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LETTERATURA: I MAESTRI: Nerone e Adamo

14 agosto 2018

di Giorgio Manganelli
[da “Quindici”, numero 4, 15 settembre – 15 0ttobre 1967]

Matthew Phipps Shiel, « La nube purpurea »,
Adelphi, 1967, pp. 338, L. 2.200.

Le storie letterarie d’Inghilterra ignorano tutto del signor M. P. Shiel, morto nel 1947, autore della Nube purpurea, pubblicato nel 1901 — apprendo queste notizie dalla prefa­zione di Wilcock, alla sua bellissima tradu­zione. Vi sono contenitori letterari, silos, obi­tori ferragostani in cui i defunti letterari stan­no a piani sovrapposti, e per cavar fuori un cronista anglonormanno dal suo microscopico loculo occorre il montacarichi; testi compi­lati con tanto ingorda dottrina, che non v’è coprografo da muro che non abbia il suo piedestallo, e uno sgorbio d’alloro sul per­verso cranio; ma Shiel, M. P. Shiel, no. Gli Annals of English Literature dànno per quel 1901 ventiquattro titoli, uno ogni quindici giorni, saltando le ferie; ma The Purple Cloud, no.

Bizzarrie accademiche: come una lette­ratura americana senza Moby Dick. Perché La nube purpurea è senza possibilità di dubbio, un grande libro; e prediletti degli dèi quei secoli che, di libri cosiffatti, ne producono cinque o sei.

La prima, ovvia osservazione è che La nube purpurea ha la struttura, la contraddittoria tensione, la perentorietà del mito: e ne ha la volgarità poderosa, tra sconcio ammicco e fatale allegoria, l’instabilità dei sensi, l’inva­denza clamorosa, ilare, anche torva. Vorrei insistere sulla volgarità: una fantasia corpu­lenta, una centauresca miscela di ferino e geniale, arguzia di enigmi e afrore di bestia.

Il mito de La nube purpurea è la fine del­l’umanità: di questi giorni, un poco rotocalchizzato; ma resistente. Il protagonista e nar­ratore, Adam Jeffson, è sopravvissuto ad una profumata e letale nube che, fuoriuscita da qualche eruzione d’Oriente, ha invaso il pia­neta e annientato l’umanità. Ha risparmiato solo il culmine del mondo, il Polo Nord; e lì appunto si trovava Adam, ignaro, al momento della catastrofe. Così, immediatamente, ci sco­priamo coinvolti in una fitta trama di segni, instabili e oscuri. Adam è giunto al Polo grazie ad una lunga serie di omicidi, volon­tari e casuali, suoi e altrui; ha compiuto la sua splendida impresa, è stato « il primo », sospinto da una sinistra, malvagia fortuna. Non solo: la scoperta del Polo, luogo assolu­tamente mitologico, è un atroce peccato, una violazione che vuole un adeguato contrappas­so: appunto, la distruzione dell’umanità, even­to naturale e innaturalmente significante. Al sopravvissuto spetterà consumare, celebrare la peccaminosità umana e cosmica, e riscattarla, facendosi, da Adam Jeffson, nuovo Adamo.

Attorno a questa sacra allegoria, un’altra se ne dispone: Adam è costantemente esor­tato, minacciato da due voci incorporee; quasi perseguendo ciascuna un suo proprio disegno, le due voci si affrontano e contrastano con opposti ordini: Adam è uno strumento, e qualcuno cerca di catturarlo per adibirlo ai propri piani. Le due voci sono, dunque, po­tenze non umane: ed egli chiama le due forze Nera e Bianca. Il Nero, ispiratore del pecca­minoso viaggio al Polo, complice delle fortu­nate nequizie di Adam, non vuole solo la distruzione della razza umana, ma anche la dannazione; vuole che l’uomo si conosca co­me male, e tale si proclami, e scelga la pro­pria fine, come giusta e irrevocabile. La fine dell’umanità deve essere per suicidio.

Adam inizia il viaggio di ritorno: e via via viene scoprendo una terra ridotta a stermi­nato carnaio. Per pagine e pagine si descri­vono le folle uccise sulle spiagge norvegesi, Londra popolata da un mondo di cadaveri, le navi fulminate e mortalmente pigre per i mari, le miniere traboccanti di morti; sono descrizioni di demente, grassa, cannibalistica letizia. Scomparsi sovrani, i morti incorrutti­bili occupano la terra: la nube ha mummifi­cato l’intera umanità, che giace nelle sue glo­riose città, profumata di pesca, taciturna e distratta.

Sulla terra uccisa, Adam è il sovrano, soli­tario e assoluto. La conseguita solitudine poco alla volta gli svela l’eremitica passione per il sopruso, la bella violenza, il prezioso assas­sinio. Attorno a lui, dovunque, palazzi spa­lancati, infiniti viveri, macchine, locomotive, navi di agevole guida: tutto si offre ad una potenza perfetta, empia sebbene innocua.

Noi riconosciamo questa terra. Il riaffluire subitaneo di carsici miti, nomi invocati, esor­cismi arcaici ci rivelano Babilonia, la città maligna, capace di generare sovrani dalle mani artigiane, mirabili belve pensanti, appa­rati di denti, pingue follia. Su questa civitas diabolica doveva scendere una morte giudi­cante, una malattia celeste: una morte vizio­samente profumata, una delicata dannazione. Babilonia anche morta vuole mostruosi so­vrani: Adam è il legittimo signore della città uccisa. E’ il signore dell’Abisso, di un Averno che, uscito dalle sue caverne, ora occupa le case, le pianure del pianeta. La terra è in­ferno, e Adam è Satana.

Tra quella carne incorrotta, orrendamente eterna, Adam si muove con necrofilica bal­danza. Con turpe maestà percorre paludi di morti corpi — carnai marsh. Egli è divenuto il Tiranno. Nei primi giorni, egli ha cercato af­fannosamente, non vi fosse da qualche parte un sopravvissuto; ora, lo cerca per ucciderlo. La sua vocazione è quella dell’assassinio defi­nitivo; il Tiranno, odiatore del genere umano, coltiva veramente la speranza dolcissima di decapitare nell’ultimo uomo l’intera umanità.

Con una sorpresa di qualità totalmente geniale, a questo punto il libro volge al co­mico, al grandiosamente farsesco. Adam fruga nei guardaroba delle ambasciate orientali, in cerca delle belle e assurde vesti del Tiranno; secondo una fantasticheria alla Delacroix, si orna di turbanti, veli, pugnali, gioielli; si trafigge di minuti fori le orecchie, per apporvi orecchini. Egli è veramente colui che realizza i propri sogni; che riveste il corpo insolente della sconcezza dei visceri notturni; il Tiran­no si copre di sogni, come la terra si veste di morti.

Recita la parte del creatore, ma da guitto; riempie il nulla che lo circonda di colori vili, risibili fragori. Come Nerone, Sardanapalo, Adam si compiace della morte: con ilare furia organizza la distruzione delle città. Co­mincerà da questa efficiente, domestica capi­tale, Londra; la colma di esplosivo quartiere per quartiere; in una notte calda, dal cul­mine di una torre, contempla la città che esplode, si sgretola, si fa cenere e tomba. Grassa, ornata goduria: Adam mangia, beve, suona l’arpa.

Inutile chiosare il « cattivo gusto » di codeste immagini: il cattivo gusto è assolutamente essenziale a questo libro, Shiel lavora sulla qualità infernale del kitsch. La volgarità è veramente il segno del definitivo inferno. Come se il giorno del Giudizio Universale, una corrusca scritta in cielo ci avvertisse che gli effetti speciali sono stati predisposti a Hollywood, e le voci sono a cura di Son et Lumière.

Adam dispone di una articolata follia. Me­dita di costruirsi un palazzo, una reggia inau­dita; e la erigerà in un’isola dell’Egeo. Adam, malattia del mondo, continua a produrre sin­tomi, segni di attiva e trionfante morte. Ma dentro la malattia di Adam si nasconde, per prodigiosa, mostruosa gravidanza, un’altra malattia: con la potenza cresce il disgusto, il meditato disdegno dell’uomo. Due malattie che si sfidano e minacciano: la posta è la qualità di morte cui potrà aspirare la razza umana.

Il racconto non finisce di stupirci. Subita­mente, ci ritroviamo nella commedia. Questa volta non è bombastic farsa elisabettiana, è pochade teologica. Adam incontra un altro sopravvissuto: una giovanissima donna, sal­vatasi in circostanze largamente favolose, vis­suta per vent’anni — tanti ne sono passati dalla strage — in un sotterraneo, per cui ignora qualunque linguaggio. Adam, ammae­strato dalla precedente storia sacra, vede in quell’incontro un disegno più che umano; e inorridito si ribella alla prospettiva di colla­borare al cominciamento di una umanità già prossima alla definitiva scomparsa. Quella trista razza deve scomparire: Adam tenta di uccidere la giovane; ma un fulmine lo ferma. Vuole fuggire, allontanarla da sé. La percuote, la insolentisce. Quella, paziente, mutola, lo segue; lo rintraccia; non si difende dai suoi colpi. Adam, irretito nella calcolata ironia del destino, viene a patti; a lui basta « sal­vare il proprio onore », non essere, lui omi­cida, epitome della malizia terrestre, progeni­tore di altri omicidi. Insegna a parlare alla femminetta. Sulle labbra di lei la imperfetta pronuncia trasforma le imprecazioni in auguri. Adam medita il suicidio. Lasciano l’isola, tornano con penoso viaggio verso l’Inghilterra. Lei si fermerà a Le Havre; Adam raggiungerà Portsmouth. Ogni giorno si telefonano. Che meraviglia: la farsa tocca dimensioni cosmi­che. In fine, la donna — che si è scelta il nome di Leda — vince; per ultima ironia, con una menzogna, forse non sua, ma della Potenza Bianca, gli annuncia l’arrivo di una nuova nube purpurea. Protetto dall’alibi della morte imminente, Adam capitola, la fa sua sposa. Un accenno annuncia la nascita di due gemelli; e di nuovo da un incesto ricomincerà la storia dell’uomo.

Questo libro di dissennata grandezza è un esempio didattico di letteratura come pseudo­teologia. L’invenzione finge un universo, un luogo coerente e irraggiungibile, del tutto au­tonomo. Dèi ed inferi si dispongono a dise­gnarne i confini: ambigue metafore, minatorie ipotiposi. La nube purpurea si offre come un progetto di mondo: appunti per una pos­sibile creazione, abbandonati nei suoi scon­volti archivi da un dio che inanemente meditò di farsi creatore; un mondo puramente « pos­sibile », una malattia, un vizio del nulla, fecondissima tomba.

 


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart