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LETTERATURA: I MAESTRI: Ricordo di Giovanni Ansaldo

13 gennaio 2018

di Indro Montanelli
[dal ‚ÄúCorriere della Sera‚ÄĚ, marted√¨ 2 settembre 1969]

Se √® vero che ci sono delle morti liberatorie, quella di Ansaldo lo √®. Mi chiedo ¬†che martirio deve essere stato, per quest’uomo massiccio e orgoglioso, l’inesorabile decadi¬≠mento fisico e intellettuale che il morbo di Parkinson gl’infliggeva. Pi√Ļ che soffrir¬≠ne, Ansaldo se ne vergogna¬≠va, e gli ultimi anni li ha vis¬≠suti da sepolto vivo, rifiutan¬≠do anche le visite degli amici pi√Ļ cari. Non voleva essere compatito, e per oltre mille giorni e mille notti ha segui¬≠tato a morire in silenzio e da solo: una fine del tutto in carattere col suo carattere.

Il personaggio era di tale qualit√† da esimerci da epi¬≠taffi convenzionali. L’unico omaggio che possiamo render¬≠gli √® quello di una spassionata testimonianza al di fuori delle polemiche di cui egli fu per tutta la vita il provoca¬≠tore e l’oggetto. Perch√© An¬≠saldo √® stato una delle pi√Ļ grandi figure del giornalismo di tutt’i tempi, e non soltanto italiano; ma anche delle pi√Ļ controverse. Ha avuto molte facce, che forse erano solo delle maschere. Per sapere cosa ci fosse sotto, sarebbe occorso penetrare nella sua intimit√†, di cui egli ha te¬≠nuto le porte sbarrate a tutti, compresi ‚ÄĒ credo ‚ÄĒ la mo¬≠glie e i figli.

Il clich√© a cui √® sempre rimasto pi√Ļ o meno fedele √® quello del grande borghese ottocentesco, di cui ricalcava scrupolosamente i modi e anche i difetti. Vestiva abiti scuri e tagliati male, portava il panciotto e il colletto duro anche d’estate, e non ricor¬≠do di averlo mai visto senza il cappello e la mazza. Alto e quadrato come un armadio, portava a spasso se stes¬≠so come il proprio monumen¬≠to. Eravamo in pochi a dargli del tu, e sempre lo pronun¬≠ciavamo come se fosse un lei. Non era bello da vedersi, con quella nuca da campione di lotta libera, e la bocca a squarcio coi denti disposti in linea orizzontale come quel¬≠li dei pescecani. Spesso il primo approccio non era gra¬≠devole: restava distante, am¬≠mantato di diffidenza e di sar¬≠casmo. Solo a tavola si scio¬≠glieva, ammansito dal piacere del cibo e del vino perch√© era un mangiatore e bevitore gagliardo: e allora quella brutta bocca si trasformava in una cateratta di deliziose e sorprendenti battute, di ele¬≠ganti aneddoti, di paradossi sfolgoranti che testimoniavano, oltre tutto, una cultura storica e letteraria di alta qualit√†.

*

Dai primi contatti si ritraeva l’impressione di un totale e assoluto cinismo di stampo guicciardiniano, riscattato soltanto ‚ÄĒ e non bastava ‚ÄĒ da un’intelligenza lucida e vigile. E quest’impressione √® diventata il definitivo giudizio di molti. Egli stesso la suggeriva, e non si stancava di fornirle pretesti per rafforzarla, anche quando il rapporto si tramutava in amicizia: un sentimento cui si abbandonava di rado, e mai interamente. Conservo alcune sue lettere che, se le pubblicassi, potrebbero forni¬≠re materia per istruirgli un processo post mortem. Mi scriveva spesso, su dorsi di buste incollati insieme, per sottolineare la sua avarizia, ch’egli considerava una delle virt√Ļ teologali del vero borghese; e Dio sa dove ne trovasse il tempo, con tutti gli articoli che sfornava giornalmente. Scriveva a penna con una calligrafia bellissima, ma illeggibile. E non mi nascondeva la sua riprovazione per¬≠ch√© gli rispondevo a macchi¬≠na. Lo trovava inurbano, di¬≠sdicevole al mio decoro e al suo.

Mi dicono ch’era cos√¨ an¬≠che a vent’anni, e anzi mi hanno raccontato una storia che, anche se non √® vera, gli somiglia, e quindi √® co¬≠munque degna di essere cre¬≠duta. In un caff√® di Genova, dove usava sostare a bere il ¬ę cappuccino ¬Ľ, vide a pi√Ļ ri¬≠prese una ragazza che gli piacque e a cui fin√¨ per in¬≠teressarsi. Ma non glielo dis¬≠se, e nemmeno glielo dimo¬≠str√≤. Discretamente la segu√¨, s’inform√≤, venne a sapere co¬≠me si chiamava e dove abi¬≠tava. E alla fine si rivolse al parroco del rione incarican¬≠dolo di parlare al padre della ragazza. Il padre accett√≤ un colloquio con Ansaldo. E questi rivolse la parola alla sua futura sposa solo dopo averle infilato nel dito l’anello di fidanzamento. Non glie¬≠ne ho mai chiesto conferma perch√© con lui certi discorsi non si potevano nemmeno inta¬≠volare. Ma varie volte mi ha ripetuto che l’amore √® una di quelle cose che una persona seria pu√≤ anche fare, ma di cui non pu√≤ n√© deve discorrere nemmeno col suo oggetto.

*

Aveva debuttato al Lavoro di Genova, un quotidiano provinciale che solo grazie ai suoi articoli acquist√≤ un rango nazionale. E fu la sua epoca d’oro. Con lo pseudonimo di ¬ę Stellanera ¬Ľ, Ansaldo seguit√≤ a combattere il fascismo anche dopo la mar¬≠cia su Roma. Era rimasto l’ultima voce dell’opposizio¬≠ne, e fino al delitto Matteotti seguit√≤ a mordere, deridere, corbellare il regime con un coraggio, un brio, una rigo¬≠rosit√† di argomentazione, uno sfavill√¨o di trovate che incu¬≠tevano rispetto anche ai pi√Ļ truculenti squadristi. Smobi¬≠lit√≤ solo quando lo sbatac¬≠chiarono al confino. E qui ri¬≠ferisco la sua versione, do¬≠lente di non poterne ripro¬≠durre anche l’accento geno¬≠vese:

¬ę Era un martirio all’italia¬≠na, il confino. Vitto e allog¬≠gio gratis, e anche un pic¬≠colo stipendio per compen¬≠sarci della fatica di parlar male del duce che non ce ne lesinava i pretesti. Io mi ci sarei trovato benissimo, se non fosse stato pieno di an¬≠tifascisti. Li sopportai per al¬≠cuni mesi. Poi un giorno li adunai e gli dissi che, ora che li avevo conosciuti, non mi restava che rivolgere do¬≠manda di grazia al fascismo e mettermi ai suoi ordini ¬Ľ. Non so se and√≤ proprio cos√¨. Comunque, a adoprarsi a per la sua liberazione fu Ciano che gli ottenne il condono e gli affid√≤ la direzione del suo giornale, II Telegrafo di Livorno. Ancora una volta la modestia del quotidiano, non imped√¨ ai suoi articoli di acquistare risonanza naziona¬≠le, anche perch√© Ciano divent√≤ poco dopo ministro degli esteri, e si supponeva che quegli articoli fossero ispirati da lui. Ma debbo dire che Ansaldo non fu mai il servo sciocco del suo benefattore finch√© fu vivo e potente, n√© il suo traditore quando de¬≠cadde e mor√¨. Ne seguiva le direttive, ne parlava con ri¬≠spetto, ma non gli permise mai di accorciare le distanze e di dargli del tu, come usa¬≠vano i gerarchi coi loro su¬≠bordinati. E dopo la libera¬≠zione, quando gli affidarono Il Mattino di Napoli, fece in¬≠serire nel contratto una clau¬≠sola che esplicitamente lo esentava dal dovere di deni¬≠grare il defunto regime, e specialmente Ciano.

*

Sul finire della guerra, fui addirittura sbalordito quando seppi che aveva accettato di tenere alla radio una rubrica di smaccata propaganda bel¬≠licista intitolata ¬ę Cronache del regime ¬Ľ. Ansaldo aveva previsto la disfatta prima an¬≠cora che la guerra fosse di¬≠chiarata e era stato fra colo¬≠ro che pi√Ļ avevano spinto Ciano a cercare d’impedirla. Ora non capivo perch√© si esponesse a quel modo, ac¬≠cettando un incarico che lo qualificava come oltranzista agli occhi, cio√® agli orecchi di tutti. E corsi a Livorno apposta per chiederglielo. Mi rispose asciutto: ¬ę Per conser¬≠vare un po’ di rispetto di me stesso ¬Ľ. E cambi√≤ discorso.

Forse fu per sottrarsi a una scelta troppo difficile che po¬≠co prima del 25 luglio si fece richiamare alle armi come colonnello, giusto in tempo per farsi arrestare dai tede¬≠schi e deportare in Polonia. E quando dopo due anni rientr√≤, ad attenderlo al Bren¬≠nero trov√≤ la polizia di Parri. Longanesi ed io dovemmo lavorare mesi e mesi, con l’aiuto di Paolo Rossi, per farlo liberare. Cos√¨ Ansaldo aveva chiuso la parabola del ventennio con tre prigioni: quella fascista, quella tede¬≠sca e quella antifascista. La sua intelligenza gli era servi¬≠ta solo a sbagliare regolar¬≠mente tutte le ¬ę entrate ¬Ľ.

Si ritir√≤ in una casetta di campagna che aveva a Pescia, e fu per lui una buona stagione, la migliore dopo i tempi del Lavoro. Sotto la regia di Longanesi scrisse Il vero signore e Il ministro della buona vita, le sue cose pi√Ļ belle. E chiss√† quante altre avrebbe potuto darcene, se fosse rimasto l√¨ a fare il Sainte-Beuve dell’Italia giolittiana, com’era nella sua vera vocazione e nei suoi mezzi. Ma quando gli offrirono II Mattino, malgrado le nostre esortazioni non resistette; e fece male. Ansaldo √® sempre stato un cattivo direttore: concepiva il giornale solo co¬≠me una cornice dei suoi ar¬≠ticoli, nei quali regolarmente lo affogava. Ma di questo appunto aveva bisogno: di un giornale da inondare. Eppoi gli piaceva il titolo e l’auto¬≠rit√†, sebbene non se ne sia mai servito per i suoi perso¬≠nali interessi: questo cinico intriso di avarizia non ha mai preso una ¬ę bustarella ¬Ľ ed √® morto povero.

Credevamo che a Napoli sarebbe naufragato. Invece ci s’inser√¨ benissimo, forse per¬≠ch√© quella √® l’ultima citt√† ita¬≠liana che ancora consenta di diventare un ¬ę personaggio ¬Ľ a chiunque ne abbia la stof¬≠fa, e ad Ansaldo ne avan¬≠zava. Piacque la sua impo¬≠nente e autorevole figura di ¬ę notabile ¬Ľ umbertino. Piac¬≠que la sua socievolezza, la sua convivialit√†, la sua bril¬≠lante aneddotica, cui l’am¬≠biente forn√¨ ampio materiale per rinnovarsi. Piacque la sua prosa, forse pi√Ļ che per i suoi pregi per i suoi di¬≠fetti, cio√® per quegli svolazzi che arieggiavano Scarfoglio. Ma piacque soprattutto il suo atteggiamento di scetticismo e di sfiducia verso tutti e tutto, quel suo concepire l’Italia come un Paese desti¬≠nato a fare solo da palco¬≠scenico di una eterna pan¬≠tomima, in cui Pulcinella, che si travestisse da totali¬≠tario o da democratico, re¬≠stava sempre Pulcinella.

*

Era sincero? Credo che non lo sapesse nemmeno lui. Ansaldo aveva bisogno di non credere in nulla, perch√© solo cos√¨ poteva in qualche modo giustificare la sua conversio¬≠ne al fascismo. Nel Paese di Pulcinella l’impegno ideologi¬≠co non ha senso: l’unico re¬≠gime che gli convenga √® quel¬≠lo autoritario e poliziesco corretto dalle ¬ę raccomanda¬≠zioni ¬Ľ, com’era stato appun¬≠to quello di Mussolini: reto¬≠rico e pagliaccesco, ma a mi¬≠sura di un’Italia che non ne meritava di migliori. E si ca¬≠pisce che se le cose stavano cos√¨, aveva avuto ragione lui ad abbandonare la lotta per la libert√† e la democrazia.

Ma sebbene sostenesse la sua parte da grande attore, mi √® sempre rimasto il dub¬≠bio che in fondo a lui co¬≠vasse il rimpianto di ¬ę Stellanera ¬Ľ, del polemista bat¬≠tagliero, del moralista rigoro¬≠so e inflessibile nella difesa di certi valori. Anche lui sen¬≠tiva che, se lo fosse rima¬≠sto, Dio sa che libri e pamphlets avrebbe potuto darci. E cercava di consolarsene ri¬≠petendosi e ripetendoci che in un Paese come il nostro non ne valeva la pena.

Era in fondo un personag¬≠gio patetico, molto migliore della sua maschera di cinico. Ma possiamo dirlo solo ora che la morte gliel’ha tolta dal viso.

 

 


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Invito tutti a non inviarmi pi√Ļ libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso pi√Ļ accontentare nessuno. Cos√¨ pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart