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LETTERATURA: I MAESTRI: Montale: Le prose di viaggio del poeta

16 giugno 2018

di Geno Pampaloni
[dal ‚ÄúCorriere della Sera‚ÄĚ, gioved√¨ 29 maggio 1969]

Forse lo stesso Montale √® tentato qualche volta di consentire con quel soldato tedesco, quel ¬ę letterario ¬Ľ di Stoccarda che gli capita in casa una sera del cupo inverno del ’44 per consegnar¬≠gli una copia dattiloscritta delle liriche di H√∂lderlin (il racconto si pu√≤ leggere nella terza edizione Mondadori de La farfalla di Dinard, pp. 248, L. 2200); il quale afferma che ¬ę la poesia non esiste; quando √® antica non possiamo identificarci con¬† lei, quando √® nuova ripugna come tutte le cose nuove… Eppoi, eppoi… una poesia perfetta sarebbe come un sistema filosofico che quadrasse, sarebbe la fine della vita, un’esplosione, un crollo, e una poesia imperfetta non √® una poesia¬Ľ.

Nella sua opera la coscien¬≠za di una siffatta ¬ęimperfe¬≠zione¬Ľ si pu√≤ cogliere nel mirabile equilibrio tra la pre¬≠senza (baluginante ma fer¬≠ma, accorata ma inesorabile) degli assoluti e della fe¬≠de in essi; e il riserbo, la golosa ¬ęprivacy¬Ľ, la mi¬≠sura di gelosia con cui egli trascrive un’esperienza di vi¬≠ta che non pretende in al¬≠cun modo esemplare. Nel suo mondo poetico la realt√† in¬≠combe massiccia e irta, dila¬≠niante, ma il suo urto ca¬≠priccioso e irripetibile: il poeta vi si riconosce per un attimo, ma poi attorno a lui il carosello continua, tra crolli di oscuri simulacri inattinti, di simboli smozzi¬≠cati che misteriosamente si incrociano. La sua pi√Ļ alta poesia vive nella resistenza al vortice dell’assurdo, nel coincidere della disperazione con la fede, nel trasferirsi sulle rive dell’assoluto del povero e nobilissimo baga¬≠glio del tempo (sentimenti e ¬ę persone ¬Ľ).

David e Golia

Ma tale tensione religiosa aborre da ogni tipo di de¬≠magogia poetica, di massi¬≠malismo, e addirittura di ¬ęlirica¬Ľ; e trae invece la sua forza da un’umanit√† tan¬≠to pi√Ļ agguerrita e soffer¬≠ta quanto meno √® ostenta¬≠ta. Alla violenza tentatrice e romantica della vita il poe¬≠ta oppone il self-control, si cautela dai riverberi del ro¬≠go tragico con l’ironia, sor¬≠prende il metafisico dell’esi¬≠stenza con lo scoccare di ¬ę aneddoti ¬Ľ icastici (le occa¬≠sioni); e cos√¨ vince, quasi un astuto David contro lo strapotente Gol√¨a.

Per introdursi nel labora¬≠torio del poeta, le prose di Fuori di casa (ed. Ricciar¬≠di, pp. 342, L. 3500) aiutano almeno altrettanto, e forse di pi√Ļ, de La farfalla di Dinard, perch√© in esse √® pi√Ļ scoperta la qualit√†, che gli amici sanno squisita, della sua conversazione, del tempe¬≠ramento.

Fuori di casa si presta a due modi di lettura. Il primo che importa di pi√Ļ ai letto¬≠ri e probabilmente all’auto¬≠re, √® quello di leggerlo com’√®, il libro di un grande gior¬≠nalista in viaggio per l’Eu¬≠ropa (con puntate alle qua¬≠si natie Cinque Terre e a una ¬ęprima¬Ľ di Stravinsky). La prosa √® straordinariamen¬≠te moderna; c√≥lta senza esi¬≠bizione, fitta di rapide e ta¬≠lora rare associazioni tra vi¬≠ta e arte, non ha mai nulla d√¨ prezioso, di esoterico, di ¬ę estetico ¬Ľ. La lingua, pur cos√¨ personale e variegata di trasparenze autobiografi¬≠che, ¬ę comunica ¬Ľ pi√Ļ che evocare o alludere. Non cer¬≠ca effetti, n√© di aura poeti¬≠ca n√© di estenuate sottigliez¬≠ze intellettuali.

L’ingegno critico del Monta¬≠le non ha bisogno, su questo giornale, di illustrazione: (egli √® certamente il maggior cri¬≠tico letterario che operi in Italia e in questo libro scri¬≠ve giudizi illuminanti sulla pittura europea dell’800); ma alla sua prosa si attaglia pi√Ļ la svelta crudelt√† del nar¬≠ratore che gli eleganti in¬≠dugi, le assaporazioni del saggista. Il commento si in¬≠terna nel racconto, e trova limpido esito nel giudizio. La scrittura ha il timbro asciutto, il passo spedito del resoconto. Naturalmente lo scrittore racconta sempre se stesso, con la ricchezza del¬≠le sue motivazioni; il suo vero oggetto √® il confronto di s√© con la realt√†; e proprio questo d√† alle sue pagine il movimento di uno spettaco¬≠lo, di una rappresentazione ¬ę con figure ¬Ľ. Nel Montale giornalista c’√® il personaggio che nei suoi versi, arsi e tre¬≠mendi, era nascosto dietro una voce recitante, solenne e testamentaria. Ed √® un per¬≠sonaggio affabile, anche se difficile, compito e impieto¬≠so, disincantato e fedele, nel quale l’acuto senso di humour di timbro anglosassone non prevarica sul rispetto dovuto alla realt√†. Al pari di tutti gli scrittori autentici, il Mon¬≠tale fa il giornalista con im¬≠pegno e naturalezza, senza complessi.

Come ritrattista √® felicis¬≠simo. Il falso inglese a St. Moritz, il colonnello di Edim¬≠burgo che spiega, Bibbia alla mano, che ¬ę Dio non √® qui ¬Ľ (non per niente queste pagi¬≠ne si ritrovano nella Farfalla) il vecchissimo signor Del Par¬≠do che aspetta la morte spet¬≠tegolando nella hall del gran¬≠de albergo parigino, o l’auto¬≠re medesimo che nell’antica¬≠mera dell’Accademico cerca di far pallottole, per nasconder¬≠le nel caminetto, delle foglie che l’acquazzone improvviso ha incrostato sulle sue scar¬≠pe, sono alcuni tra gli indi¬≠menticabili. Ma ve ne sono a decine, anche tra quelli pi√Ļ legati all’incarico del giorna¬≠le, pi√Ļ professionali (Malraux, Mauriac, Pompidou, Paolo VI). E talora basta una pennellata sola a fare ritratto, o (che √® ancora di pi√Ļ) a suscitare una presen¬≠za, come nel caso della gio¬≠vane principessa Pacelli, ¬ęuna romagnola che se salisse su una barricata rossa destereb¬≠be l’entusiasmo di tutti i pistoleros del mondo ¬Ľ. Del pae¬≠saggista diremo dopo.

Come relatore di fatti e problemi culturali il Montale giornalista √® di esemplare chiarezza. Semplifica senza volgarizzare, morde senza ab¬≠baiare. Egli porta vivo il se¬≠gno della temperie positivi¬≠stica in cui si √® formato (an¬≠che se abbia poi assimilato co¬≠me pochi l’essenziale del pen¬≠siero del Croce). E questo d√† agio al suo naturale empiri¬≠smo, alla sua curiosit√† v√≤lta alle cose, al costume, al mi¬≠nuto accadere piuttosto che alle astratte idee generali. La sua cronaca sa essere signo¬≠rilmente svagata e indiscre¬≠ta, ricrea il gusto di un am¬≠biente o di un personaggio attraverso un tic, la composi¬≠zione di un menu, la disarmo¬≠nia di un arredo. Grandi al¬≠berghi, lussuosi luoghi di vil¬≠leggiatura, miliardari strava¬≠ganti, raffinata gastronomia per inappetenti, capitali e ae¬≠roporti: in questo inusitato d√©cor egli ritrova, povero co¬≠me sono i poeti, un po’ ironi¬≠co un po’ fanciullo, i fanta¬≠smi della belle epoque, il terminus a quo della sua memoria. L’Incontro √® sempre fa¬≠voloso, l’ammiccamento strug¬≠gente.

Sul piano pi√Ļ direttamente culturale, da codesta sua source positivistica, corretta ma non cancellata dai succes¬≠sivi, pi√Ļ moderni orientamen¬≠ti in fatto di estetica, il Mon¬≠tale si √® trovato nelle condi¬≠zioni ideali per cogliere con precisione il momento (che egli fa coincidere con la ¬ę di¬≠sintegrazione impressionisti¬≠ca ¬Ľ) in cui l’arte cessa di ave¬≠re come fine la creazione di un ¬ę oggetto artistico ¬Ľ, ra¬≠zionalmente intelligibile e giu¬≠dicabile, per avviarsi all’¬ęoscuro cafarnao¬Ľ del non for¬≠male. Non si pu√≤ dire onesta¬≠mente che egli sia un conser¬≠vatore: certe bellissime pagi¬≠ne, qui, sul Braque, sul Brancusi, sul Fautrier mostrano una sincera partecipazione in¬≠tellettuale agli sperimentali¬≠smi. Ma √® certo che quel pas¬≠saggio di frontiera, quel sal¬≠to di valori dal ¬ę comprende¬≠re ¬Ľ al ¬ę sentire ¬Ľ, dall’oggettualit√† al soggettivismo senza barriere, rimane per lui un fondamentale punto di rife¬≠rimento. Non nel passato, in un ¬ęprima¬Ľ, ma nella seve¬≠ra moralit√† di un’arte che presuppone la solida, dram¬≠matica presenza del reale si annida il nucleo pi√Ļ resisten¬≠te della ¬ęfedelt√†¬Ľ che amia¬≠mo nella sua voce.

Continuità

In che rapporto si pone (ecco il secondo modo di let¬≠tura) questo eccezionale gior¬≠nalista nei confronti del poe¬≠ta? Il Cecchi vedeva nelle pro¬≠se della Farfalla i ¬ę rosticci di combustibili ed avanzi di fu¬≠sione ¬Ľ passati attraverso le ¬ę altissime temperature ¬Ľ del¬≠l’ispirazione lirica. L’immagi¬≠ne √® avvincente, ma, alme¬≠no per questo libro, impro¬≠pria. Il Cahier montaliano, ri¬≠spetto alla poesia, non √® ci√≤ che residua ma ci√≤ che pre¬≠para. C’√® una ideale continui¬≠t√† ¬ę ascendente ¬Ľ tra questa dizione conversativa, tra que¬≠sto spiluccamento della real¬≠t√† compiuto con superiore nonchalance, tra questo sco¬≠prirsi confidenziale alle av¬≠venture degli umori quotidia¬≠ni, e il momento della poe¬≠sia, quel suo afferrare peren¬≠torio, fulmineo, la realt√†, co¬≠me di falco sulla preda.

Nei momenti pi√Ļ intensi di queste corrispondenze giorna¬≠listiche, figure e cose non si adagiano nella cronaca, ma rompono come apparizioni, su un fondo stregato, febbrile, gi√† tutto ¬ę montaliano ¬Ľ. E i picchi verdi, i cormorani, le rondini di mare sulle spiagge di Normandia, i piccoli pelli¬≠cani lungo lo stagno della Camargue, il mare livido ver¬≠so Cascais, il rientro dei tori nell’arena sulla strada di Arles (¬ę Poi si lev√≤ un vento ostinato, il cielo accese di col¬≠po le sue luci sanguigne, lo stagno di Vaccar√©s si punteg¬≠gi√≤ di guizzi, gli alberi scon¬≠volti iniziarono la loro dan¬≠za… ¬Ľ) suonano qui come an¬≠nunci: siamo proprio vicini alla poesia, negli ¬ęimmediati dintorni¬Ľ.

 


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Invito tutti a non inviarmi pi√Ļ libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso pi√Ļ accontentare nessuno. Cos√¨ pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart