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LETTERATURA: I MAESTRI: Mario Pannunzio. Con pochi contro la confusione21 maggio 2012
di Alfredo Todisco Caro Manlio (Cancogni ndr), io credo che tu e io apparteniamo ad un gruppo abbastanÂza numeroso di giornalisti e di scritÂtori cbe devono qualche parola di parÂticolare riconoscimento a Mario PanÂnunzio. Quando un uomo di valore muore, si apre il carosello degli elogi funebri che spesso costituiscono il peggiore dei servizi che sì possa renÂdere alla sua memoria. Non sappiamo quali riflessi condizionati portano i commemoratori anche meglio intenÂzionati ad abbandonarsi al manieriÂsmo e alla rettorica. Nel caso di MaÂrio Pannunzio, che era l’uomo tra i piĂą antirettorici e spregiudicati che abbia conosciuto, un qualunque acÂcento da epicedio in cui si possa caÂdere rievocando l’uomo, sarebbe pegÂgio che inopportuno. Io ti conosco da tanti anni, caro Manlio, e so che uno dei tuoi tratti piĂą veritieri è l’insofferenza di ogni tipo di conformismo, ivi compreso quello della commozione. Tu hai sempre teÂmuto la fissazione della realtĂ in un clichĂ©; e so con quale gusto e furia di guastatore ti abbandoni, ogni volta che puoi, alla demolizione di un qualÂsiasi quadro costituito. Ebbene, credo che pur nella profonÂda diversitĂ dei caratteri e anche delle concezioni, fra te e Pannunzio vi fosÂse in comune un’impazienza, molto toÂscana per altro, di ogni forma di feÂticcio. Pannunzio era crociano — forse uno degli ultimi crociani coerenti — e aveva imparato dal maestro a diffiÂdare delle classificazioni esteriori del reale e insieme a esercitarvi sempre il pensiero critico. Il nostro amico, come tu sai, non ha mai abbandonato questo atteggiamento profondamente antirettorico, l’ultima espressione del quale è stata la volontĂ di rinunciare alla cerimonia del funerale. Non credo che potrò mai dimentiÂcare il primo giorno che incontrai MaÂrio Pannunzio alla vecchia redazione de Il Mondo in via Campo Marzio a Roma. Era l’estate del 1949. Io mi troÂvavo alla capitale nello stato d’animo parecchio frastornato del letteratino provinciale che cerca di afferrare un qualche bandolo. Chi mi portò alla redazione de Il Mondo, il settimanale che a pochi mesi dalla sua fondazione s’era giĂ acquistato un altissimo preÂstigio, fu Luigi Barzini jr., che avevo conosciuto un anno prima a Venezia e a cui, quel tanto di fervore intelletÂtuale proprio dei giovani provinciali, non dovette dispiacere. Mi presentò a Pannunzio che, dietro a una scrivaÂnia ingombra di carte e di giornali indossava un principe di Galles di mezza stagione, con queste parole: « Questo è Todisco. E’ nato per scriveÂre sul tuo giornale ». Nei giorni successivi, quando gli feci leggere un pezzo su Trieste che volevo portare a Il Mondo, Luigi BarÂzini ebbe modo di accorgersi fino a che punto si fosse sbagliato. L’articolo, che parlava della Trieste travagliata dall’occupazione titina, era irto di concetti, di ragionamenti pieni di « ismi », di accenti passionali, di agÂgettivi altisonanti, di echi declamatoÂri. Tutto quello che la linea de Il MonÂdo propriamente avversava. Barzini mi fece riscrivere il pezzo un paio di volte prima di farmelo portare a Il Mondo, e sebbene dopo i suoi consigli esso fosse uscito risciacquato e sgrasÂsato a dovere, Pannunzio, che ebbe la cortesia di leggerlo subito in mia preÂsenza, me lo restituì con un sorriso gentile e fermo dicendo: « Non va per noi ». L’articolo era ancora molto lontano dallo stile e dal gusto di un giornale come Il Mondo, ma Pannunzio non si limitò a rifiutarlo. Col fare sicuro di un uomo che sa ciò che vuole mi spieÂgò in che chiave egli mi consigliava di riscriverlo. Ricevetti così una priÂma lezione del giornalismo propugnaÂto da Il Mondo, che a distanza di vent’anni ancora considero tra i piĂą eleÂvati della nostra tradizione pubbliciÂstica, e grazie al quale tantissimi gioÂvani esordienti al pari di me, hanno trovato la via per inserirsi, anche meÂglio di quanto io non abbia potuto fare, nel mondo dei giornali ancora legati a vecchi schemi, e per rappreÂsentare un grande rinnovamento proÂfessionale. Sarebbe qui troppo lungo evocare particolareggiatamente i vari aspetti della ricetta de Il Mondo, e mi limiterò solo a qualche tratto essenziale. Prima di tutto la chiarezza classica dell’eÂspressione, la semplicitĂ , l’esposizione piana dei fatti e delle cose. Posso dirlo ora, era l’ideale flaubertiano della sua prosa apparentemente impersonale che ha quasi l’aria di « scriversi da sĂ© » e col minimo ingombro del giuÂdizio esplicito dell’autore. L’ideale delÂla prosa « senza aggettivi », dello « stiÂle codice civile »: che è poi l’ideale della grande prosa narrativa che non asserisce ma fa risultare dalla descriÂzione puntuale ed esatta il sentimento e il significato delle cose. Contrariamente alla fama culturalistica de Il Mondo, Pannunzio rifuggiva dalle astrazioni, dai ragionamenti sogÂgettivi, dai manierismi letterari: e per questo raccomandava sempre ai suoi collaboratori di appoggiarsi alla « coÂsa vista » e invocava l’esempio, fra tanti altri, delle « Choses vues » di Victor Hugo. In un giornalismo anÂcora dominato dall’elzeviro — o meÂglio dalla sua ereditĂ piĂą accademiÂca — e da quello che si diceva il « coÂlore », lo stile de Il Mondo rappresentaÂva una vera rivoluzione: e inaugurò, primissimo, il genere dell’inchiesta che univa al tono narrativo l’informazione accurata e la penetrazione delle strutÂture sociali, economiche e politiche della realtĂ investita in chiave critica. Ai tempi in cui cominciai a freÂquentarla, la redazione di via Campo Marzio era come un cantiere in cui si sperimentavano i nuovi prototipi. Un cantiere ma anche un caffè di sapore un po’ ottocentesco in cui convenivaÂno pivelli della mia sorte, di quella di Carlo Laurenzi, Paolo Pavolini e del caro Giovanni Russo, e gli ingegni tra i piĂą vivi che abbia espresso l’Italia nata dalla caduta del fascismo. Vi troÂvavi Vitaliano Brancati, sempre scopÂpiettante, il sevèro Carlo Antoni, il gioviale e raziocinante Mario Ferrara. Vi incontravi Alberto Moravia, CorraÂdo Alvaro, G. G. Napolitano, Sandro De Feo, Nicola Chiaromonte, Arnaldo Bocelli, Giovanni Spadolini, Leone Cattani, Franco Libonati, Corrado Sofia. UgoLa Malfa, Mario Paggi, Vittorio Gorresio, Enzo Forcella, Nicolò Carandini, Vittorio De Caprariis, Aldo Garosci, Francesco Compagna. La reÂdazione, limitata a poche persone, contava figure impeccabili come Nina Ruffini e tipi estrosi come Giulia MasÂsari, come Alfredo Mezio, impareggiaÂbile passatore di articoli, sempre pronÂto a lasciare a mezzo il lavoro per buttarsi a capofitto in qualsiasi conÂversazione si accendesse negli angoli a riversarvi i suoi paradossi estempoÂranei; o come Ennio Flaiano che atÂtendeva alla impaginazione del giornaÂle munito di un lungo spago con cui misurava lo sviluppo degli articoli e di uno spirito di buona lega che spanÂdeva su quelli che gli giravano intorno. Agli amici che, stupiti dal nitore tipografico de Il Mondo, gli domandavaÂno se fosse stampato in rotocalco (paÂrola che allora cominciava ad acquiÂstare un significato detrattivo) egli canzonando rispondeva che no, che Il Mondo era inciso su tavole di graÂnito. Non credo di aver mai respirato, in una redazione, un’atmosfera così euforica e creativa come quella che incontrai a Il Mondo ai miei esordi: e il solo paragone che mi viene in menÂte, per tensione e freschezza di scamÂbi, è lo stanzone di via Monte di PietĂ a Milano in cui tu, Giancarlo Fusco e io, in mezzo a tanti valorosi e simpaÂtici colleghi, davamo una mano a fare e forse piĂą spesso a disfare L’EuroÂpeo di Arrigo Benedetti. Caro Manlio, tu hai scorso i necroÂlogi che sono stati pubblicati dai quoÂtidiani in morte di Mario Pannunzio. Orbene, senza voler offendere la buoÂna volontĂ di coloro che vi hanno poÂsto mano, ho tratto l’impressione che, per motivi che ignoro o che forse soÂspetto, questi necrologi, salvo forse l’eccezione di uno, non hanno reso a Mario Pannunzio tutto ciò che era doveroso rendergli in questa occasione. Ciò che Mario Pannunzio ha rapÂpresentato per molti di noi è stato un rinnovamento del giornalismo italiaÂno e un talent scout. Se Il Mondo racÂcoglieva l’approvazione e gli scritti di uomini come Benedetto Croce, Luigi Einaudi e Gaetano Salvemini, era apertissimo ai « cavalli oscuri ». Una volta ricordo che Luigi Einaudi, alloÂra presidente della Repubblica, manÂdò dal Quirinale a Pannunzio un attestato di quanto egli fosse buon letÂtore de Il Mondo: il voluminoso plico conteneva una completa rassegna con giudizi, apprezzamenti e critiche di tutti gli articoli pubblicati in un deÂterminato numero del giornale, dai piĂą impegnativi alle rubriche minori. Einaudi si soffermava a parlare miÂnuziosamente anche dei moltissimi scritti firmati da gente sconosciuta. Pannunzio non aveva la superstizione della firma. Anzi credo che provasse un particolare piacere a proporre sulÂle sue colonne nomi nuovi, mai collauÂdati prima dei quali sapeva fiutare le capacitĂ . Nessun giornale italiano del dopoguerra può vantare al pari de Il Mondo un simile lavoro di scoperta. Salvo rari casi, i giornalisti della geÂnerazione di mezzo che oggi hanno un posto di rilievo nella nostra stampa, sono stati pescati da Pannunzio. Uno dei casi piĂą rappresentativi è stato quello di Giancarlo Fusco, che, capelÂlone e beat avanti lettera fra i kurÂsaal e i caffè di Viareggio, tu stesso segnalasti a Il Mondo. Il risultato fu che Giancarlo Fusco vi pubblicò una serie di articoli davvero memorabili sullo sfondo della guerra di Grecia e che restano tra le cose piĂą divertenÂti e narrativamente valide uscite in Italia negli ultimi decenni. Ma il maestro di giornalismo, oltre l’aspetto propriamente tecnico, si estendeva all’intero orizzonte della viÂta spirituale e morale. Il primo mobile dell’insegnamento di Mario PannunÂzio partiva da quella « religione della libertà » che egli ripeteva in primo luogo da Benedetto Croce, e di cui aveva imparato a vivere la passione durante gli anni del fascismo. Nell’ItaÂlia uscita dalla guerra, in cui al ripriÂstino dello stato di diritto si accomÂpagnava il predominio dei partiti di massa, cattolici e marxisti, la libertĂ vagheggiata da Pannunzio, che si riÂcollegava al laicismo risorgimentale, era una libertĂ difficile, anche se la sola autentica, che occorreva sosteneÂre in mezzo a ogni sorta di avversari. Questa libertĂ era come un triangolo ai cui vertici si potevano trovare tre motivi fondamentali, l’antifascismo, il laicismo, l’anticomunismo: tre motiÂvi che, come si intuisce, si trovavano di fronte alla grande maggioranza delÂlo schieramento politico italiano. PanÂnunzio era un antifascista addirittura emotivo, anche se perfettamente luciÂdo e credo che, per averlo sofferto di persona, odiasse il regime mussoliniano collegato al nazismo piĂą di qualÂsiasi altro al mondo. E la premessa antifascista era quella che gli permetÂteva di condurre coerentemente la sua opposizione, altrettanto ferma, al comunismo. Ciò che Pannunzio ha cercato di tenere in piedi in Italia è stata la tradizione del grande e illuÂminato liberalismo borghese: e si è sempre battuto con una risolutezza e con una coerenza, che hanno finito col diventare un esempio per gli spiÂriti piĂą avvertiti, per differenziare la sua opposizione al comunismo da quella dei privilegi, degli interessi delÂla destra reazionaria. Se a questa linea si aggiunge anche il laicismo, si può capire quanto fosse ampio l’arco degli avversari contro cui Il Mondo faceva il viso dell’arme. Era dunque una battaglia di minoÂranza, a cui partecipavano uomini che erano diventati amici per motivi ideaÂli e che per il loro intransigente rigoÂre, spesso anche di tipo altero, solleÂvavano irritazione e antipatia. Si parÂlava di loro, stizzosamente, come del « club del Mondo ». Un club di altezÂzosi rompiscatole, di protestanti, di guastafeste, di snob. Apostrofi pesanti a cui quelli de Il Mondo si divertivano ad opporre un orecchio impassibile, quando non gli pigliava l’estro di prenÂdersi per il bavero da se stessi. Una volta Flaiano disse che i radicali de Il Mondo erano una « minoranza schiacÂciante » e un’altra che costituivano « un pugno di uomini indecisi a tutÂto ». Pannunzio aveva la vocazione delÂl’intellettuale impegnato, che, alla chiarezza dell’impostazione ideologica e politica, accompagnava una grande dirittura morale. In questo, egli era affine agli « uomini del RisorgimenÂto », evocava il temperamento dei De Sanctis, degli Spaventa, dei Croce, dei Salvemini. Una delle sue bestie nere era l’inclinazione, così frequente nei nostri uomini politici e nei nostri inÂtellettuali, al trasformismo, all’accoÂmodamento, al « pateracchio », a voltar gabbana. La sua denuncia dei molti casi di trahison des clercs era partiÂcolarmente appassionata. In questi ulÂtimi anni, che furono anche gli ultimi della sua vita, ciò che temeva di piĂą erano i sintomi di flirt tra forze catÂtoliche e comunisti, il così detto diaÂlogo, gli spettri della « repubblica conÂciliare ». Eppure, con tutto il suo rigore, e con una ostinazione per cui gli amici lo rimproveravano scherzando d’esseÂre un « dittatore liberale » Mario PanÂnunzio non aveva nulla nĂ© del moraliÂsta, nĂ© del pedante. Era anzi esattaÂmente il contrario. Era soprattutto un anticonformista, un avversario di ogni forma di bigottismo. Contegnoso, i moÂdi impeccabili d’un signore d’altri temÂpi, gli piaceva l’elegante irriverenza, l’erosione .dei luoghi comuni, la dissaÂcrazione dei miti, l’ironia pungente e paradossale. In lui faceva capolino un po’ dello spirito dei libertini. Una delle sue forme di indipendenÂza in cui pareva affiorare persino un puntiglio snobistico era quel suo non lasciarsi mai coinvolgere e tanto meÂno travolgere dalle mode. Sapeva che i veri valori non tramontano, che i princìpi profondi sono lenti ad evolveÂre sotto il frastornante e multiforme clamore dell’industria culturale e delÂle avanguardie. Da grande lettore, da uomo provvisto di un’ampia e solida cultura, non si lasciava afferrare dal complesso dell’ultimo grido, dalla pauÂra di apparire superato: anzi mai il suo umore polemico si faceva acuto e brillante come quando pigliava per il bavero i facili superatori di tutto. Non ho mai conosciuto un uomo piĂą orgoglioso e insieme modesto, addiritÂtura schivo. Era duro e dolce, risoluto e timido. La sua onestĂ e il suo disinÂteresse erano di tipo plutarchiano. Per diciotto anni alla guida de Il Mondo, egli è stato un assiduo promotore di cultura: il suo giornale ha profuso intorno capitali di idee, di campagne, di orientamenti e di lezioni di stile che hanno lasciato una traccia proÂfonda nella vita spirituale italiana. Non ha mai profittato dell’alto prestiÂgio di cui era circondato per interessi personali o di carriera. La sua vita era modesta: fumava e leggeva. Caro Manlio credo di poter dire senÂza ombra di rettorica che ha dato piĂą di quanto ha ricevuto. Non c’è in queÂsta Italia di notabili premiati un uomo piĂą valoroso e piĂą spoglio di pubblici onori. Ma fra i tanti titoli di nobiltĂ che gli si dovranno riconoscere, queÂsto non è uno dei meno significativi. Cordialmente tuo Letto 357 volte. Nessun commento »Non c'è ancora nessun commento. RSS feed dei commenti a questo articolo. TrackBack URI Lascia un commento |
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