ÄĚ, sabato 3 maggio 1969]

Cinque secoli or sono (e per le vie di Firenze c’erano ancora dei fiori che le ave¬≠vano giuncate a calendimag¬≠gio) Niccol√≤ Machiavelli apr√¨ quei suoi puntuti occhi sul mondo. Cominci√≤ presto: guard√≤ le cose umane, lesse negli animi, lesse nei libri. Nessuno ha fatto caso a una singolarit√† della sua vita: es¬≠sa ci appare divisa con ma¬≠tematica precisione. La prima met√† esatta (ventinove anni) fu occupata dalla ¬ę continua lezione ¬Ľ delle cose antiche; anche se in effetto cominci√≤ fin da allora, sia pure in minoribus, quella ¬ę lunga esperienzia ¬Ľ delle moderne che occup√≤ i primi due quarti della seconda (quattordici anni e mezzo spaccati) nella Cancelleria della Repubblica fiorentina. Nel terzo quarto (sette anni e tre mesi) com¬≠pose tutte le sue maggiori ope¬≠re politiche e letterarie; nell’ultimo quarto, oltre a scrivere un po’ stancamente le Istorie, ¬ę starassi a ridere de¬≠gli errori degli uomini, poich√© non li pu√≤ correggere ¬Ľ: feli¬≠cissima espressione usata per lui dal Guicciardini e venuta in luce da poco.

Al termine, dunque, della ¬ę continua lezione ¬Ľ e della ¬ę lunga esperienzia ¬Ľ, da ci√≤ che aveva letto e veduto, tir√≤ le conseguenze col rigore di un sillogismo. Gli uomini erano quelli che erano, e che purtroppo sono rimasti; l’Italia a pezzi, sbriciolata in staterelli l’un contro l’altro ar¬≠mati, molti dei quali oltre passavano di poco le mura di una citt√† o di un castello; e tutti erano governati da po¬≠poli discordi o da certi prin¬≠cipi, dei quali egli ci lasci√≤ nell’Arte della guerra un ri¬≠tratto stupendo, simile al vi¬≠vo, anche se sembrerebbe piuttosto una feroce carica¬≠tura.

Il Machiavelli non era un moralista: era un politico, e i suoi teoremi politici scisse da ogni considerazione mo¬≠rale. Lo fece non senza un ¬ę contrariato patimento ¬Ľ; tra i crudi dettami gli sfugge a volte qualche sospiro. A un certo punto osserva: ¬ę Se gli uomini fussino tutti buoni, questo precetto non sarebbe duopo ¬Ľ. Invece erano ¬ę tri¬≠sti ¬Ľ e fu lui per primo a ri¬≠cercare le leggi di una trista scienza: leggi, non altrimenti che allora, buone pur oggi in tempi men feroci e pi√Ļ leg¬≠giadri.

Ma egli era anche un poe¬≠ta, facile ai sogni, e am√≤ la patria sua ¬ę pi√Ļ dell’anima ¬Ľ: una patria i cui incerti con¬≠fini sembrano talvolta slar¬≠gargli nel pensiero al di l√† di quelli che chiudevano il do¬≠minio fiorentino: come quan¬≠do rompe, in una lettera al Guicciardini, nel grido fati¬≠dico: Liberate diuturna cura Italiam! E del resto per lui, ch’ebbe il culto dello stato e aveva gi√† fitto gli occhi sulle nazioni d’oltralpe, i confini di uno stato mal potevano es¬≠sere le mura di una citt√†. Cos√¨, sogn√≤ nel suo cuore e form√≤ sulle carte quel ¬ę principe nuovo ¬Ľ, nel quale l’Italia ve¬≠desse, dopo tanto tempo, ¬ę uno suo redentore ¬Ľ.

Non era colpa sua se a con¬≠seguire questo, che fu per lui il summum bonum, se a me¬≠dicare quelle ¬ę membra tutte corrotte ¬Ľ non potevano ba¬≠stare i precetti della Politica di Aristotile. Nei Discorsi e nel Principe, non meno del rigore scientifico, non meno dell’acuta diagnosi e della spietata terapia, √® da ammi¬≠rare il coraggio. Il Machiavel¬≠li sapeva. Sapeva di mettersi, anche in quello, ¬ę fuor della regola ¬Ľ, come avrebbe detto il suo amico Guicciardini; sa¬≠peva di andare contro l’opi¬≠nione comune, contro la co¬≠mune ipocrisia; sapeva di prendere una via ¬ę non anco¬≠ra da alcuna pesta ¬Ľ: antive¬≠deva lucidamente, nello stu¬≠pendo proemio ai Discorsi, cosa fosse per lui l’avventu¬≠rarsi in quel pelago: era ¬ę non altrimenti periculoso (…) che si fusse cercare acque o terre incognite ¬Ľ.

*

Difatti gli and√≤ come gli and√≤. I suoi contemporanei non gli perdonarono di essere ¬ę extravagante di opinione dalla comune e inventore di cose nuove ¬Ľ: neppure chi aveva un ingegno come il Guicciardini, che scrisse quel¬≠le parole e che lo ammir√≤, ma non senza un po’ d’impa¬≠zienza n√© senza qualche iro¬≠nia. Fu ¬ę posto a segnale di colpe, perch√© maestro e per¬≠ch√© infelice ¬Ľ. Per secoli e se¬≠coli il suo nome, al quale fu detto nessun elogio esser pari, divenne quasi un marchio di infamia: ne furono coniati sostantivi e aggettivi, avverbi e verbi. Da lui presero nome le arti peggiori; a lui furono imputati perfino le lacrime e il sangue onde grondano gli allori di certi grandi della terra assidui a leggere le sue opere, da Caterina de’ Medici a Napoleone, ch’era anche lui un ¬ę principe nuovo ¬Ľ.

E anch’oggi, dopo che stu¬≠diosi, filosofi, biografi ebbero finalmente fatto giustizia di tanta ingiustizia, il segno √® rimasto: si possono debellare i giudizi dei don Ferranti, non i pregiudizi passati in proverbi, n√© i vocaboli entrati nei vocabolari e nel linguaggio di tutti. Basta che un Valentino odiernissimo, in Russia o in Arabia o nell’Africa nera, fac¬≠cia all’ingrosso quello che il Borgia faceva al minuto, per¬≠ch√© quei sostantivi e quegli aggettivi si riaffaccino nei no¬≠stri discorsi; quando non ba¬≠stino a farli ricomparire i me¬≠diocri inganni, le slealt√†, i tradimenti di cui √® piena, nel¬≠la politica, nei commerci, in ogni privato o pubblico af¬≠fare, la quotidiana vita degli uomini. E si fa ingiuria cos√¨ non soltanto a un rigoroso fi¬≠losofo della storia ma a un uomo, oltre che generoso e appassionato, buono e leale; a chi pot√© dire di s√©, in una sua famosa lettera, verissima¬≠mente: ¬ę Della fede mia non si dovrebbe dubitare, perch√©, avendo sempre osservato la fede, io non debbo imparare ora a romperla (‚Ķ); e della fede mia n‚Äô√® testimonio la povert√† mia ¬Ľ. Alla quale testimonianza √® da aggiungere quella di Francesco Vettori, che pi√Ļ di altri lo pratic√≤ e lo conobbe: ¬ę √ą povero e buono; e dica chi vuole altrimenti, che in fatto √® cos√¨ ¬Ľ. In verit√†, io non saprei dire chi mai fosse meno machiavellico di Niccol√≤ Machiavelli.

*

Mezzo millennio, e pare co¬≠s√¨ moderno. In questi cinque secoli la sua fama √® venuta sempre crescendo: e crescer√† tuttavia, finch√© valga il rigor del pensiero. Ma non √® solo questa la ragione della sua grandezza, n√© il suo genio, n√© il suo coraggio di novatore. Gino Capponi, che di lui ci lasci√≤ un ritratto stupendo an¬≠che se maculato dai soliti pre¬≠giudizi moralistici, scrisse: ¬ę Alla fierezza, alla potenza ineguagliabile del suo stile, al¬≠to e popolare nel tempo me¬≠desimo, che ha del solenne e dello sprezzato, a quegli ef¬≠fetti, i quali vengono dallo scrittore, si deve, io credo, certa sovrana autorit√† che ai suoi dettami venne conces¬≠sa ¬Ľ.

E lo credo pur io. Se que­gli stessi pensieri, mirabili per acutezza e novità, rigore e vi­gore, li avesse paludati, se­condo il gusto del tempo, in un volgare ampolloso e stuc­chevole o costretti addirittu­ra in un male imbalsamato la­tino, forse solamente le storie letterarie oggi un poco ne par­lerebbero.

La fama del Machiavelli politico e filosofo della storia dipende per molta parte, dunque, dalla grandezza dello scrittore. La sua prosa, a paragone di ogni altra della stessa et√† e della stessa patria, rende un suono molto diverso: basta un periodo, una frase, a farlo riconosce¬≠re tra mille. Bisognava esser sordi per creder del Machia¬≠velli la famigerata Descrizio¬≠ne della peste, soltanto perch√© ce n’era una sua copia autografa: quasi che, a ricono¬≠scere il Machiavelli, lo stile non contasse pi√Ļ dell’auto¬≠grafia.

Fu quell’inganno a far fa¬≠voleggiare il De Sanctis di un Segretario fiorentino che ¬ę si mette la giornea e boccacceggia ¬Ľ. Un giudizio temerario: che per√≤ il critico si fa per¬≠donare, prendendosela subito dopo con certi che ¬ę gonfiano le gote in aria di pedago¬≠ghi quando in quella divina prosa trovano slegature, scor¬≠rezioni e simili negligenze ¬Ľ. Aveva detto poche righe pi√Ļ su, acutamente: ¬ę difetti delle sue qualit√† ¬Ľ. O bravo. ¬ę Di¬≠vina prosa ¬Ľ: prima di allora s’era parlato soltanto, e sol¬≠tanto per i sommi poeti, d’una ¬ę divina poesia ¬Ľ.

*

Come quelle ¬ę negligenze ¬Ľ non mancano nel Machiavel¬≠li scrittore, cos√¨ non manca¬≠no gli errori nello storico e nel politico; ma chi s’indu¬≠gia a rilevarli m’ha tutta l’aria del pedagogo sbeffato dal De Sanctis, e verrebbe la voglia di ribattergli non altrimenti che a quello: ¬ę difetti delle sue qualit√† ¬Ľ. Senza contare poi che a far le sue qualit√† sono anche i difetti. Comin¬≠ci√≤ fino da allora il Guicciar¬≠dini nelle Considerazioni ai ¬ę Discorsi ¬Ľ. Osserva Guido Mazzoni: ¬ę Con irriverenza, si direbbe che lo segue come Sancho Panza va dietro a Don Quixote ¬Ľ. Si vorrebbe poter replicare a messer Francesco che, s√¨, ha ragione lui, col suo senno, col suo buon senso, con la sua pratica delle cose; ma non ha capito che, come io scrissi, quegli errori non sono altro che i ciottoli del¬≠le nuove strade aperte dal Machiavelli. Nel quale non bisogna cercare le piccole verit√†, ma le grandi divinazioni.

Se si volesse ridurre la sua grandezza in poche parole, in una pillola come oggi piace, bisognerebbe metterci prima di tutto quelle divinazioni, il suo spirito poetico e profetico, la sua passione, la sua ¬ę divina prosa ¬Ľ, la coraggiosa affermazione dell’autonomia della politica: la quale basterebbe anche da sola a porlo, come fu detto, ¬ę fra i grandi creatori del mondo moderno ¬Ľ.

 

 


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Invito tutti a non inviarmi pi√Ļ libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso pi√Ļ accontentare nessuno. Cos√¨ pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart