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LETTERATURA: I MAESTRI: Mattinata indiana

2 agosto 2018

di Ercole Patti
[dal “Corriere della Sera”, venerdì 26 settembre 1969]

Un minuscolo vecchio libro sull’India che ho scovato in un negozio di libri usati mi ha riportato in que­sti giorni il sapore e l’odore dell’India; quel curioso odore come di incenso e di noccio­line tostate che si respira nel­le strade di Bombay fra un nero svolazzare di corvi; e il ricordo di una mattinata in­diana che non avevo mai de­scritta mi è tornato in mente.

Una mattina di molti anni fa mi ero svegliato verso le otto del mattino, dopo un son­no profondissimo, in una stan­za al quinto piano dell’hotel Taj Mahal. Dalla finestra en­trava il caldo luminoso di Bombay e il gracchiare dei corvi che svolazzavano sui cornicioni e sulle terrazze vi­cine.

Non appena aprii gli oc­chi vidi, attraverso la zanzariera che mi chiudeva come in una scatola di garza, tre corvi nerissimi e lucidi, sul davanzale della finestra, e mi ricordai di trovarmi in India. Saltellavano con aria familiare, vicini vicini, come se par­lottassero fra di loro. Non mi mossi per non spaventarli. Uno saltò giù con un breve volo e si mise a passeggiare sulle larghe lastre marmoree del pavimento, bianche e ne­re come lapidi. Attraverso il tulle lo vidi avvicinarsi alle mie pantofole, girarvi intorno, battervi sopra qualche rapida beccata. Era un corvetto li­scio e lucente della grandez­za di un comune pollastro; aveva due occhi rotondi e du­ri come bottoncini di vetro. Passeggiò ancora un poco os­servando attentamente il pa­vimento. Non appena mi mos­si volò via con un fremito nero d’ali che fece ondeggia­re la zanzariera. Gli altri due lo seguirono subito gettando­si giù a capofitto dal davan­zale. Mi alzai e mi accostai alla finestra; sorgeva mollemente il sole sul mare liscio e inerte.

Una decina di corvi che stavano su una sporgenza del­la facciata barocca del masto­dontico albergo si involarono gracchiando. L’aria vuota e bianca del mattino era sol­cata in tutti i sensi da voli tremuli e stracchi che erano come stracci neri lanciati in aria.

Era una giornata caldissima; non sapevo dove andare. Fino all’ora di colazione non avevo nessun impegno. Mi misi in testa un casco di su­ghero e uscii, a caso per le vie di Bombay. Le strade era­no sgombre sotto il sole. Qual­che signora bianca dalle gam­be nude, seguita da un ragazzo indiano con la cesta, si dirigeva verso il mercato. Passavano tram e autobus gremi­ti di uomini avvolti in lenzuoli candidi.

Mi fermai ad osservare un pulitore di orecchie ambulante che apriva la sua cassettina, seduto sull’orlo del mar­ciapiede. Un cliente mattinie­ro si era accostato a lui: un ometto vestito di scuro, dal­la camicia fuori dai pantaloni e la barbetta bianca. Si era messo a sedere anche lui sul marciapiede. Il pulitore di orecchie intanto metteva in ordine gli strumenti, dispone­va per terra bastoncini e va­setti. Cominciò l’operazione. L’ometto se ne stava immobile, con la testa lievemente piegata da una parte; intanto il pulitore armeggiava attorno al suo orecchio con lunghi e sot­tili stecchi di ferro, con spa­toline, con cucchiaini dal ma­nico lunghissimo, con spazzo­lini rotondi come quelli per pulire le canne delle rivoltel­le. Tutti quegli strumenti ve­nivano introdotti con mano leggera ed alacre nell’orecchio del cliente immobile.

Stormi di corvi scendevano a bassa quota con strida rau­che, e venivano quasi a sfio­rare le teste dei passanti. Il sole, ormai alto, picchiava crudamente sui nerissimi pa­rapioggia aperti. Le facciate fastose e barocche dei palazzi, delle banche, degli alberghi, delle società turistiche erano caldissime, mandavano un ri­verbero di ferro rovente. Dai bassorilievi, dai cornicioni, dai davanzali frullavano corvi ne­ri e pesanti.

Sulla soglia di un cancello che si apriva in un muro alto e compatto mi fermai. Era il burning ground il posto dove vengono bruciati i cadaveri degli indĂą. Attraverso le sbar­re larghe e nere si vedeva una specie di cortile silenzioso pa­vimentato a grosse e ruvide lastre di pietra. In una vasta rientranza del muro di fronte erano accatastati in bell’ordi­ne una gran quantitĂ  di tron­chi d’albero di grandezza me­dia, accuratamente tagliati. L’aspetto del luogo, visto di sfuggita, era quello di uno sta­bilimento industriale, di una segheria. Ma soffermandosi a guardare dentro, nella solitudine del cortiletto fra quelle legna tagliate ed ordinatamente ammonticchiate, si provava un vago senso di inquietudine. Una cert’aria sinistra sembrava vagare intorno, un sen­so di paura giungeva dallo svolto silenzioso e solitario oltre il quale non si arrivava a scorgere nulla: e il pensiero correva subito all’uso al quale era destinata quella legna.

Il cancello era socchiuso, sapevo che per visitare quel luogo era necessario un permesso speciale dell’autorità. Tuttavia entrai lo stesso. Avanzai sulle lastre umidicce, in un odore di legno tagliato e di terra grassa. Imboccai lo svolto; un piccolo uomo ler­cio mi corse incontro, si af­frettò a chiedermi se avevo il permesso. Gli risposi di no, gli dissi che volevo dare giu­sto uno sguardo, un momen­to, e gli feci scivolare due rupie nella mano. L’uomo scosse la testa e, senza discu­tere, aprì un cancelletto e mi fece entrare. Mi trovai in una specie di giardino senza pian­te, stretto e lungo, fiancheg­giato da muri alti e nudi. Lun­go il lato sinistro correva una specie di aiuola larga un paio di metri, arginata da una sot­tile striscia di mattoni.

Su questa aiuola sorgevano, a regolari intervalli, piccole cataste di legna simili a quel­le che avevo visto all’entrata. Perché i tronchi non rotolas­sero giù le cataste erano sor­rette ai quattro lati da pali di ferro piantati nella terra gras­sa. Accanto a ciascun rogo era piazzato uno schermo di metallo alto poco più di un metro, e bucherellato in tut­ta la sua superficie come un grosso scolabrodo. Questi schermi spostabili poggiavano su rotelle di ferro. Servivano per piazzarli contro il vento in modo che l’aria, passando attraverso i buchi, alimentas­se la fiamma. Un vialetto nu­do correva lungo l’aiuola ed era sparso da una parte da verdi sedili di legno; ogni se­dile era situato di fronte ad un rogo ed era riservato ai parenti dei morti.

I roghi mandavano un ali­to caldissimo, di forno, su que­sti sedili, ciascuno dei quali si trovava a distanza di tre o quattro metri soltanto dal rogo corrispondente. Due ca­taste ardevano: un fumo bian­co si alzava verso il cielo e qualche crepitìo di legno si udiva nel silenzio.

Su un sedile c’erano due giovani e una ragazza avvol­ta in un sari violetto, con un brillantino incastrato nella na­rice. Guardavano assorti la catasta vicina che era stata accesa da pochi minuti. Una forma umana, ricoperta da un lenzuolo bianco, vi era ada­giata sopra. Le fiamme non erano ancora arrivate a rag­giungerla. Per terra accanto alla legna era stata deposta una ciotolina con dentro del riso e delle altre vivande; l’estremo pasto del defunto che questi avrebbe dovuto consumare al momento del trapasso nell’aldilà. Ogni ca­davere ha accanto al rogo la sua ciotolina.

Il sedile di fronte all’altra catasta accesa era vuoto. Un guardiano stava rimettendo in ordine un rogo vicino, ormai del tutto consumato, dove non rimaneva che qualche tizzone fumante. Una trenti­na di corvi volteggiavano co­me impazziti nell’aria, si po­savano in attesa sull’orlo del muro. I corvi di Bombav che fanno vita comune coi citta­dini, che girano tutto il gior­no per la cittĂ , che entrano nelle case. Forse fra essi c’era quello che la mattina era en­trato nella mia stanza e aveva beccato le mie pantofole. Tre o quattro, piĂą in lĂ , era­no scesi giĂą a mangiare en­tro una ciotolina riversa, l’ul­timo pasto di un morto che era stato carbonizzato da poco.

Un cielo chiaro splendeva sul giardinetto luminoso dal quale si alzavano colonnine bianche di fumo che il vento disperdeva all’altezza dell’orlo del muro. Una gran pace sem­brava scendere dal cielo su tutte le cose.

Uscii nelle strade di Bom­bay, nel traffico del mezzo­giorno. Passavano le automo­bili degli inglesi lucenti e son­tuose in mezzo alla folla in­diana scalza, dalla pelle esau­sta e dagli occhi ardenti. At­traverso i vetri si vedevano balenare visi glabri, visi da rasoio di sicurezza dalla pel­le tirata e rossiccia; i visi co­loniali degli inglesi.

Mentre facevo colazione nel­la vasta sala da pranzo del Taj Mahal, un corvo si fer­mò sul davanzale della fine­stra vicina e mi guardò a lun­go con un occhio solo duro lucido fermo come un botton­cino di madreperla.

 


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart