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LETTERATURA: I MAESTRI: Marcel Aymé: Umorismo pudico e feroce13 agosto 2012
di Lorenzo Bocchi Parigi 15 ottobre. Lo si vedeva qualche volta alle «prime» teatrali, taciturno, lento, imbronciato, il capo sempre piegato all’indietro perché riusciva ad alzare a fatica le palpebre. Era un timido, ma non un pigro. Marcel Aymé, che è morto sabato notte, era un uomo di poche parole (e di pochi amici, perché aveva un senso profondo della libertà e preferiva manifestarlo con la più spietata satira) ma un narratore fecondo e straordinario. Invitato nell’autunno del 1949 dal periodico Colliers a visitare gli Stati Uniti e a scrivere articoli sulla vita americana, aveva riassunto le sue impressioni d’oltre Atlantico, dichiarando: «Gli ascensori francesi arrivano prima». Non aveva neppure creduto necessario di precisare che essi hanno molti meno piani da servire. Come molti timidi era di un coraggio eccezionale. Durante i tristi tempi dell’occupazione tedesca aveva portato al giornale un articolo in difesa degli ebrei e a chi gli aveva fatto osservare i rischi di tale scritto aveva risposto: «La sola ragione cheabbiamo di scrivere è di dire qualcosa. Cosa importano le conseguenze!». Alla liberazione aveva denunciato con lo stesso coraggio lo scandalo dell’arresto dello scrittore Maurice Bardèche, cognato del fucilato Brasillach e autore del saggio sequestrato «Norimberga o la terra promessa». Scrivere, per lui, era essenzialmente raccontare una storia. E raccontarla con la lingua parlata, di tutti i giorni. Per molti Marcel Aymé era un umorista, un umorista dell’assurdo che si divertiva a dare del mondo un’idea sorprendente, facendone l’asilo integrale della stupidità e della follia e sottraendolo spesso alle leggi dello spazio e del tempo. Era in fondo un moralista, un filosofo, che sapeva essere negatore quanto Sartre. Non aveva una grande idea dell’uomo, (e questo spiega il numero ristretto dei suoi amici). Nel suo universo solo i bambini, gli animali e qualche privilegiato — quasi sempre dei deboli o dei vinti – sono immacolati. Tutti gli altri sono marcati dal peccato originale, anche se egli ha sempre lasciato loro la possibilità di salvarsi. Aveva due tastiere: quella dell’humour pudico, che celava un’immensa pietà per l’individuo, per le sue qualità, i suoi difetti, le sue gioie e le sue pene, e quella dell’humour feroce, riservato alle collettività più diverse, agli snobs, ai politicanti, ai nuovi ricchi, ai giudici ipocriti, ai falsi profeti, ai fanatici, ai manichei. Se ne era abbondantemente servito in un libro esplosivo Le confort intellectuel che attaccava tutte le mode letterarie di Saint Germain des Prés sotto la forma di un dialogo fra uno scrittore e un borghese. Ad un certo momento vi si parlava della decadenza di una famiglia di mercanti di vino all’ingrosso. I bambini di tale famiglia si erano sempre comportati a scuola da eccellenti cretini. Dopo di che diventavano persone amabili, buoni mariti, buoni padri, eccellenti commercianti. Ma un giorno uno di questi rampolli si era messo a capire Virgilio e Racine, e a mietere tutti gli allori della sua classe. La famiglia, con la morte nel cuore, lo aveva mandato a continuare i suoi studi a Parigi. Il giovane aveva così scoperto le arti e la letteratura, le rivistine d’avanguardia, il socialismo, la poesia. Non solo, ma aveva convinto la sorella a raggiungerlo nella capitale per iniziarla ai misteri della nuova letteratura. E la ragazza si era lasciata mettere la testa sottosopra dal surrealismo, dall’esistenzialismo, dal froidismo, dalle nozioni sempre un po’ confuse di rifiuto, di rivolta, di libertà, di assoluto. Non c’era bisogno di più per rovinare definitivamente la famiglia e con essa il commercio dei vini. Marcel Aymé era nato a Joigny il 28 marzo 1902. Il padre era fabbro ferraio. La madre era morta quando luì aveva soltanto due anni Era stato allevato dai nonni. A dieci anni era entrato in collegio. «Sono stato un allievo molto mediocre — doveva confessare più tardi — è vero che i bambini non amano infilare un grembiule nero e sedersi sui banchi quando degli uccelli cantano dietro i vetri della finestra». Era riuscito ugualmente a strappare la licenza liceale ed era andato in Germania a studiare il tedesco. Vi era tornato per fare il servizio militare, nella Renania allora occupata dai francesi. Era venuto a Parigi nel ’23 con vaga intenzione di frequentare la facoltà di medicina. Ma costretto a guadagnarsi da vivere aveva fatto l’impiegato di banca, l’agente di una compagnia di assicurazioni, il commesso e infine il giornalista. Il suo primo romanzo, Brule bois, è del ’25. Due anni dopo Gallimard gli aveva pubblicato Aller et retour. Nel ’29 La table aux crevés di ambiente rustico gli aveva valso il premio Renaudot. Ma il successo era arrivato con le centoquarantamila copie vendute de La jumente verte. Jean Anouilh ha detto oggi che Aymé sarà ricordato al fianco di La Fontaine: pensava certamente alle straordinarie favole del suo Chat perché, magari a quel bue che alle ragazzine venute a consigliargli di procurarsi una certa istruzione, risponde: «Ditemi piccine, non avreste forse voglia di imparare a ruminare?». Pure drammaturgo, Aymé ha dato al teatro francese diverse opere, le più note delle quali sono Lucienne et le boucher (rappresentata nel ’48 al «Vieux Colombier» ma scritta nel ’32), Clérambard e La têle des autres che suscitò molto scalpore perché se la prendeva con una certa magistratura. Aveva dato molto anche al cinema, come autore di dialoghi, il che ha del miracoloso da parte di un uomo famoso soprattutto per i suoi silenzi. La traversée de Paris, il bel film di Autant-Lara, interpretato da Jean Gabin e Bourvil, è la riduzione cinematografica di una sua novella. Letto 409 volte. 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