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LETTERATURA: I MAESTRI: Mailer. L’occhio nero del clown

23 febbraio 2016

di Romano Giachetti
[da “La fiera letteraria”, numero 40, giovedì, 5 ottobre 1967]

New York, settembre

La lucida pazzia dell’America del Vietnam ha messo di nuovo in ebol­lizione quel pentolone fantasmagorico che è la mente di Norman Mailer. Professionisti della protesta e ricama- tori di leggende critiche si sono dati ancora una volta appuntamento per la pubblicazione dell’ultimo libro del­l’autore di Il nudo e il morto. Da una parte è proprio ciò che lui voleva; dall’altra ne aveva una sacrosanta paura. La storia si ripete con disar­mante puntualità: Abbasso questo moccioso ficcanaso! Evviva l’eroe del nostro tempo! In realtà è pur sempre l’americano qualsiasi che ne fa le spe­se, per quella gran manìa che lo di­stingue di star sempre lì a guardarsi allo specchio delle proprie disavven­ture.

L’America è in guerra, e ragioni politiche e psicologiche che spieghino il fatto ne sono state trovate a doz­zine: dalla necessità del baluardo stra­tegico capace di arrestare l’avanzata del comunismo, alla valvola di scari­co di un’economia tutta retta su fat­tori arcicomplessi; dall’arroganza del paese giovane e forte (il più giova­ne e il più forte, tutto sommato), al­l’incapacità di essere nient’altro che l’America, con tutto quello che esso comporta. Ma, si deve esser chiesto Mailer, che ne è dell’americano me­dio, è proprio scomparso nella vora­gine impersonale degli interessi na­zionali? Non è pur sempre lui che fa la guerra armato di fucile? Perché tante marce di protesta in patria e al­lo stesso tempo la cieca obbedienza (salvo rarissimi episodi) alla chiama­ta militare e sul campo di battaglia? Che cos’è, dunque, quest’uomo che continuiamo a chiamare americano ma che certamente ha ben poco in comune con l’americano ottimista e sereno, coraggioso e spregiudicato, « forte come una zolla di terra » e so­gnatore come una ragazza, la cui im­magine invase il mondo negli Anni Trenta e Quaranta?

Prima di affrontare queste doman­de, e come loro prologo, Mailer ave­va dato fondo a un altro sacco di la­mentazioni pungenti con il romanzo Un sogno americano, ma quella era materia di una ben diversa attualità: più che riguardare un sogno, cercava di decifrare il sogno americano vero e proprio, quell’insieme di fattori che in pochi secoli ha permesso a un ma­nipolo (poi moltiplicatosi) di europei di mettere a pascolar pecore i riotto­si nativi del continente e quindi, a tempo e luogo, di fare i conti con ciò che erano venuti a cercare di qua dall’Atlantico. Il risultato, com’è noto, fu un mediocre romanzo pieno di fattac­ci diluiti in un boccettino di lette­ratura seria, e un evanescente film messo insieme nella mai deludente cucina hollywoodiana, mediocrità ed evanescenza, beninteso, che permisero all’autore di raggranellare in poco tem­po « una piccola fortuna con cui pa­gare un mucchio di debiti », come ha dichiarato lui stesso. Il che, si capi­sce, è anche un altro modo di essere americani.

Con Perché siamo nel Vietnam?, Mailer tenta invece di andare a grat­tare le radici umane e ambientali che trasformano con tanta « apparente leg­gerezza » un Mr. Smith dabbene, « biondo come il grano e chiaro come un uovo », in un truce soldato arma­to « fino al sedere ». Il libro è uscito ora e, come ho detto, se ne parla già parecchio; ma certamente delude su­bito chi, nonostante si tratti di un romanzo, riteneva che la lettura lo scaraventasse direttamente nell’infer­no vietnamita. Del Vietnam, infatti, Mailer non parla: lo menziona solo nell’ultima riga dell’ultima pagina, quando il giovane protagonista par­te per la guerra. L’importante, ovvia­mente, è ciò che viene prima, ciò che spinge il ragazzo texano ad allinear­si, a dire sissignore mentre impreca tra i denti: il suo crescere, insomma, come un americano.

Naturalmente, il vero protagonista del libro è Norman Mailer stesso, e non perché il romanzo sia autobio­grafico, tutt’altro; ma perché Mailer scrive fiumi di parole e finisce sem­pre con l’intasare il trogoletto della sua vicenda personale, che è in fin dei conti quanto gli interessa fare: testimoniare con la sua esistenza, tut­ta tesa a non perdere nemmeno un sussulto, a favore del suo essere un caleidoscopio delle cosiddette reazioni americane alla vita e al mondo. E po­co importa che una risposta chiara non sappia mai darsela. Io l’ho visto poche settimane fa alla televisione, questo scrittore così strafottente, in una delle solite tavole rotonde sulla guerra, ed era così insicuro e svaga­to da suscitare una specie di acida tenerezza, tanta era la sincerità del suo represso dolore. Ora, un uomo che vive e quasi sempre scrive pun­zecchiato da questo represso dolore, potrà sbagliare ed essere colpevole della stessa arroganza di cui accusa il suo Paese, ma difficilmente raccon­terà frottole. Perché siamo nel Viet­nam? ha stuzzicato subito gli appeti­ti della grossa artiglieria del mondo letterario americano (il New York Times ha preceduto tutti con un at­tacco addirittura frontale), ma la vi­cenda del giovane D. J. è riconosciuta in ogni parte degli Stati Uniti come autentica, e i conti dell’autore tornano.

Il giovane D. J., dunque, cresce come ogni eroe post-hemingwayano de­ve crescere: con una forte sete di scor­ribande geografiche e un malcelato stupore di fronte alla tiepida cuccia casalinga; e come uno scervellato so­gnatore e un nevrotico scommettitore sulla fragilità della vita. L’America di oggi non sarà tutta qui, ma è an­che questa: ha in corpo la girandola delle trasformazioni industriali più recenti, i cerchi concentrici dell’evo­luzione e dell’involuzione politica, il perpetuo terrore di sbagliare moral­mente di fronte alla morte (degli al­tri); ma ha anche imparato a fare te­soro del suo passato. Eppoi la stessa dislocazione dei suoi miti è ridotta dal progresso scientifico, per cui non è assurdo che lo scrittore ebreo di Brooklyn voglia oggi identificare un aspetto del suo eroe prediletto con la faccia lentigginosa e sorniona di questo figlio delle praterie. Dopotut­to, dalla morte di Kennedy il Texas è di moda, i comici imperversano alla radio e alla televisione imitando lo strascicato e cantilenante accento su­dista, e tra l’altro, è proprio il Sud che sobilla compatto il Presidente per una conclusione vittoriosa della campagna vietnamita. In questa scel­ta, Mailer non ha limitato i motivi d’astio che gli sono propri da sempre, ma come biasimarlo se si permette un umanissimo giudizio da nordista? A pochi passi da tale giudizio ci sareb­be la furia del ribelle, ma Mailer non è un ribelle « accreditato »: anche quando partecipa alle marce della pa­ce lo fa perché anche quello è essere americano.

Lo chiamano clown per questo: pa­gliaccio dalle mille espressioni. E lui ci sta. La copertina di questo suo li­bro contiene due sue fotografie: una seria, in bianco e nero, da scrittore, e l’altra a colori, con Mailer con un occhio nero. Pestato da chi? « Be’ », spiega in un’intervista concessa… a se stesso, « c’è un mucchio di gente che va in giro dicendo che desidere­rebbe vedermi preso a pugni, e io ho pensato che non gli faccia bene te­nersi in corpo tanta rabbia insoddi­sfatta ». Se ci mettiamo un po’ di sar­casmo arriviamo all’America di Saroyan e di certi personaggi steinbeckiani, che Mailer intende puntualmente condensare. Come spiegare altrimenti, se no, le peripezie del giovane D. J. che, in una vena delle piĂą comiche, viene condotto dal Texas a una lunga battuta di caccia all’orso nell’Alaska col padre e l’amico Tex, per trovarsi poi a fronteggiare nientemeno che una gara di resistenza sessuale, che non vincerĂ  nĂ© perderĂ , col giovane amico anche lui dannato da un’insaziabile sete di conquista, e che come lui fi­nirĂ  nel Vietnam?

Se poi fosse sufficiente riassumere la trama del racconto, ci sarebbe po­co da aggiungere, forse l’episodio sa­liente del momento in cui D. J. si sen­te finalmente tanto vicino a suo pa­dre, mentre cacciano un orso e non si avvedono della presenza del Nick di Hemingway. E una breve descri­zione della struttura del romanzo, al­talenante com’è da un capitolo di « se­gnali radiofonici » (non dimentichia­moci di Dos Passos e del fatto che Mailer è pur sempre l’autore di Pub­blicità per me stesso, il che significa: chi lo poteva trattenere dall’intervenire direttamente, lui che se ne fosse capace castigherebbe anche un mono­logo di Amleto con una delle sue in­terminabili tirate?) a un chap (ab­breviazione slang di « capitolo », mai usata ma ora sicuramente destinata all’imitazione) di racconto vero. Ma il nucleo più importante del libro è altrove.

Se torniamo per un momento agli Anni Trenta e Quaranta e li confron­tiamo con l’America di oggi, non possiamo non vedere quanto più deci­sa, concludente e semplice fosse la nazione di allora. Si era all’indomani prima di una crisi economica catastro­fica, poi di una guerra; c’erano al­cune cose da fare, cose ovvie alla men­talità corrente, andavano fatte e furo­no fatte. Non solo non c’erano alter­native, non c’era nemmeno bisogno di alternative. Oggi le cose sono diverse. D. J. è animato da un furore fosco; ha certamente la stessa potenza vita­

le di suo nonno e di suo padre, ma non sa dove indirizzare questa sua energia. Gli hanno come tarpato le ali, dipende troppo dagli altri, dal si­stema, dalla meccanizzazione. Stanley Kauffmann ha scritto su The New Republic che una delle caratteristiche di Mailer è di « rappresentare così bene la condizione umana americana da farsi proprio simbolo della nostra in­capacità — come artisti, intellettuali, e individui — di usare nel modo do­vuto il materiale di cui disponiamo ». La stroncatura è inavvertitamente l’elogio migliore che si potesse fare a un libro volutamente caotico e, di­rei, indifeso.

Perché, in fondo, non sono proprio questi due elementi — un certo caos di sviluppo e una vulnerabilità rab­biosa — che disegnano il profilo di Norman Mailer, di D. J., e di milioni di altri americani? Mailer ne è con­sapevole, naturalmente. E non per­ché sembra riprendere il discorso la­sciato interrotto dal giovane Holden e dalle sue scorribande pre-intellettualizzate (da notare la manomissio­ne dello stesso nome di J. D. Salin­ger), ma proprio perché se ne disco­sta altrettanto quanto l’americano de­gli Anni Sessanta si discosta dal mo­dello del decennio precedente.

Anatole Broyard, nell’edizione del Times che ospitava la suddetta inter­vista, avanza l’ipotesi che se le bar­riere della censura non fossero semi­cadute in America, Mailer sarebbe stato costretto o a trattare le attività sessuali del suo personaggio con più riguardo (e quindi, precisa, con più profondità) o a cambiare tono. Il che può anche essere, dato che c’è del vero in ciò che il critico dice, che cioè il libro ha l’aspetto di « una cor­sa a ostacoli sessuale nel campo di addestramento della vita contempora­nea » prima della partenza dell’eroe per il Vietnam. Ma limitarsi a con­siderare come conclusiva una tale os­servazione equivarrebbe a dimenticar­si che tutto il processo di crescita di D. J. dal lato sessuale esplode poi alla fine nella drammatica scoperta che perfino il possesso di quell’arma di sopravvivenza gli è negato: lo stimolo liberatore gli sale infatti dalle visce­re, sì, ma sotto la coperta che cova il suo calore di vergine non c’è una ragazza, c’è l’amico Tex.

A questo punto vien fatto di do­mandarsi se l’istinto di uccidere che « accomuna in quel momento i due amici e li rende gemelli » non abbia in fondo che il più elementare valore simbolico, se cioè la loro impotenza a trovare una soluzione al dilemma non funzioni come la guerra nel Viet­nam funziona per gli Stati Uniti. Mai­ler non si pronuncia. L’unica cosa certa è che subito dopo il « fattaccio » i due giovani partono soldati. Anche il momento di perfetta intesa col pa­dre rimane per D. J. nel limbo delle operazioni mai concluse. Si tratta dun­que di un serpente che si morde la coda? Ciò che sappiamo è che è un serpente arrabbiato. Come qualcuno ha rilevato, non è possibile citare più di mezza frase di questo libro senza imbattersi nell’uso più prolifico del vocabolario da strada dell’America di oggi. C’è sesso dappertutto, i perso­naggi vengono presentati con un rias­sunto delle loro attività sessuali pre­cedenti all’azione, il Texas stesso as­sume un valore mitico virile rispetto all’America, mentre il contrappunto è creato dalle voglie sospette che D. J. trascina a dirompere nella fredda Ala­ska. Ma c’è soprattutto confusione, sospetto, irrequietezza e paura, una paura che in qualche modo va calma­ta, magari con in mano un fucile mitragliatore.

C’è una lunga, monocorde disputa con se stesso che travaglia tanto D. J. quanto l’autore. Il vantaggio di Nor­man Mailer sul giovane consangui­neo sta nel fatto che lo scrittore sa ridere di se stesso. Tra tanta serietà, egli trova modo di descrivere ancora una volta le sue intenzioni letterarie quando prende garbatamente in giro il fior fiore degli scrittori americani di oggi e si autodefinisce come « il più serio candidato alla presidenza del mondo letterario ». Il più serio? Ma certo, risponde Mailer: « Burroughs, Nabokov e Malamud hanno molto talento, ma non hanno voglie presidenziali. Bellow e Algren an­drebbero bene, ma un capo di quel genere non può venire da Chicago: all’est faremmo una rivoluzione. Quan­to a William Styron, se non sbaglio, nessuna idea pericolosa ha mai fatto capolino nella sua mente. La sua men­te è felice come un’ostrica vergine, e quando mai si è visto un’ostrica ver­gine minare le fondamenta? Mentre io, modestamente, da quel lato faccio del mio meglio. Non sono forse il clown letterario numero uno d’Ame­rica? ».

Quanto a questo, sono in molti a dargli ragione. Ma poi lo scherzo ri­prende le dimensioni volute di una pausa nella lunga marcia di avvicina­mento all’ideale di perfezione che scompiglia da anni il « modo di es­sere americano », e la risata si fa ama­ra. Forse tra poco altri scrittori, for­se Norman Mailer stesso, si domande­ranno cos’è successo nel frattempo a, D. J. Avrà imparato anche lui a ride­re di se stesso, o il « represso dolo­re » della sua crescita complicata avrà preso definitivamente il sopravvento?

 


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Bart