Libri, leggende, informazioni sulla città di LuccaBenvenutoWelcome
 
I miei libriRivista d'arte Parliamone

La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

Piante e fiori del mio giardino e altre bellezze: qui
Download VIVERE CON L'ACUFENE.

LETTERATURA: I MAESTRI: Pasquale

4 ottobre 2018

di Roberto Ridolfi
[dal ‚ÄúCorriere della Sera‚ÄĚ, mercoled√¨ 10 dicembre 1969]

Tra le facezie che andavano attorno per le caserme quando ebbi anch’io a bazzi¬≠carle, m’√® rimasta in mente la riposta di un candidato all‚Äôesame di caporale. Richiesto di dar l’esempio di una cosa invisibile, ¬ę’A giraffa¬Ľ, fa quello. ¬ę Come? Con un collo lungo cos√¨, che si vede lontano un miglio? ¬Ľ. E l’esaminato: ¬ę Ma io non l’aggio mai vista¬Ľ. Ebbene, per me, quand’ero bambino e perfino grandicello, la nostra fat¬≠toria di Pontassieve, bench√© tutt’altro che piccola, era invisibile come per colui la gi¬≠raffa.

Ne morivo dalla voglia, ma gli anni passavano e non c’era verso che qualcuno mi ci portasse: mi appariva lontana, irraggiungibile, quanto allora la Luna. Aveva un nome vetusto e grandioso, il Palagio, evocatore di antichi fasti; e anche questo non faceva che infiammare la mia fantasia fanciullesca. Il palagio, a di¬≠re il vero, non c’era e non credo ci fosse mai stato: c’era un vecchio fabbricato in riva alla Sieve, con due o tre stan¬≠ze padronali, altre per il per¬≠sonale di fattoria, granai, can¬≠tine, frantoio. Certo, qualche stanza aveva una sua nobilt√†, n√© vi mancavano segni di tempi migliori: un gran ca¬≠mino e altro pietrame cinquecentesco intagliato, con gli stemmi della famiglia, che mio padre smur√≤ e port√≤ seco co¬≠me Dei Penati quando anche quella terra s’invol√≤ dagli avanzi del patrimonio avito: vien fatto di pensare ai feudi di casa Salina, rassomigliati nel Gattopardo a rondini set¬≠tembrine.

Coi treni di allora, anche con quelli che il linguaggio ferroviario chiamava aulica¬≠mente ¬ę omnibus ¬Ľ, e il volgo ¬ę treni lumaca ¬Ľ, per arrivare a Pontassieve ci si metteva una mezz’oretta, non pi√Ļ; e, una volta scesi dal treno, s’era gi√† in fattoria. Ma per me rimaneva una terra remota e favolosa, un paese di Bengo¬≠di, dal quale tutti i venerd√¨ arrivava ogni ben di Dio: burro che pareva panna mon¬≠tata, giganteschi tacchini, cac¬≠ciagione, frutta di una gros¬≠sezza sbalorditiva: prodotti, insomma, per quantit√† e qua¬≠lit√† non paragonabili a quelli del poggio arido e magro dove vivevo: a me facevano l’ef¬≠fetto che dovettero fare agli Ebrei nel deserto di Pharan al ritorno degli esploratori, i frutti della Terra promessa.

*

Dopo quelle nature morte, la prima cosa che vidi di Pontassieve fu Pasquale, il fattore, e subito mi parve de¬≠gno della fattoria dei miei sogni. Era un omaccione alto e grosso, con una gran barba bianca intorno a una gran bocca rossa, ridente, le gote rubiconde, un viso da cuor contento. Aveva una pancet¬≠ta importante, sulla quale trionfava, andando da un ta¬≠schino all’altro del gil√®, che portava d’estate e d’inverno, una catena d’argento grossa come quella di un pozzo.

Veniva a Firenze tutti i ve¬≠nerd√¨, per il famoso mercato. In quelle occasioni ostentava un enorme portafoglio di pel¬≠le gialla, a organino, che gli gonfiava la cacciatora di vel¬≠luto. Per ogni fattore che si rispettasse, il portafoglio rap¬≠presentava un blasone ed un simbolo: dalla sua grossezza e gonfiezza si misuravano l’importanza e l’opulenza del¬≠la fattoria. Quello di Pasqua¬≠le non era un portafoglio, era un monumento al Portafoglio: per farlo cos√¨ gonfio doveva metterci pi√Ļ carta di giornali che carta moneta.

Credo che il brav’uomo fos¬≠se nato in casa, cio√® in qual¬≠che altra fattoria della fami¬≠glia. La devozione ai padro¬≠ni era allora una qualit√† piut¬≠tosto comune e ordinaria, ma la sua era anche per quel tempo straordinarissima: tra¬≠boccava nel fanatismo. Un al¬≠tro fanatismo egli aveva: quel¬≠lo della caccia alla lepre. Quando (beato lui) andava a Pontassieve il mio fratello maggiore, Pasquale si sareb¬≠be sentito disonorato se non gliene avesse fatta ammazza¬≠re almeno una. Una, a ogni buon conto, gliela faceva tro¬≠vare bella e morta perch√© al ritorno trionfale del padron¬≠cino non mancasse quel ne¬≠cessario trofeo.

E una la fece ammazzare anche a me, la prima volta che mi riusc√¨, come Dio vol¬≠le, di metter finalmente pie¬≠de nella mia Terra promes¬≠sa: avr√≤ avuto forse tredici anni. Mi sembra una storia da raccontare. Non racconte¬≠r√≤, per non divagar troppo, l’arrivo al Palagio, le mara¬≠viglie della vigilia, l’inconsue¬≠to cerimoniale della fattoressa che mi svegli√≤ avanti gior¬≠no a lume di candela. Quella mattina, Pasquale aveva mes¬≠so un tallo sul vecchio; pa¬≠reva perfino un po’ brillo, sebbene brillo non fosse mai, almeno prima della levata del sole. Non doveva neppure es¬≠sere andato a letto, perch√©, quando uscivo di camera con gli occhi pieni di sonno, lo vidi tornare allora dalla campagna, il suo cappellaccio in capo, l’eterno trombone in spalla e un sacco vuoto tra le mani.

Mi port√≤ in un bosco, che c’√® ancora, dirimpetto alla ca¬≠sa, da cui lo divide soltanto la Sieve: un ciglione che vien gi√Ļ a precipizio sul fiume. Al¬≠beggiava. Il traghetto, lo sciacquio lieve della corrente, i colori del cielo riflessi nell’acqua m’incantarono. Non stavo pi√Ļ nella pelle; anche Pasquale non si capiva che avesse, frettoloso e impazien¬≠te com’era. Messi che avemmo i piedi sull’altra riva, caric√≤ il fucile, me lo dette con mille raccomandazioni, m’insegn√≤ un viottolino erto, a mezza costa, che saliva obliquamen¬≠te nel folto; lui ne prese uno quasi pianeggiante, fra il fiu¬≠me e la proda boscosa.

Si camminava da pochi minuti, badando di procedere del pari: semmai, ero io che dinanzavo Pasquale di qualche passo. A un tratto, mi vocia: ‚ÄĒ Signorino, la lepre, la lepre! ‚ÄĒ Sentii un leggero sfrascare gi√Ļ in basso; aguz¬≠zai gli occhi e vidi balugi¬≠nare un che di fulvo e di bianco in un cespuglio di rovi, a un buon tiro di schioppo sotto di me e quasi altrettan¬≠to davanti a Pasquale, che s’era fermato. Avventarci una schioppettata, veder l’animale rovesciarsi sulla botta, avven¬≠tarmi anch’io a precipizio, col fucile e tutto, gi√Ļ per quella costa scoscesa, rimbalzando di masso in masso, aggrappandomi ad ogni querciolo, rovi¬≠nando tra un rovinio di pie¬≠tre e di rami spezzati, fu tutt’una.

Pasquale correva anche lui, con quel corpaccione, urlan¬≠do a perdifiato: ‚ÄĒ Che fa, signorino? Signorino, che fa? Signorino, si fermi, si fermi cost√¨! No, non venga pi√Ļ avanti, si fermi, permio! ‚ÄĒ Avr√† avuto paura che mi rompessi l’osso del collo, ma quel gridar disperato non lo capivo; meno ancora capivo quella corsa affannosa per arrivare prima di me. Lo ca¬≠pii quando, abbrancato all’ul¬≠timo querciolo che mi fece da freno, piombai sulla po¬≠vera lepre ancora scalciante nell’agonia: era legata con uno spago.

Il pover’uomo giungeva in quel momento, trafelato, an¬≠simante. Aveva scelto il luo¬≠go, studiato il terreno, cal¬≠colati i tempi e le mosse come neppure Napoleone avrebbe saputo; aveva tutto pensato”, tutto previsto, ma non aveva potuto prevedere che io fossi cos√¨ matto da buttarmi gi√Ļ per quel rompicollo, col ri¬≠schio di sfracellarmi, arrivando prima che lui facesse a tempo a raccoglier la vittima e fare sparire lo spago.

Stette l√¨, senza dir nulla. Ero tutto graffiato, spellato, stracciato, e non mi domand√≤ neppure se m’ero rotto qual¬≠cosa, oltre il fondo dei cal¬≠zoncini. Ecco, sarebbe basta¬≠to riderci sopra; ma nessuno dei due ne aveva voglia: io ero troppo indispettito; lui, troppo avvilito. Gli cascavano le braccia, gli cascava il lab¬≠bro di sotto, carnoso, gli ca¬≠scavano le gocce di sudore: dalla fronte, gi√Ļ per le gote, gli gocciolavano lungo la bar¬≠ba bianca. Mi parvero troppe per quel poco di corsa; lo guardai meglio: i suoi occhi chiari, fedeli, erano pieni di lacrime.

*

Sull’onest√† dei fattori, da una famosa parabola del Van¬≠gelo in gi√Ļ, se ne sono dette di cotte e di crude; ma su quella di Pasquale chiunque avrebbe messo le mani nel fuoco: anche chi, per cose del genere, non le metterebbe nemmeno nell’acqua appena a bollore.

Mio padre, uomo rigido e massaio, pur mantenendosi il lusso di un maestro di casa, voleva riveder da sé le bucce ai fattori. Una volta che Pa­squale era a rendergli i conti, si vide metter dinanzi, ester­refatto, un centesimino taglia­to a metà: il buon uomo, avendo a spartire con qual­che mezzadro una certa som­ma che importava anche tan­ti centesimi in numero dispa­ri, aveva pensato bene di ri­correre a quella salomonica divisione.

Quando mor√¨, lasci√≤ erede mio padre. Era scapolo, ma aveva certi nipoti: chiss√† co¬≠sa si aspettavano dallo zio fattore, con quel po’ po’ di portafoglio a organino. Inve¬≠ce, fu trovata una busta gial¬≠la, contenente una lettera sua e un libretto postale; nella lettera diceva che si sentiva in dovere di restituire al pa¬≠drone il poco che gli era ri¬≠masto dei guadagni fatti con lui, scusandosi di non aver saputo risparmiare di pi√Ļ; nel libretto c’erano cinquecento lire.

Lasci√≤ anche, in un borsel¬≠lino, poche monete d’argento e di rame. Fra le quali (e fu l’unica cosa che mio padre accettasse, dopo averglielo ri¬≠fiutato quel giorno, non senza qualche corbellatura), il fa¬≠moso mezzo centesimo.

 

 


Letto 172 volte.
ÔĽŅ

Nessun commento

No comments yet.

RSS feed for comments on this post.

Sorry, the comment form is closed at this time.

Invito tutti a non inviarmi pi√Ļ libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso pi√Ļ accontentare nessuno. Cos√¨ pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart