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LETTERATURA: I MAESTRI: Quarant’anni con Berenson

12 dicembre 2017

di Eugenio Montale
[dal ‚ÄúCorriere della Sera‚ÄĚ, domenica 10 maggio 1970]

Negli ultimi anni della mia residenza a Firenze ‚Äď press‚Äôa poco il tempo di quelle ¬ę inique sanzioni ¬Ľ che danneggia¬≠rono la citt√† assai pi√Ļ dell’allu¬≠vione del ’66 ‚ÄĒ mi accadde di sapere quasi ogni giorno ci√≤ che accadeva ai Tatti, la ric¬≠ca ma non faraonica villa do¬≠ve viveva Bernard Berenson (Bibi per gli intimi e poi per tutti) circondato dall’affetto della moglie e da un eletto ma assai variabile numero di amici e di invitati. Sovrinten¬≠dente generale, bibliotecaria, addetta alle human relations e devota, rispettosa amica del¬≠l’illustre coppia, Nicky Ma¬≠riano di cui sto leggendo il bellissimo libro Quarant’anni con Berenson (ed. Sansoni) ri¬≠facimento e adattamento ad usum delphini (cio√® ad uso degli italiani non iniziati) di un suo precedente libro scrit¬≠to in inglese. L’illuminante prefazione √® di sir Kenneth Clark e se la trascrivessi qui il mio articolo sarebbe super¬≠fluo. Non appena ho ricevuto il libro ho dato un’occhiata all’elenco dei nomi citati (una folla) ma non vi ho trovato il mio. Sarebbe stato troppo pretendere. Pur avendo messo piede ai Tatti due o tre volte parlando con tutti e con nes¬≠suno la mia presenza in quel luogo fu sempre pi√Ļ fantoma¬≠tica che reale. In quel para¬≠diso io vivevo per delega e il mio informatore quasi quoti¬≠diano era Arturo Loria, un giovane scrittore che tra quel¬≠le mura poteva dirsi di casa (alcuni scritti berensoniani ap¬≠parsi qui sul Corriere furono tradotti da lu√¨).

Pu√≤ darsi che Loria, autore di due o tre brevi racconti di una bellezza inesplicabile, de¬≠gni di Puskin, e di altre sto¬≠rie picaresche meno interes¬≠santi, sia destinato a una par¬≠te di utilit√© nel paesaggio del nostro Novecento letterario; ma come amico e uomo di mondo nel senso pi√Ļ nobile della definizione era certa¬≠mente insostituibile. Per que¬≠sto ho potuto parlare di una delega che naturalmente non fu mai scritta.

Sia che Arturo fosse invitato ai Tatti o alla Marlia o al l’Ombrellino o andasse di malavoglia a sudare nelle grotte di Monsummano ‚ÄĒ emulo e rivale di Carlo Placci ‚ÄĒ io ero informato di tutto con i pi√Ļ minuti particolari. Era un’illecita curiosit√† la mia? O io vivevo come un pari in un mondo di privilegiati? Nulla di tutto questo. Per me Arturo era uno spiraglio, il miglior punto di osservazione di un fenomeno che mi interessava e che personalmente non avrei potuto vivere come personag¬≠gio (ostavano la mia pigrizia e impecuniosit√†). La vita in villa, questa divisa che a partire dal Romanticismo fu una realt√† per molti stranieri, ebbe in Toscana e a Firenze una funzione quasi istituzionale. Tenere un piede (e che piede!) a Firenze e un altro a Londra o a Nuova York era un modo di vivere che denotava l’appartenenza a un mon¬≠do d’elezione. Sarebbe ridico¬≠lo parlare di snobismo. Si trattava di un molto rispettabile modo di sopravvivere. Oggi, fattesi pi√Ļ celeri le comunicazioni, pi√Ļ facili i viaggi, pi√Ļ ibridi i ceti sociali, una vita in elegante segregazione non ha pi√Ļ alcun senso. Sono sorti mezzi che permettono di sentirsi, pi√Ļ o meno fasullamente, cittadini del mondo. Oggi essere in o out √® ancora possibile, ma √® un fat¬≠to psicologico che non implica per nulla una collocazione so¬≠ciale. Ma ai tempi a cui mi ri¬≠ferisco la vita in villa era in decadenza, forse gi√† quasi scomparsa da quando l’auto¬≠mobile sostitu√¨ il calesse col ciuchino, prima che ottanta guerre (tante ne furono tra grandi e piccole in mezzo secolo) sconvolgessero le ultime tracce dell’ancien r√©gime

*

¬ę Se la Nicky avesse lasciato I Tatti sarebbe stata come la partenza di Freia dal Valhalla […] Fu la signora Berenson che per motivi complessi la volle con s√© […] La sua influenza sulla vita di Berenson e, a un certo momento, anche sui suoi studi fu grande ¬Ľ. Co¬≠s√¨ il prefatore, che per√≤ lascia in ombra i motivi complessi. Dovremmo forse cercarli in altre biografie, per esempio in quella di Sylvia Sprigge che sir Kenneth giudica deplorevole? Credo che non ne valga la pena. Al pari dell’eccezio¬≠nale Mary Berenson questa novella Freia non lasciava margini a dubbi: era l’incar¬≠nazione della fedelt√† al dove¬≠re. Nata a Napoli dall’unione di uno storico della Chiesa, Raffaele Mariano e di un’aristocratica baltica, discendente dai cavalieri Teutonici che nel XII secolo conquistarono quelle terre, Cecil Pilar von Pilchau, la ragazza dopo anni passati a Roma, a Firenze e in Estonia approd√≤ definitiva¬≠mente a Firenze, dove gi√† ave¬≠va conosciuto i Berenson e so¬≠lo da quell’anno dapprima co¬≠me esterna, poi come parte della famiglia inizi√≤ il suo compito, (vorrei dire la sua missione) ai Tatti.

Berenson aveva allora cinquantacinque anni, la sua ope¬≠ra di studioso era gi√† pi√Ļ che a mezza via. Nicky era naturalmente poliglotta: l‚Äôitaliano e il tedesco le erano familiari; non tard√≤ molto ad appren¬≠dere perfettamente l’inglese. Anche Berenson come tutti gli ebrei colti della sua generazio¬≠ne conosceva bene il tedesco e amava farsi leggere il Faust. Pittoresco ma alquanto zoppi¬≠cante fu invece sempre il suo italiano. I suoi amici italiani non erano molti e tra questi in prima fila il nobile signore della Gazzada, don Diego Cagnola, una delle prime scoper¬≠te fatte dal giovane Berenson in Italia (ma si risale ai primi anni del ‘900 e io ho fatto in tempo a conoscere la marche¬≠sa Laura Gropallo che lo trat¬≠tenne a Genova qualche tem¬≠po pi√Ļ del necessario). Poi i giovani; Umberto Morra, Gu¬≠glielmo Alberti, il Moravia del ’29 (Gli indifferenti let¬≠ti personalmente dall’autore), Arturo Loria ed altri che non ho conosciuto. Restano a par¬≠te gli illustri: Gaetano Salve¬≠mini, Vittorio Emanuele Or¬≠lando, Cecchi, De Marinis e Benedetto Croce (incuriositi l’uno dell’altro i due, ma al¬≠quanto diffidenti). Meno fa¬≠moso ma pi√Ļ caro Umberto Zanotti Bianco. Gli stranieri, una legione: oltre al Clark e a Robert Trevelyan, Harold Acton e una grande scrittrice americana, Edith Wharton, a cui Bibi port√≤ grande affetto. Quando giunge la notizia che Edith √® morta, Ojetti manda a Berenson un biglietto di condoglianze e B. B. commenta: ¬ę Forse √® l’unico italiano non cosmopolita che abbia sentito parlare di lei ¬Ľ ‚ÄĒ e s’ingannava perch√© gi√† Arturo, e da vari anni, aveva riem¬≠pito questa mia lacuna.

Ojetti: non intellettuale co¬≠smopolita ma uomo di mon¬≠do: ecco perch√© il suo nome √® qui ricordato con particola¬≠re riguardo. Non sembra che B. B. abbia avuto gran curio¬≠sit√† per gli scrittori italiani del suo tempo. Dopo il ’22 i pi√Ļ erano fascisti, dopo il ’44 i pi√Ļ erano comunisti o quasi e Berenson detestava gli ismi sia in arte che in politica. Purtroppo non ho potuto ap¬≠profondire questo lato del suo pensiero n√© Arturo n√© la Nicky hanno saputo farmelo cono¬≠scere. Bisognerebbe risalire al¬≠le origini di un uomo che, nato in Lituania, emigrato in America fin da radazzo, lau¬≠reato a Harvard, ancor prima dei vent’anni lettore di Dante e avviato allo studio dell’arte italiana, giunge in Italia co¬≠me in un luogo ideale e vi resta per quasi tutta la vita senz’alcuna possibilit√† di mettervi quelle radici che altrove la ma¬≠no del destino o degli uomini ha scerpate. Giunge in Italia e vi resta per cinquanta, forse sessant‚Äôanni immerso in un lungo lavoro ma anche in un viavai, un cinematografo di gente di tutti i paesi, di tanti amici tanto cari e tanto indif¬≠ferenti. Vi resta con la monar¬≠chia, con la repubblica, col prefascismo, col fascismo, col postfascismo, osservatore acu¬≠to e distratto, convinto che il nostro √® un grande popolo che ha i governanti che si merita… e poi volge la testa altrove e si sente cittadino di un mon¬≠do che forse non esiste pi√Ļ o forse √® esistito solo nella gran¬≠de biblioteca dei Tatti. Ed a un simile uomo, che se vives¬≠se ancora avrebbe compiuto i cento anni, vorreste chiedere che cosa pensa dell’Italia di oggi?

*

Prima di chiudere vorrei informare che questo della Nicky Mariano √® anche un li¬≠bro di viaggi o meglio il dia¬≠rio di lunghi e talvolta este¬≠nuanti viaggi compiuti in Gre¬≠cia, in Jugoslavia, in Turchia, in Siria, nell’Africa del Nord e naturalmente in Italia. Ma non aspettatevi nulla di ruskiniano, nulla che faccia pensa¬≠re a Stones in Italy, nulla di estetizzante, anche se un po’ di Ruskin fosse entrato in Be¬≠renson fin dalla prima giovi¬≠nezza. Non vi troverete nulla di simile perch√© chi scrive √® lei, √® la compianta Nicky che ha occhi per tutti ma soprat¬≠tutto per quel suo piccolo uo¬≠mo che salta di roccia in roc¬≠cia come un capriolo, curioso di tutto, esposto a tutti i pe¬≠ricoli sempre pi√Ļ instancabile via via che il filo della vita gli si accorcia. Ed √® naturale che qui giunti, il personaggio centrale del diario, questo pa¬≠triarca quasi biblico piombato in mezzo alla civilt√† del de¬≠naro, si metta quasi in dispar¬≠te e si accampi invece in pri¬≠mo piano il ritratto di lei, della Freia che non lasci√≤ il suo Valhalla.

 


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Invito tutti a non inviarmi pi√Ļ libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso pi√Ļ accontentare nessuno. Cos√¨ pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart