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LETTERATURA: I MAESTRI: Portacenere

17 marzo 2018

di Alberto Moravia
[dal “Corriere della Sera”, domenica 13 aprile 1969]

Sto in piedi nel bagno di fronte allo specchio, una mano sospesa per aria, il batuf­folo di ovatta intriso di crema detergente stretto tra due dita. Ho pulito metĂ  del viso, tutto il lato sinistro, dalla fronte al mento: ma non mi decido a pulire l’altra metĂ . Mi guardo e cerco nel mio volto una spie­gazione alla morbosa irresolutezza che sempre piĂą va pa­ralizzando la mia vita. Vedo un occhio azzurro di donna fatale tutto bistrato e cupo e un occhio celeste stoviglia di studentessa adolescente; vedo una guancia cadaverica e l’al­tra colorita; vedo mezza bocca rosso sangue e mezza rosa ge­ranio. Alla fine mi rendo con­to che la spiegazione sta proprio nell’incompiutezza del trucco che rimanda a quella della mia vita. So che dovrei finire di pulirmi la faccia; ma sento che se ubbidissi al mio istinto, andrei a coricarmi con metĂ  della faccia truccata e metĂ  no.

Continuo a guardarmi, irre­soluta e immobile; e intanto ripercorro con la memoria la giornata che adesso sta per fi­nire. Ho fatto una quantità di cose; ma non ne ho portate a termine nessuna. Per fare un paragone, la mia giornata è stata simile a un portacenere che un fumatore nevrotico ab­bia riempito in molte ore di tante cicche quali lunghe, quali corte e quali addirittura appena bruciacchiate. La mia giornata è piena di azioni la­sciate a metà o a un quarto; e come le cicche, queste azio­ni, adesso che ci penso, mi appaiono spente, fredde e maleodoranti. Ho cominciato la mattina quando la domestica mi ha deposto sul letto il vassoio della colazione. Avrei vo­luto: 1) ordinare il menù dei due pasti giornalieri; 2) leg­gere il giornale; 3) bere una tazza di tè; 4) mangiare una fetta di pane con burro e mie­le; 5) telefonare a Clarice una mia amica, per chiederle un certo indirizzo. Invece, do­po un inizio di discussione sul primo piatto del pranzo, ho congedato con impazienza la cuoca dicendole che ci pensas­se lei. Quindi ho versato il tè e ho imburrato il pane ma non ho bevuto che un sorso del primo e mangiato che un morsello del secondo perché, nel frattempo, ho aperto il giornale e sono cascata anzi sprofondata, è il caso di dirlo, nella cronaca di un delitto particolarmente strano. Infine anche il giornale l’ho lasciato a metà perché mi è venuta in mente la telefonata. Ma mentre componevo il numero di Clarice, gli occhi mi si so­no posati sulla sveglia, là, sul comodino, e ho visto che era tardi e che, al solito, non ave­vo tempo. Lasciando sul letto il tè, il pane, il burro, il mie­le, il giornale e il telefono, mi sono precipitata nel bagno. Ahimè, l’acqua, nella vasca, si era raffreddata, era proprio gelida. Eccomi sotto la doc­cia. Ma ad un tratto il tele­fono squilla, corro bagnata e mezzo insaponata, troppo tar­di, il telefono non squilla più. Mi sono asciugata alla meglio, mi sono truccata, mi sono ve­stita in fretta. Una volta nel taxi, però, ho scoperto che avevo dimenticato di metter­mi il rosso sulle labbra.

*

Era tardi, ormai, e io ave­vo in mente tutta una lista di cose da fare. Prima di tutto sono andata in una libreria. Da tempo mi dico che dovrei farmi una cultura; ero proprio decisa a cominciare quel mattino con l’acquisto di almeno mezza dozzina di li­bri. Eccomi nella libreria, tra i banchi, intenta a sfogliare i volumi esposti in vendita. Carina, elegante, giovane, ho dato nell’occhio al commesso galante il quale non faceva che sussurrarmi: « Questo è l’ultimo grande successo. Le consiglio questo saggio. Que­sta raccolta di novelle la co­nosce? ». Irritata, avrei voluto dirgli di lasciarmi in pace; la cultura volevo farmela da me. Ma non c’è stato verso. Così, alla fine, quasi senza rendermene conto, ho sospeso in tronco la scelta dei libri, sono uscita dalla libreria e sono passata ad una boutique lì accanto. Direte che, più intenditrice di minigonne che di libri, qui avrò subito fatto le mie scelte. Eh no, eh no. Anche qui la commessa mi ha snervato: « Questo insieme è quel che ci vuole per una bionda come lei. Il rosso le dona. Guardi questo fazzoletto, che meraviglia. Oggi con la camicetta sportiva va il foulard dai colori pop ». Improvvisamente mi sono stufata e sono uscita anche dalla boutique.

Sono andata in un bar, mi sono inerpicata su uno sgabello, ho ordinalo un aperitivo. Ma proprio in quel momento, ecco, fuori, lĂ  sul marciapiede, passare la testa bionda di un certo giovanotto che conosco appena ma di cui so di sicuro, chissĂ  perchĂ©, che potrebbe essere domani l’uomo della mia vita. Ho gridato straziantemente: « Rodolfo, Rodolfo » e mi sono scara­ventata in strada. Ma era giĂ  scomparso. Ho perlustrato tut­te le strade intorno, ma senza risultato. Così, dopo tutto, an­che l’aperitivo non l’avevo nĂ© bevuto nĂ© pagato. Ancora una cosa incompiuta, ancora un mozzicone appena bruciacchiato nel portacenere giĂ  quasi colmo della mia giornata. Sono tornata a casa.

Purtroppo a casa mi aspet­tava la solita fatalità. A ta­vola, ad una frase di mio ma­rito, un po’ secca per la veri­tà, ho risposto con risentimen­to forse eccessivo. Lui mi ha dato della cretina; ed io che avevo appena finito di man­giare il primo piatto, mi sono alzata e sono corsa in camera da letto con l’intenzione di gettarmi bocconi sul letto e singhiozzarvi rumorosamente finché mio marito fosse venu­to a chiedermi scusa. Ma mio marito non si è mosso, ho sin­ghiozzato un poco e poi mi sono addormentata. Ho dor­mito circa due ore, quando mi sono svegliata e ho ricordato che ero appena in tempo per volare al primo appuntamento amoroso della giornata. Que­sto mio corteggiatore aveva di­ciannove anni ed era natural­mente ribelle, rivoltato, rivo­luzionario, contestatore e di­soccupato: insomma tutto in regola. Il secondo appuntamento, invece, l’avevo due ore dopo con un uomo cosiddetto d’affari, molto ricco, che avrebbe potuto essere mio pa­dre. Beninteso tra me e questi due uomini così diversi non c’era niente, voglio dire niente di completo. Anche con loro mozziconi di situazioni, cicche appena bruciate di rap­porti.

*

Guidando la mia macchi­netta utilitaria, sono corsa a piazzale di Ponte Milvio. Ec­colo lì, il mio ragazzo indiffe­rente e violento, appoggiato ad un platano, le due mani in tasca sotto il cinturone dalla fibbia grossa, il giubbotto aperto sulla maglia nera ac­collata. Ha fatto un salto nel­la macchina, ho proseguito, siamo andati a fermarci in un prato nei pressi di viale Tor di Quinto, un postaccio frequentato dalle passeggiatrici. Appena ci siamo fermati, naturalmente lui mi è saltato addosso. Al solito ho reagito. Abbiamo lottato; e poi, pro­prio nel momento in cui pen­savo « ma perché non dovrei cedergli e farlo contento, dopo tutto? »; proprio in quel momento, lui si è stancato, si è tirato indietro, e mi ha mandato al diavolo cosi: « Sei una borghesona, una borghesuccia, una borghesaccia ». Gli ho risposto che se io ero borghese, lui allora, figlio di un noto e stimato avvocato, che era? Ma lui ha tagliato corto dicendomi ad un trat­to « dammi diecimila lire ».

« Perché? ». « Sono fatti miei. Me le dai sì o no? ». Non ne avevo che cinquemila, le ha prese, è disceso dalla mac­china, è scomparso. Sono ri­passata per viale Tor di Quin­to e mi è sembrato di intravvederlo che parlava con una di quelle passeggiatrici, ma forse era un altro che gli ras­somigliava. Comunque, anche quest’incontro era rimasto a metà. Sono tornata a Roma. Mancavano ancora due ore all’appuntamento con il mio corteggiatore vecchio e ricco, ho parcheggiato in Piazza del  Popolo, sono andata difilato a chiudermi in un cinema. Ci credereste? Avevo un’impa­zienza nervosa, ho visto forse venti minuti di un western poi mi sono alzata e ho camminato sul Corso fino ad un altro cinema, e ci sono entrata. Nel primo cinema mi avevano da­to sui nervi i cavalli, i cap­pelloni, le pistole, le grinte; nel secondo, lo stesso effetto me l’hanno fatto le donne nude con i primi piani dei seni, dei fianchi, delle gambe.

Sono uscita dopo un quarto d’ora anche di qui. Sono andata proprio di fronte alla chiesa di San Carlo. Mi sono inginocchiata su un banco in penombra e ho pregato così: « Buon Dio dammi la grazia di trovar la forza di andare fino in fondo a qualche cosa, fosse pure…». Ma anche la preghiera è rimasta a metĂ , perchĂ©, ad un tratto, mi sono accorta che se dovevo essere sincera, dovevo riconoscere che non c’era cosa al mondo che desiderassi veramente portare fino in fondo. Ora se non si è sinceri nella preghiera, perchĂ© allora pregare? Mi sono alzata e sono uscita dal­la chiesa.

*

L’ufficio del mio corteggiatore vecchio e ricco stava poco lontano. Sono salita al quarto piano di una casa tutta di uffici. Ho spinto una porta a vetri. L’ufficio era illuminato ma del tutto vuoto. Le porte lungo il corridoio erano aperte, si vedevano i deschi delle dattilografe con le macchine per scrivere scappucciate, i fogli di carta bianca e di carta carbone sparsi dappertutto, le seggiole smosse. C’era un cattivo odore di chiuso e di scartoffie polverose. In fondo, nell’ultima stanza, ho intravveduto il mio corteggiatore. Stava seduto alla scrivania, chinava la testa argentea su un giornale spiegato. Mi aveva detto di venire a quell’ora, gli avevo obiettato che a quell’ora l’ufficio sarebbe stato deserto; e lui, cinico, aveva risposto: « Appunto ».

Ho pronunziato, ad un tratto, con voce bassa e tranquilla: « Cuccù », e lui ha alzato gli occhi dal giornale. Prima che parlasse, gli ho ingiunto: « Getta la busta con l’assegno, qui sulla soglia, altrimenti non entro ». Era del denaro di cui avevo bi­sogno e lui aveva promesso di prestarmelo. Pronto ha pre­so dal tavolo la busta e l’ha lanciata: mi è caduta ai piedi. Altrettanto pronta ho detto: « Grazie. Volevo soltanto ve­dere se l’avresti fatto. Addio », e me ne sono andata, lascian­dolo lì a guardare la sua bu­sta inutile.

Ma basta, perché prosegui­re? Il portacenere della gior­nata è ormai colmo fino al­l’orlo di mozziconi freddi e spenti, per oggi non mi resta che rovesciarlo nella pattu­miera. Soprapensiero, esco dal bagno, me ne vado in camera da letto. Mio marito sta se­duto contro i cuscini, legge un libro alla luce della lam­pada del comodino. Mi intro­duco sotto le coltri al suo fianco, gli prendo la mano li­bera, la porto alle labbra e la bacio con frenesia. Gli dico: « Tu sei la sola cosa intera, completa della mia vita. La sola cosa che porterò fino in fondo ». Mio marito storna gli occhi dal libro, mi guarda e allora, mentre continuo a ba­ciargli la mano, sento che di­ce: « Ma sei pure distratta. Ti sei tolto il trucco soltanto su una metà del viso. L’altra me­tà è ancora tutta tinta. Sem­bri una statua bifronte ».

 


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart