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LETTERATURA: I MAESTRI: Max Born ricorda Einstein

4 maggio 2012

di Max Born
[da “La Fiera Letteraria”, numero 11, giovedì 16 marzo 1967]

Rileggendo le lettere inviategli da Albert Einstein durante molti anni d’amicizia, Max Born rievoca la fi­gura del grande scienziato e le vicende di un periodo di studi e di ricerche fra i più fervidi di questo secolo. Le pagine che qui pubblichiamo sono il testo di una con­ferenza tenuta da Born a Lindau, che la rivista « Duemila », edita in Svizzera, riproduce per intero nel suo ultimo numero.

Ho ripreso in mano le lette­re che Einstein mi ha scritta nel corso della sua vita. Sono più di cin­quanta, lunghe e brevi. Le ho ricopiate tutte per garantirne meglio la conservazione. In que­sto modo il mio amico mi è bal­zato davanti agli occhi così vivo che lo vedevo davanti a me in carne ed ossa ed udivo la sua voce e la sua meravigliosa ri­sata.

Leggerò e commenterò so­prattutto dei passi relativi a pro­blemi filosofici e fisici, ma citerò anche, all’occasione, qualche di­chiarazione caratteristica su que­stioni di attualità. Escluderò la politica vera e propria per quan­to essa abbia avuto una parte importante nella vita di Ein­stein.

Molto tempo prima di leggere il famoso lavoro di Einstein del 1905 conoscevo, grazie al mio maestro Hermann Minkowski, l’aspetto formale matematico del­la teoria speciale della relativitĂ . Ciononostante il lavoro di Ein­stein fu per me un’illuminazione che influì sul mio pensiero piĂą di qualunque altra esperienza scientifica. Avevo conosciuto Ein­stein di persona nel1909, aSali­sburgo, durante il convegno di studiosi di scienze naturali. Non saprei dire se in seguito abbiamo ‘ avuto contatti epistolari, dato che non sono riuscito a salvare nessuna lettera di quel tempo.

Com’è noto, Einstein fu chia­mato nel1913 a succedere a Van’t Hoff in un istituto di ri­cerca dell’Accademia di Berlino ed io venni nominato un anno più tardi professore straordina­rio all’Università di Berlino per aiutare Planck nell’insegnamen­to.

Ci trasferimmo a Berlino nel­la primavera del 1915 e comin­ciai a tenere un corso di lezioni. Ma presto dovetti interromperlo per fare il soldato. Dopo pochi mesi trascorsi in un reparto di aviazione fui comandato in una commissione esaminatrice di ar­tiglieria, un ufficio militare in cui sotto la direzione del mio amico Rudolf Ladenburg un gruppo di fisici era impegnato nella elaborazione di metodi tec­nici per l’artiglieria. L’edificio in cui si trovavano gli uffici era si­tuato nella Speichernstrasse vi­cinissimo alla casa di Einstein, nel cosiddetto « quartiere bava­rese ». Avvenne così che andai spesso a trovarlo durante l’inter­vallo di mezzogiorno. Presto egli venne a casa mia per far musi­ca e discutere con me, ed anche mia moglie prendeva vivamente parte alle nostre conversazioni. In fatto di politica eravamo qua­si sempre d’accordo. Ma di que­sto io non voglio parlare.

Il primo scritto della mia rac­colta è una cartolina postale che si riferisce ad un mio articolo pubblicato nella Physikalische Zeitschrlft del 1916. E’ un conci­so resoconto della teoria genera­le della relatività. Ancor oggi non tratterei diversamente que­sto problema. E’ diventato di moda considerare come cosa se­condaria il punto di partenza re­lativistico di Einstein (cioè che l’intensità di un campo Gravita­zionale in una scatola è relativa all’accelerazione della scatola stessa), e come cosa principale l’equazione di campo del siste­ma. Ancor oggi preferisco a que­sta teoria, sostenuta soprattutto dal mio amico russo Fock, l’ori­ginale teoria di Einstein, da me esposta in quell’articolo di cin­quant’anni fa. La cartolina di Einstein dice del mio lavoro che egli lo aveva « letto con felice convinzione di esser stato com­preso e riconosciuto senza ri­serve »; seguono altre parole molto cordiali e credo che la no­stra amicizia risalga a quella data.

Nel 1918 Einstein insieme alla moglie trascorse le vacanze esti­ve nella stazione balneare di Aarenshop. Di quel periodo ho di­verse lettere. Da una di queste (priva di data) vorrei citare il passo seguente:

« Leggo tra l’altro i Prolegomena di Kant e comincio a capi­re l’enorme influsso che questo tipo straordinario ha esercitato e esercita tuttora. Quando gli si concede l’esistenza dei giudizi a priori, si è giĂ  suoi prigionieri. L’a priori lo devo trasformare, attenuandolo, in “convenziona­le”, per non esser costretto a contraddire, ma anche allora quest’espressione non si adatta bene ai singoli punti. Tuttavia è sempre un piacere leggerlo, anche se non quanto il suo pre­decessore Hume, che tra l’altro era dotato di una dose molto maggiore di sano istinto… ».

Trovo veramente originale l’idea di chiamare « un tipo straordinario » uno dei grandi eroi della filosofia tedesca. Espres­sioni un po’ insolenti come que­sta sono frequenti nelle lettere di Einstein. Ad una lettera del1919, in cui mi scusavo per il ri­tardo nello scrivere, adducendo impegni letterari, Einstein rispo­se: « E lei vuole mantenere per­fino le promesse letterarie (per esempio quella fatta a Sommerfeld)? Questo è troppo. Se Sha­kespeare fosse vissuto al giorno d’oggi, anzichĂ© dire, piuttosto du­ramente “Giove ride dell’inna­morato spergiuro”, avrebbe det­to: “Giove ride del relatore che manca alla promessa” ».

La teoria dei quanti

Nella stessa lettera si trova la seguente osservazione atti­nente alla fisica: «La teoria dei quanti suscita in me impressio­ni simili alle sue. In realtĂ  ci si dovrebbe vergognare dei succes­si ottenuti, poichĂ© in realtĂ  sono stati raggiunti in base al princi­pio gesuitico: “una mano non deve sapere ciò che fa l’altra” ». Ciò caratterizza molto bene il modo in cui allora, prima che fosse ideata la meccanica quan­tistica, si giocava coi concetti della meccanica classica e della teoria dei quanti. Segue, nella stessa lettera, una predica con­tro il mio pessimismo politico, certamente dovuto ai resoconti della stampa sulle trattative di pace di Versailles. Einstein scri­ve: « E’ mai permesso ad un qualsiasi incallito determinista di dire con le lacrime agli occhi che ha perso la fede nell’umanitĂ ? Proprio il comportamento im­pulsivo degli uomini di oggi in fatto di politica contribuisce a rendere profondamente viva la fede nel determinismo… ».

Qui è formulata per la prima volta la sua confessione di fede nel determinismo, anche se non in rapporto con la fisica, dove il dubbio sulla stretta causalità gli sarebbe sembrato una follia, co­munque però in rapporto al com­portamento politico degli uomi­ni. Una esauriente spiegazione della sua fede nella causalità ma anche una profonda osservazio­ne sui limiti di questa è con­tenuta in una lettera diretta a mia moglie e indirizzata a Francoforte, dove nel 1919 ero stato chiamato a succedere a Max von Laue.

Il passo dice: « Ed ora, pas­siamo alla filosofia. Quello che lei chiama ”il materialismo di Marx” è semplicemente il modo di vedere le cose secondo il prin­cipio della causalitĂ . Questo mo­do di vedere risponde sempre al­la domanda: ”per quale moti­vo”? ma mai alla domanda: ”a quale scopo?” Nessun principio utilitaristico e nessuna selezione può farci passare al di sopra di questo. Quindi, quando uno chie­de: “perchĂ© dobbiamo aiutarci a vicenda, facilitarci a vicenda la vita, fare della bella musica e cercare di produrre delle buone idee?” dobbiamo dire: ”se non lo senti da te, nessuno te lo può spiegare”. Senza questa convin­zione fondamentale non siamo niente e sarebbe meglio se non vivessimo affatto. Anche se uno tentasse di motivare queste cose cercando di dimostrare che esse contribuiscono a garantire e a facilitare la conservazione della specie umana, allora si pone a maggior ragione la domanda: ”a quale scopo”? e la risposta su base “scientifica” sarebbe ancor piĂą senza speranza. Quindi, se si vuol procedere ad ogni costo con metodi scientifici, si può tenta­re di ridurre il piĂą possibile il numero dei fini da raggiungere, e di dedurre gli altri da questi. Ma questo la lascerĂ  indifferen­te. Non sono d’accordo con la valutazione pessimistica della co­noscenza. Una delle cose piĂą bel­le della vita è avere una visio­ne chiara dei nessi esistenti tra le cose; questo, lei, lo può nega­re solo in uno stato d’animo de­presso e nichilista ». Egli ha aiu­tato mia moglie, come lei stessa riferisce in un articolo su Ein­stein pubblicato nella Weltwoche, a non sentirsi piĂą, tra gli scien­ziati obiettivi, come relegata in un gelido paesaggio lunare. Ella chiese una volta ad Einstein: « Ma lei crede allora che tutto si potrĂ  rappresentare semplicemente con i sistemi delle scien­ze naturali? ». « Sì », rispose Ein­stein, « questo è pensabile, ma non avrebbe alcun senso. Sareb­be una riproduzione fatta con metodi inadeguati, quasi si voles­se rappresentare una sinfonia di Beethoven come curva della pressione atmosferica ».

Il 9 novembre 1919 ricevetti una lettera che cominciava co­sì: « Dunque, d’ora in poi ci da­remo del tu… ». Non ho biso­gno di dire quanto fui felice e onorato. Spesso per degli adulti che cominciano a darsi del tu non è molto facile farci l’abitu­dine. Ma in questo caso fu sem­plice perchĂ© era cosa del tutto sincera e spontanea. Non ricor­do se ebbi delle ricadute nel lei ». Nelle lettere di Einstein ve ne sono molto poche e solo quando era arrabbiato per qual­che cosa. Ciò succedeva a volte e soprattutto quando il pubblico si dimostrava troppo invadente nei suoi confronti. Pensavamo che Einstein fosse troppo arren­devole di fronte all’insistenza di certi giornalisti. Tentai di difen­derlo contro attacchi pseudo­scientifici e all’occasione scrissi anche articoli in sua difesa. In una lettera del 9 dicembre 1919 egli scrive a proposito di un ca­so del genere: « Il tuo articolo nella Frankfurter Zeitunq mi ha fatto molto piacere. Ora però, proprio come me, anche se su scala ridotta, sarai perseguitato dalla stampa e da gentaglia del genere. Io ne sono assalito a tal punto che non respiro quasi piĂą e tanto meno posso lavorare ». Poi mi esorta a non rispondere agli attacchi di un certo indivi­duo: « Risparmia le tue energie» lascialo chiacchierare. La sua dimostrazione della causalitĂ  a priori è veramente degna di nota ». Nella stessa lettera segue poi il resoconto di un viaggio a Rostock con una descrizione comica della cerimonia del giubi­leo dell’UniversitĂ  (queste cose, egli non le prendeva mai molto sul serio) e di una visita al filo­sofo Schlick, che piĂą tardi si sta­bilì a Vienna e fondò la scuola del positivismo logico che fiori­sce tuttora, soprattutto in Ameri­ca. Per qualche tempo Einstein fu molto impressionato dagli ar­gomenti di questa teoria della co­noscenza ma in seguito l’ha criti­cata.

« La verità la sa il diavolo »

Il 27 gennaio 1920 egli scrive sulla teoria dei quanti: « Non credo che si debbano risolve­re i quanti rinunciando al conti­nuum » (Probabilmente avevo proposto qualcosa del genere in una lettera). « Analogamente .-i sarebbe potuto pensare di otte­nere a forza la teoria generale della relativitĂ  rinunciando al si­stema di coordinate. Infatti in linea di massima si potrebbe ri­nunciare al continuum. Ma co­me si potrebbe allora descrivere senza continuum il movimento relativo di punti? — …Io credo come prima che bisogna cercare per mezzo di equazioni differen­ziali una concordanza tale che le soluzioni non abbiano piĂą ca­rattere di continuum. Ma co­me?? ». (Qui vi sono due punti interrogativi). Nella stessa lun­ga lettera vi è anche un’osserva­zione divertente su Spengler il cui libro, Il declino dell’Occidente veniva letto allora da tutti. « Lo Spengler non mi ha rispar­miato. La sera si accettano di buon grado i suoi suggerimenti per poi sorriderne la mattina do­po. E’ evidente che alla base del­la sua monomania vi è una ma­tematica da maestro di scuola. Euclide-Cartesio è l’antitesi che egli vede dappertutto ma — bi­sogna ammetterlo — con un cer­to spirito. Queste cose sono di­vertenti e se domani uno dice il contrario con lo spirito necessa­rio, ci si diverte di nuovo e… la veritĂ , la sa il diavolo! ».

Nel 1920 fui chiamato a Gottinga a succedere a Peter Debye. C’eravamo abituati alla vita di Francoforte, apprezzavamo i vantaggi e l’animazione della grande città ed eravamo in dub­bio se andare a Gottinga. Chie­demmo consiglio ad Einstein ed egli ce lo diede di buon grado. Vorrei citare un passo della let­tera del 3 marzo 1920 che getta luce sulla vita privata di Ein­stein:

« In fin dei conti non è poi co­sì importante dove si sta. La co­sa migliore è che seguiate la vo­ce del cuore, senza tanti ripensa­menti. Inoltre, essendo io stesso senza radici, non mi sento auto­rizzato a dar consigli. Mio padre è sepolto a Milano. Alcuni giorni fa ho accompagnato al ci­mitero di qui il corpo di mia ma­dre. Io stesso ho errato conti­nuamente da un posto all’altro ovunque all’estero. I miei fi­gli abitano in Svizzera e in cir­costanze tali che per me è una difficile impresa andarli a trova­re. Un uomo come me considera che l’ideale è di abitare con i propri familiari e non ha il di­ritto di darvi consigli a questo proposito ».

Decidemmo di andare a Gottin­ga dopo esser riusciti ad ottene­re che venisse chiamato allo stes­so tempo James Franck.

Il problema delle radiazioni – del come conciliare la teoria ondulatoria con i quanti — lo occupava sempre. In una lettera del 24 aprile 1924 egli scrive: « L’opinione di Bohr sulla radia­zione mi interessa molto. Ma non vorrei che mi si spingesse a rinunciare alla rigorosa causa­litĂ  prima che siano state usate contro di essa armi compieta- mente diverse da quelle adopera­te sinora. Il pensiero che un elet­trone esposto a un raggio sceglie liberamente l’attimo e la direzio­ne in cui vuole correre, mi è in­sopportabile. In tal caso piutto­sto che il fisico preferirei fare il calzolaio o il croupier. Anche se finora i miei tentativi di dare ai quanti una forma concreta sono sempre falliti, non abbandonerò la partita ancora per molto tem­po ».

Quando apparve la Meccanica quantistica cui avevamo lavora­to Heisenberg, Jordan e io, egli, il 7 marzo 1926, scrisse a mia moglie che l’opera riassumeva il pensiero e le meditazioni di tutti gli uomini con interessi teo­retici. » Noi flemmatici siamo passati da un’apatica rassegna­zione ad uno stato di straordi­naria tensione ». Ma la mia gioia per questo giudizio fu di breve durata. Il 4 dicembre 1926 egli scrisse questa frase distruggitrice: « La meccanica quantisti­ca è molto degna di stima. Ma una voce segreta mi dice che sia­mo ancora lontani dalla verità. La teoria apre molte strade, ma non ci avvicina al segreto del Vecchio; comunque sono con­vinto che Lui non maneggia i dadi ».

Einstein si stabilì a Princeton, io andai prima a Cambridge, poi ad Edinburgo. Il nostro carteg­gio non fu mai interrotto e con­tiene commenti tanto su avveni­menti di attualitĂ  che su proble­mi scientifici e filosofici. Gli mandai un mio piccolo libro in­titolato Experiment and Theory in Physics in cui polemizzavo contro le assurde teorie degli astronomi Eddington e Milne e sottolineavo il primato dell’espe­rienza sulla speculazione. (Pur­troppo questo volumetto non è mai stato tradotto in tedesco). Einstein mi scrisse a questo ri­guardo il 7 settembre 1944: « Ho letto con grande interesse la tua conferenza sull’hegelismo di second’ordine (vale a dire sulle speculazioni) che per noi teorici rappresenta l’elemĂ©nto donchi­sciottesco o, per dir meglio, la seduzione. Laddove tuttavia manchi completamente questo inconveniente o vizio, il filisteo si smarrisce e si perde. Per que­sto io conto sul fatto che la “fi­sica ebrea” non si debba elimi­nare ». Nella stessa lettera, piĂą oltre, troviamo un passo che io ho citato per intero nel mio li­bro Natural Philosophy of Cau­se and Chance (Clarendon Press, Oxford: Dover Publications, New York) e che comincia così: « Nel­le nostre aspettative scientifiche siamo arrivati a conclusioni del tutto opposte. Tu credi nel dio che maneggia i dadi, ed io nella piena assoggettazione alla legge in un mondo di cose oggettiva­mente esistenti e che io cerco di ghermire per mezzo di una sfrenata speculazione ».

Era l’epoca in cui Einstein, al prezzo di grandissimi sforzi, sta­va elaborando una « teoria uni­taria dei campi » che doveva riu­nire i campi dell’elettricità e del­la gravitazione in un sistema di equazioni e inoltre doveva dare anche quanti e particelle ele­mentari. Così come mi addolora­va il fatto che egli non ammet­tesse la meccanica quantistica e tentasse continuamente di con­futarla, così lui si rattristava nel vedere che i suoi lavori non ri­scontravano l’approvazione da lui sperata.

Il fisico polacco Leopold Infeld che per un certo periodo aveva lavorato con me a Cambridge e che poi era andato a Princeton da Einstein ha descritto recente­mente il suo soggiorno america­no in un articolo autobiografi­co (pubblicato nel Bulletin of the Atomic Scientists, febbraio 1965). Egli racconta che Einstein gli disse piĂą volte: « Qui a Prin­ceton mi giudicano un vecchio barbogio ». Lo si considerava co­me una reliquia storica. Ciono­nostante Einstein proprio allora cominciò un lavoro che portò a termine con i suoi collaboratori Infeld e Hoffmann, lavoro estre­mamente difficile e importante e così audace che Infeld a tutta prima non volle credere alle te­si di Einstein. La teoria gene­rai della relativitĂ  si fondava allora su due princìpi fondamen­tali. Primo: il movimento dei punti materiali è determinato dalle linee geodetiche del siste­ma spazio-tempo. Secondo: la metrica di questo sistema soddi­sfa le equazioni di campo di Ein­stein. Einstein affermava che la prima ipotesi era superflua in quanto derivava dalle equazioni di campo attraverso un passag­gio al limite per linee materiali infinitamente sottili. Dapprima i calcoli furono così abbondanti che se ne poterono pubblicare solo degli estratti e il poderoso manoscritto venne depositato presso l’insti tute for Advanced Study di Princeton. Un po’ piĂą tardi e in modo del tutto indipen­dente il fisico russo W. Fock, da me giĂ  ricordato, ha affronta­to in modo un po’ diverso lo stesso problema insieme ai suoi allievi e lo ha accolto nel suo no­to libro sulla relativitĂ . La teo­ria di Einstein è stata esposta dopo la sua’morte in una forma molto perfezionata da Infeld e PebĂ nski in uno splendido li­bro, intitolato Motion and Relativity (Pergamon Press, Oxford, 1960). Nelle lettere di Einstein di quel periodo ho trovato solo un accenno a questa importante impresa ; in una lettera senza data che risale probabilmente al 1936, vi è il post-scriptum seguen­te: « Infeld è un uomo meravi­glioso. Abbiamo fatto insieme un bellissimo lavoro. Problema astronomico di osservazione con trattazione dei corpi celesti con­siderati come singolaritĂ  del campo. L’Istituto lo ha trattato male. Ma io lo aiuterò ». Infatti su raccomandazione di Einstein Infeld divenne professore a To­ronto, Canada, ma lĂ , in seguito alla « guerra fredda », venne di nuovo trattato male e fece ritor­no in Polonia.

« Teorie statistiche »

Verso il 1950 fui invitato a scri­vere un articolo per il volu­me Albert Einstein, Philosopher-Scientist della serie pubblicata in America da P. A. Sclipp, inti­tolata The Library of Living Philosophers. Dei volumi di que­sta serie possiedo anche quello su Bertrand Russel. Essi comin­ciano con una breve autobiogra­fìa dello scienziato in questione, seguita da saggi critici di diver­si autori sui vari campi di ri­cerca e, per finire, vi è la rispo­sta a questi saggi dello scienzia­to stesso.

Nel mio articolo scrissi delle « teorie statistiche di Einstein ». Alla fine di esso analizzai l’at­teggiamento di Einstein di fron­te alla meccanica quantistica e alla sua professione di fede em­pirica del tempo della gioventù, tratta da un elogio funebre di Ernst Mach, contrapposi la sua successiva tendenza alla specu­lazione. In una lettera del 3 di­cembre 1947 egli mi ringraziò con queste parole: « Nel tuo ar­ticolo vi è tanto calore e la pro­va chiarissima di quanto rigido e strano tu consideri il mio at­teggiamento di fronte alla teoria dei quanti ». Lo stesso volume contiene il famoso resoconto di Niels Bohr della sua conversa­zione con Einstein sui problemi teoretici della fisica atomica, in cui egli confutava esauriente­mente gli argomenti addotti da Einstein per dimostrare l’insuffi­cienza dell’interpretazione sta­tistica della meccanica quanti­stica.

Ma Einstein non si diede per vinto. Quando nel1953 aEdin­burgo mi ritirai dall’insegna­mento dopo aver raggiunto il li­mite di età, mi fu dedicata una pubblicazione commemora­tiva che conteneva molti articoli interessanti; tra questi ve ne erano parecchi tutt’altro che elogiativi che attaccavano l’in­terpretazione statistica della mec­canica quantistica; uno di Da­vid Bohm, uno di Louis de Broglie e uno di Einstein.

Egli tentava di chiarire il suo punto di vista ricorrendo al sem­plice esempio di una particella che oscilla tra due pareti ela­stiche. A me i suoi argomenti non sembravano affatto convin­centi, soprattutto perché giudi­cavo inesatta la formulazione matematica dell’esempio; egli considerava il cosiddetto « caso puro », in cui è conosciuta sol­tanto la presenza della particel­la con la minima energia possi­bile, mentre il caso limite classi­co si riferisce a un determinato stato iniziale di luogo e velocità e dal punto di vista della mecca­nica quantistica deve essere rap­presentato da una mescolanza di casi puri. E’ facile risolvere que­sto problema un po’ complicato; in ogni caso il passaggio alla meccanica classica non porta di­rettamente ad una certa traietto­ria della particella con uno stato iniziale beh definito, ma ad un insieme di traiettorie molto riavvicinate. Questo mi indusse a ca­povolgere la formulazione della meccanica classica, e a dire che essa ha a che fare solo con sta­ti determinati in maniera poco rigorosa. Questa interpretazione mi sembra più valida della solita tesi deterministica perché è as­surda l’idea che esistano stati assolutamente esatti, vale a dire misurazioni assolutamente esat­te. In altri termini la meccanica classica sotto forma statistica è più valida della solita tesi pseudodeterministica e spero che fini­rà con l’affermarsi. Alcuni « pa­radossi» della meccanica quanti­stica appaiono anche nel caso di una trattazione classica. Invece delle traiettorie si determina una probabilità che si estende nello spazio delle fasi. Ogni nuo­va osservazione cancella la pre­cedente ripartizione della proba­bilità e la sostituisce con un’al­tra; si ha quindi il fenomeno della « riduzione delle probabili­tà » cui ho già accennato e al quale Einstein si opponeva.

Mandai il mio manoscritto ad Einstein. Il carteggio che ne ri­sultò è un groviglio di malintesi e alcune sue lettere hanno un to­no un po’ risentito. Tuttavia non ne vorrei citare nessuna. Per finire intervenne Wolfgang Pauli che in quel tempo era a Prin­ceton e cercò di chiarire a ognu­no di noi quello che l’altro inten­deva. A me rinfacciò, e a ragio­ne, di essere un « cattivo ascol­tatore », ma per il resto si dichia­rò d’accordo con me e mi aiutò a correggere il mio testo, finché non ne poté approvare ogni sin­gola parola. Il lavoro è stato pubblicato nel 1955 nel fascicolo dell’Accademia danese dedicato a Niels Bohr in occasione del suo 70° compleanno. Tuttavia Ein­stein non ha cambiato parere.

Di fatto si tratta di una fondamentale differenza nel modo di vedere la natura.

Un punto di vista piĂą che giusto

Dopo anni di meditazioni, ho esposto brevemente la filosofia che sta alla base della mia teo­ria nel volume miscellaneo pub­blicato per il 60° compleanno di Heisenberg. Essa parte dall’idea che le predizioni scientifiche non si riferiscono direttamente alla « realtà », ma alla nostra co­noscenza della realtà. In altri termini le cosiddette « leggi del­la natura » ci permettono di trar­re dalle nozioni del momento, li­mitate e approssimative, conclu­sioni riguardanti una situazione futura, descrivibile, naturalmen­te, solo in modo approssimativo. E’ questo un modo di pensare del tutto opposto a quello di Ein­stein e non fa meraviglia che egli mi considerasse come un ri­belle. E tuttavia ho l’impressio­ne di aver continuato fedelmen­te il cammino che egli ci ha indicato nel suo grande periodo, mentre egli, a un certo punto, non è più andato avanti. E’ ri­masto fermo all’idea che il mon­do esterno, qual è realmente, vie­ne descritto fedelmente e con precisione dalla scienza. Da que­sto punto di vista la teoria odier­na della materia è in realtà un groviglio di assurdità ed Einstein dal proprio punto di vista aveva ragione di confutarla o di consi­derarla tutt’al più come provvi­soria.

Non ho più rivisto Einstein dal 1933, l’anno della nostra emi­grazione. Nelle sue lettere di Princeton egli diceva spesso che sperava di poter discutere una volta a voce con me le idee che ci dividevano, ma i suoi tentati­vi di procurarmi un invito all’« Institute for Advance Study » andarono sempre falliti, — non saprei dire perché. Probabilmen­te là consideravano anche me co­me un fossile e due residui del passato erano troppo per il gu­sto dei signori di Princeton. L’ul­tima lettera di Einstein, scritta a macchina e solo firmata da lui, porta la data del 17 gennaio 1955. E’ accompagnata dalla copia di una lettera indirizzata alla rivi­sta Reporter, che tratta del suo atteggiamento di fronte alla bomba atomica. Non ho parlato qui di queste cose che ricorrono spesso nelle sue lettere. Ma di quest’ultima lettera vorrei citare alcune frasi: « I giornalisti al servizio di una stampa arrende­vole hanno cercato di mitigare l’impressione prodotta dalla mia dichiarazione » (in cui egli indi­cava i pericoli dell’abuso della scienza); a tal scopo essi o han­no presentato le cose come se mi fossi pentito di essermi dedicato alla scienza, oppure hanno volu­to risvegliare l’impressione che avessi considerato come meno importanti le professioni prati­che. Ho voluto soltanto dire che, nelle circostanze attuali, sceglie­rei solo una professione in cui il guadagno del pane quotidiano non avesse nulla a che fare con l’aspirazione a conoscere ».

Poco dopo egli morì. Mia mo­glie ha una lettera della sua fi­gliastra Margot che descrive l’ul­tima visita che gli fece: « Sai che ero nello stesso ospedale in cui stava Albert? Ho potuto vederlo e parlargli ancora due volte per qualche ora. Mi hanno traspor­tata da lui sulla sedia a rotelle. Dapprima non l’ho riconosciuto tanto era pallido e cambiato in volto per i dolori sofferti. Ma lo spirito era rimasto lo stesso. Si dimostrò lieto di vedere che il mio aspetto era migliorato e scherzò con me; considerava con superiore distacco il suo stato di salute. Parlava con profonda cal­ma e perfino in tono leggermen­te ironico dei dottori ed aspetta­va la fine come un imminente “avvenimento naturale”. Come era stato coraggioso in vita, co­sì di fronte alla morte era tran­quillo e modesto. Se ne è andato senza sentimentalismi nĂ© rim­pianti ». Io so che cosa significa esser stato suo amico.

 

 (Traduzione di Marta Bignami)


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Bart