Libri, leggende, informazioni sulla città di LuccaBenvenutoWelcome
 
I miei libriRivista d'arte Parliamone

La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

Piante e fiori del mio giardino e altre bellezze: qui
Download VIVERE CON L'ACUFENE.

LETTERATURA: I MAESTRI: Maremma amara

22 settembre 2018

di Roberto Ridolfi
[dal ‚ÄúCorriere della Sera‚ÄĚ, gioved√¨ 30 luglio 1970]

La Maremma √® morta da un pezzo, la mia vecchia Maremma; ora muore anche quel poco che ne sopravvisse e muore perfino il suo mito fra i giovani d’oggi: molti ne par¬≠lano che non sanno neppure che fosse. Quando ho preso a scombiccherar questi fogli, mi rigiravano nella mente cer¬≠te vecchie assonanze cantate a veglia dagli stornellatori: Tutti dicon Maremma, Ma¬≠remma; / ma a me mi pare una Maremma amara: / l’uc¬≠cello che ci va perde la pen¬≠na, / il giovan che ci va per¬≠de la dama.

Amara fu, ai bei d√¨, certa¬≠mente: amara e forte come gli aromi dei suoi tomboli salma¬≠stri, dei suoi forteti, dove gli effluvi dei ginepri, dei pini e delle mortelle si mescolavano all’odore acre del mare. L’ama¬≠ro a me √® sempre piaciuto: per me, √® l’aperitivo e il to¬≠nico della vita; se, da vec¬≠chio toscano, non mi dispia¬≠cessero l’enfasi e la rettorica, questo della Maremma direi di averlo nel sangue fino dal giorno ch’io nacqui, venutoci per il maremmano feudo degli avi. Di fatto, non metafo¬≠ricamente, c’entr√≤ poco dopo con certe febbri malariche che mi buscai a sette od otto an¬≠ni, in quel di Vada, nella fat¬≠toria dei nonni: della quale, lavorando molto d’immagina¬≠zione, avrei potuto perfino fi¬≠gurarmi che un lembo mi ap¬≠partenesse come mia parte del¬≠la dote materna; intanto co¬≠desto lembo ideale realissima¬≠mente me lo godevo.

Di quelle febbri, che preco¬≠cemente mi consacrarono ma¬≠remmano, io fui fiero come di una iniziazione: le ostentai come un marchio, una cicatrice onorevole. N’ero orgo¬≠glioso fin quando mi faceva¬≠no ingozzare cucchiaiate su cucchiaiate di ¬ę Esanofele ¬Ľ: siano state quelle o altro, alla lunga le febbri se ne anda¬≠rono; ma se guarii di quel male, il mal di Maremma rest√≤.

*

Passarono forse dieci anni senza che pi√Ļ ci tornassi. Ma se mi capitava di sentirne parlare e anche di udirne o di vederne scritto il nome sol¬≠tanto, s√Ļbito tornava a pun¬≠germene la nostalgia. Quando il Corriere della Sera pubbli¬≠c√≤ la Canzone della diana di Gabriele d’Annunzio, comin¬≠ciai a leggerla straccamente, non so perch√©: allora avevo dodici anni e non potevo mi¬≠ca accorgermi che quella diana pareva suonata, pi√Ļ che con una tromba, con un trom¬≠bone. Ma mi bastarono le terzine O terra di sepolcri e di forteti, / Maremma, canto la tua razza equina, per farmi galoppare la fantasia dietro i cavalli bradi, risentire a un tratto gli effluvi delle resine liquefatte sotto il solleone, i misti aromi dei ginepri e del mare. N√© i versi che seguiva¬≠no (la ben crinita razza che disseti / nel sarcofago tolto alla ruina…) mi sapevano di rettorica, avendo visto anch’io dei cavalli abbeverarsi in un sarcofago etrusco. Salute, o terra degli Aldobrandeschi!

Ci tornai finalmente sul fi¬≠nire dell’adolescenza e la ri¬≠trovai (o cos√¨ mi parve) qua¬≠le mi aveva incantato nel co¬≠minciare dell’infanzia: amara, forte, selvaggia. E potei cono¬≠scerla meglio, come prima non avevo potuto e come non sa¬≠rei stato a tempo pi√Ļ tardi nel solo modo in cui era dato conoscerla, intenderla, pene¬≠trarla fin nel profondo: profondandola e vagheggiandola col fucile in spalla.

Bisognava avvolgersi nei for¬≠teti per gli stradelli e i salitoi praticati dai cinghiali; contemplare dall’alto di uno scoglio quel selvaggio mare di piante, le ¬ę lame ¬Ľ acquee che tagliavano il folto, lucci¬≠canti al sole come lame d’ac¬≠ciaio dove i paglieti non le coprivano. L’elleraie e i gro¬≠vigli delle vitalbe grondavano dagli ontani e dagli olmi se¬≠colari. Bisognava arrabattarsi nei marrucheti, arrischiare certi tiri impossibili a bec¬≠cacce sbaluginanti per un at¬≠timo nel fitto dei lecci: Quand l’oiseau monte en fl√®che / ti¬≠re haut et toi dep√™che. Qual¬≠che volta, dopo il frullo della beccaccia, capitava di vedere, o piuttosto di sentire, lo stolzo del cinghiale ¬ę alla lestra ¬Ľ. Nella macchia mi aggiravo le intere giornate; ne uscivo sol¬≠tanto per asciugarmi al fuoco odoroso dei ginepri e delle sabine, dopo essere andato a guazzo in qualche ¬ę lama ¬Ľ, o per galoppar nelle prata a gara coi butteri. La sera mi cibavo di quei cibi semplici e forti. Vecchia Maremma.

*

Fu simile a un sogno, breve come la felicit√†. Poi, anche per me, ci fu la guerra; poi un’altra guerra: la vita. E metto tra le poche fortune che m’hanno mai arriso quel¬≠la di aver potuto, prima di affrontar l’una e l’altra che mi fecero uomo anzitempo, fortificarmi d’una esperienza cos√¨ virile. ¬†Proprio alla fine di un’era, alla fine di un mon¬≠do, feci ancora in tempo a godermi una natura e una vi¬≠ta che sopravvivono soltanto nel ricordo di pochi soprav¬≠vissuti.

Le ritroviamo intatte in qualche tela del Cecconi e nelle Giornate di caccia di Eugenio Niccolini: ma non so quanti conoscano quella bella prosa toscana, dove Ga¬≠briele d’Annunzio trov√≤ ¬ę fre¬≠schezza e verginit√† di lingua, misteriosa efficacia nel rap¬≠presentare il movimento e il colore, inimitabile semplicit√† ¬Ľ. E confessava candidamente di temerne il paragone, se si fos¬≠se trovato a metterle accanto la sua (che sapeva un po’ troppo di lucerna e di glos¬≠sario).

Uno di quei racconti narra l’incendio dei boschi di Portovecchio e la disperazione dello scrittore, che s’affatica e s’abbruciacchia insieme a pochi braccaioli per tentare di spegnerlo; e la sua collera improvvisa quando uno, cre¬≠dendo di consolarlo, gli fa: ¬ę Con questa cenere, ci verr√† il grano pi√Ļ alto di un uo¬≠mo ¬Ľ. Ebbene, lo stesso furo¬≠re prendeva anche me quan¬≠do udivo ragionar di bonifi¬≠che, d’incendiar macchie e prosciugar paduli per vincere la cosiddetta battaglia del grano.

Perch√© gli uomini sono sem¬≠pre gli stessi, e la guerra de¬≠vono farla perfino in meta¬≠fora; fuor di metafora, se non la fanno tra loro, la fanno alla natura. Questa della Ma¬≠remma l’han vinta, dopo tan¬≠te altre, e altre ne vinceran¬≠no; ma soltanto ora comin¬≠ciano ad accorgersi che le vit¬≠torie sulla natura sono qual¬≠cosa peggio delle vittorie di Pirro.

Nella Maremma hanno de¬≠bellato le febbri. Non canter√≤ le lodi della malaria, come i poeti berneschi fecero della peste, del mal francese e di tante altre cose non proprio raccomandabili. Voglio soltan¬≠to dire che la natura, conti¬≠nuamente incalzata, sforzata, dall’uomo, ha di queste estreme difese: cadute le quali, al¬≠tre sapr√† suscitarne, prender¬≠si le sue brave rivincite. Oggi si parla molto di ecologia, di equilibrio biologico; in Ma¬≠remma la natura ha tenace¬≠mente difeso questo equili¬≠brio.

Sull’uscio della sua casa di caccia, Eugenio Niccolini ave¬≠va scritto il carducciano: Febbre, io t’invoco, / nume presente. E una volta che dav¬≠vero se la busc√≤, a chi gli do¬≠mandava se era finalmente contento, dopo averla tanto chiamata, rispose: ¬ę Non mi lamento: finch√© dura la feb¬≠bre, durer√† anche questo bel mondo ¬Ľ. Cos√¨ √® stato; finita la febbre, quel bel mondo fin√¨.

Ora si parla di salvare, fa¬≠cendone un ¬ę parco naziona¬≠le ¬Ľ, il poco che ancora ne resta. Meno male, sar√† sem¬≠pre meglio che nulla: ne ri¬≠marr√† almeno un lembo dove il fitto dei forteti non sar√† sconsacrato da un fittume di case. Meno male, dico, anche se neppure in quel lembo scampatone potr√≤ pi√Ļ ritro¬≠vare la mia vecchia Marem¬≠ma. Lo vedremo impestato di gitanti festaioli, contaminato da una incivile civilt√†, insu¬≠diciato da cartacce e da ba¬≠rattoli vuoti, di continuo in¬≠sidiato dagli incendi domeni¬≠cali.

Nel fascino antico c’entra¬≠vano la sdegnosa scontrosit√†, la spopolata solitudine, l’etrusca malinconia: era appunto un fascino amaro. A chi leg¬≠ga un famoso sonetto marem¬≠mano del ¬ę maremmano ¬Ľ Car¬≠ducci, nei versi iniziali, Dolce paese, onde portai conforme / l’abito fiero e lo sdegno¬≠so canto, il primo aggettivo (chiosato dagli ultimi due), non pu√≤ parere in contrasto con l’altro che ho scritto nel titolo e nel principio di que¬≠sta prosa, ripetuto qui nella fine. Dipende da come s’in¬≠tendono dolce ed amaro. Dol¬≠ce era al poeta, e anche a me, l’amara Maremma di un tempo. Proprio come m’√® amara oggi questa Maremma dolciastra.

 


Letto 225 volte.
ÔĽŅ

Nessun commento

No comments yet.

RSS feed for comments on this post.

Sorry, the comment form is closed at this time.

Invito tutti a non inviarmi pi√Ļ libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso pi√Ļ accontentare nessuno. Cos√¨ pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart