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LETTERATURA: I MAESTRI: Morte di Alfeo

15 maggio 2018

di Mosca
[dal ‚ÄúCorriere della Sera‚ÄĚ, venerd√¨ 10 aprile 1970]

Nulla mi sembra pi√Ļ naturale che il declinare degli stu¬≠di classici, e nulla pi√Ļ meri¬≠tevole di tenera ironia che la patetica figura del superstite professore di latino che in questo nostro tempo contrad¬≠distinto dall’avvelenamento dell’atmosfera e dall’inquina¬≠mento delle acque se ne vien fuori, candido, con la sua bra¬≠va ode d’Orazio, quella che cominciando col pi√Ļ bel ver¬≠so del mondo O fons Bandusiae splend√¨dior vitro e termi¬≠nando, o fonte, col sasso un¬≠de loquaces – lymphae desiliunt tuae, rievoca purezze e trasparenze delle quali l’uomo d’oggi, per non provare il do¬≠lore del rimpianto, cerca di perdere la memoria.

Un mondo forse mai esi¬≠stito, invenzione di poeti, in cui continua a credere soltan¬≠to il professore di latino, il quale vecchio, e perci√≤ tor¬≠nato fanciullo, ripete le favole apprese sui banchi d’una scuo¬≠la che non c’√® pi√Ļ, dove, ri¬≠cordate?, il Virgilio delle ¬ę Georgiche ¬Ľ non aveva bisogno ‚ÄĒ per esprimere la leti¬≠zia del tralcio di vite che, cre¬≠scendo, si drizza nell’aria pu¬≠ra ‚ÄĒ di dire per aerem purum. No. Bastava per purum, si capiva subito ch’era l’aria.

Vi sono luoghi ancora do¬≠ve questo purum si possa re¬≠spirare? Il professore dice di s√¨, d’aver scovato una campa¬≠gna lontana dalle strade bat¬≠tute dalle automobili, cui s’ar¬≠riva con l’ultima diligenza ri¬≠masta in piedi, dove, col Pe¬≠trarca, si pu√≤ dire l’aura soa¬≠ve, l’aura celeste, l’aura sere¬≠na, l’aura gentil, e, giunti al dilettoso fiume, esclamare ra¬≠piti chiare, fresche, e dolci acque!, ed ascoltare in estasi il mormorar dei liquidi cri¬≠stalli – gi√Ļ per lucidi, freschi rivi, e snelli. Non √® la stessa voce delle lymphae d’Orazio che, loquaces, desiliunt?

E’ una bugia del professore. In alto, sopra quella cam¬≠pagna, c’√® una conceria. Se Laura commettesse l’impru¬≠denza di porre le membra in quelle acque, ne uscirebbe in¬≠delebilmente colorata di rosso, di giallo e di verde, e il ¬ę Can¬≠zoniere ¬Ľ anzich√© avere due¬≠centosette sonetti in vita e no¬≠vanta in morte di madonna Laura ne avrebbe novanta in vita e duecentosette in morte a causa dell’anticipato decesso dell’angelica donna avvelena¬≠ta dalle sostanze chimiche in¬≠quinanti il fiume e da quelle ammorbanti l’aere sacro, se¬≠reno.

Non vede, professore, che tutto crolla? Anche Fedro, anche la favola del lupo e del¬≠l’agnello. Agli studenti della scuola media unica che ab¬≠biano avuto la cattiva idea di optare per il latino come rac¬≠contare, senza farli scoppiare dalle risate, che superior stabat lupus, longeque inferior agnus, eppure il primo, pre¬≠potente, accusava il secondo d’intorbidargli l’acqua? Non prepotente, ma cretino. Con queste nostre acque inquinate dai residui industriali non esiste n√© sup√©rior n√© inf√©rior, n√© lupus n√© agnus, siamo tutti dei poveri disgraziati uniti nel¬≠la sventura di non poter aver genuine neppure le fonti del¬≠la vita, che sono l’aria e l’acqua.

*

Nostri anni incantati di gin¬≠nasio, quando queste favole prendevamo per verit√†, quan¬≠do, pi√Ļ ingenuo di noi, San Francesco lodava il Signore per sor’aqua, la quale √® molto utile et humile et pretiosa et casta. Non c’√® pi√Ļ ombra di castit√†. S’√® fatta guastare, insudiciare, corrompere, ha per¬≠duto chiarezza, splendore, tra¬≠sparenza, non c’√® fiume, ruscello, rivolo, fonte che rispar¬≠mi il suo veleno al viandante che, ingannato dagli studi classici, beva fiducioso, ingi¬≠nocchiato sulla sponda, nel ca¬≠vo delle mani congiunte.

Ginnasio degli inganni!, li¬≠ceo delle menzogne! Al pro¬≠fessore di latino, rammentate?, s’aggiungeva il professore di greco col suo Luciano, auto¬≠re di quei ¬ę Dialoghi marini ¬Ľ il pi√Ļ bello dei quali √® indub¬≠biamente quello di Nettuno e di Alfeo, il fiume del Pelopon¬≠neso che attraversa la pianu¬≠ra d’Olimpia, e il dio gli do¬≠manda: ¬ę Come mai, unico tra i fiumi, non ti mischi, en¬≠trato in mare, all’acqua sala¬≠ta, ma conservando la dolce e pura vena della tua corrente giungi intatto alle spiagge si¬≠ciliane? ¬Ľ. ¬ę Perch√© amo, lag¬≠gi√Ļ, la fonte Aretusa. Esco intatto dal mare, e mi con¬≠giungo ad essa formando con lei un’acqua sola ¬Ľ. Miracolo d’amore? Cos√¨ credette Net¬≠tuno, ma Alfeo mentiva. Di Aretusa gl’importava poco o nulla. Piuttosto, presago, si preparava ai tristi tempi futuri, quando l’acqua del mare sarebbe stata lordata dai residui di nafta scaricata dalle navi. S’allenava a passare intatto, come un cavo liquido, e, giunto in Sicilia, si prendeva bel tempo con Aretusa. Ma se in Grecia, Paese scarsamente industriale, Alfeo √® rimasto puro, non cos√¨ Aretusa, presso la quale √® sorta una raffineria. Ne consegue che Al¬≠feo passa, s√¨, indenne, attra¬≠verso il mare impeciato, ma non appena congiuntosi ad es¬≠sa muore tra le sue braccia avvelenate.

Questo, il professore di greco lo ignora o finge di igno¬≠rarlo come credo faccia il professore di italiano quan¬≠do invita ad aprire l’¬ę Or¬≠lando Furioso ¬Ľ al canto XVII, e precisamente a quel¬≠la diciannovesima ottava i cui primi quattro versi con¬≠tengono quanto pi√Ļ di spudo¬≠ratamente menzognero si pos¬≠sa dire sulla condizione ur¬≠banistica dei nostri maggiori centri ridotti a foreste di ce¬≠mento rese nere dallo smog? C’√® un limite a tutto. Si dice che la personalit√† dei ragazzi va rispettata, e poi li si obbli¬≠ga a studiare a memoria i ver¬≠si con cui l’Ariosto dipinge co¬≠me vera, ai poveri liceali ve¬≠nuti su pallidi e stenti da una infanzia senza ossigeno, una citt√† che non esiste e non esi¬≠ster√† mai? Per la citt√† due fiumi cristallini ‚ÄĒ vanno inaffiando per diversi rivi ‚ÄĒ un numero infinito di giardini ‚ÄĒ non mai di fior, non mai di fronde privi.

Io so che questi versi ven¬≠gono fatti imparare a memo¬≠ria anche agli studenti dei li¬≠cei milanesi. E ci meraviglia¬≠mo della contestazione, del¬≠l’occupazione delle aule, degli insegnanti sequestrati e per¬≠cossi? E, stupiti del sempre pi√Ļ rapido decadere della cul¬≠tura classica, andiamo invo¬≠cando i nomi di quell’Orazio, di quel Virgilio, di quel Lu¬≠ciano, di quel Petrarca, di quell’Ariosto, e anche di quel Foscolo, con le sue felici aure, cantori d’un mondo che se davvero √® esistito, appunto per questo non possiamo che detestare, testimone com’√® di una bellezza e d’una felicit√† uccise dalla chimica? Il no¬≠me di quel Virgilio che col suo tu patulae recubans sub tegmine fagi evoca piaceri co¬≠s√¨ perduti (quello di star sdraiato all’ombra della verde maest√† d’un ampio faggio) da sembrare impossibili, inven¬≠tati.

*

Se vogliamo salvare gli stu¬≠di classici, bandiamo Virgilio dai programmi, non solo per quel suo monumentale faggio, ma per quel suo avia tum resonant avibus virgulta canoris, bandiamo il Tasso che, quasi traducendo, scrisse e sovra i verdi rami i vaghi augelli – cantar soavemente, bandiamo Catullo che per un passero morto scrisse addirit¬≠tura un carme, lugete, o Veneres Cupidinesque, passer mortuus est meae puellae, e se Veneri e Amori dovevano piangere per un passero solo, in che pianto dirotto non do¬≠vremmo scoppiar noi per i milioni di uccelli morti per l’aria infetta, l’acqua veleno¬≠sa, gli alberi abbattuti?

Guardate le nostre citt√† pri¬≠ve di verde, le nostre campa¬≠gne spoglie, i nostri monti cal¬≠vi, le nostre strade un tempo ombrose e ora fiancheggiate da quei cippi funerari che so¬≠no i tronconi degli alberi se¬≠gati, e confrontate questa con¬≠dizione con quella antica che l’Ariosto rivela nel canto XXIII, quando vedendo Or¬≠lando che un alto pino al pri¬≠mo crollo svelse – e svelse do¬≠po il primo altri parecchi – co¬≠me fosser finocchi, ebuli o ane¬≠ti, – e fe’ il simil di querce e d’olmi vecchi, – di faggi e d’orni e d’ilici e d’abeti, unica scusante che trova alla stessa barbarie e allo stesso scempio che oggi lo Stato, la Provincia e il Comune commettono per mezzo dei loro saggi funzio¬≠nari, √® la follia che, per amo¬≠re, s’√® impadronita del famo¬≠so paladino.

Vedete?, un tempo solo un pazzo poteva procedere alla strage di quel patrimonio pre­zioso che sono le foreste. Solo Orlando tradito da Angelica. Un tempo troppo felice, e so­prattutto troppo civile perché il rimpianto di esso, mutan­dosi quasi in rancore e in odio, non induca i giovani a voltar le spalle alla cultura classica che sembra si diverta, maligna, a mettercelo sot­to il naso.

 


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Invito tutti a non inviarmi pi√Ļ libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso pi√Ļ accontentare nessuno. Cos√¨ pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart