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LETTERATURA: I MAESTRI: Sklovski. Avevamo fretta di rifare il mondo

12 aprile 2016

di Gualtiero Maldé
[da “La fiera letteraria”, numero 46, giovedì, 16 novembre 1967]

Sono passati cinquant’anni dalla rivoluzione e gli scrittori russi che vi parteciparono, anche fuori del Partito comunista ne parlano ancora come dell’epo­ca più straordinaria della loro vita. Eppure ebbero a soffrire la fame, il freddo e ogni genere di priva­zioni. Videro cose orribili; furono testimoni di atro­cità inaudite o rischiarono la fucilazione. Ma erano giovani e, come dice Victor Sklovski, avevano la sensazione di essere sospesi in aria.

Sklovski e i suoi amici futuristi attendevano da anni quell’avvenimento. Velemir Clebnikov, che era considerato il capo del gruppo, ne aveva anche fissato la data: il 1917. Chi vuole controllarlo legga Ryat, il libro che egli scrisse e pubblicò nel ’12, due anni prima della guerra mondiale.

Anche Vladimir Maiakovski aveva profetizzato lo scoppio della rivoluzione. Solo che lui si sbagliò di un anno. Infatti andava dicendo agli amici che sa­rebbe scoppiata nel ’16.

Naturalmente queste profezie, o meglio, queste attese, non erano comuni a tutti gli scrittori russi dell’epoca. Gente come Bunin, che più tardi avreb­be vinto il Premio Nobel, o Sologub, il poeta simbo­lista noto in Italia per il suo romanzo II demone meschino, erano persone tranquille, più attente al passato e al presente che all’avvenire. Ma gli scrit­tori e gli artisti d’avanguardia, Skolovski, Clebni­kov, Meyerhold, Maiakovski, Tetriakov, Malevic, Filonov, Asseiev, ecc. attendevano tutti con impa­zienza la rivoluzione. Anche Blok, Mandelstam, Gumiliov, Achmatova, Pasternak, vale a dire il meglio della poesia russa dell’epoca, benché non fossero dei rivoluzionari, vivevano in uno stato di trepida­zione e d’attesa.

Ho chiesto a Sklovski che cosa intendessero, al­lora, per rivoluzione, lui e i suoi amici. Sklovski, m’ha detto: « Non sapevo che cosa sarebbe successo dopo. Nessuno lo sapeva. Maiakovski che ne parla­va con più entusiasmò degli altri, diceva che il mondo sarebbe stato annientato e poi rifatto di sana pianta. Nei suoi poemi, come Un flauto di ver­tebre, La nuvola in calzoni, L’uomo, egli muore e poi risuscita. E’ un fatto molto indicativo, per nulla casuale. Maiakovski aveva radicata nell’animo que­sta idea della morte e della resurrezione. Anche Clebnikov usava questa parola dal suono così misti­co. Diceva che si sarebbe avuta la rivolta delle cose, che le cose si sarebbero rivoltate contro l’uo­mo. Eravamo un piccolo gruppo di persone e vole­vamo rifare il mondo ».

Ma ecco un episodio che può illustrare meglio di ogni spiegazione lo stato d’animo in cui vivevano gli scrittori e gli artisti d’avanguardia dell’epoca in Russia. Un giorno Clebnikov sfidò a duello Mandelstam. Il motivo non si conosce, è un segreto. Cleb­nikov scelse come padrino Sklovski. Mandelstam, che era un uomo privo totalmente di senso pratico, non sapeva a chi rivolgersi. Sklovski gli consigliò Filonov, il pittore. Andarono tutti e tre a trovarlo nell’isola Vassili, dall’altra parte della Neva. Filo­nov abitava nel vicolo Dunkin, un posto sudicio e losco, frequentato da ladri, ricettatori, prostitute.

Filonov ricevette gli amici, li ascoltò poi disse che in quel momento spararsi delle rivolverate era una cosa poco interessante. Molto meglio fare dei mira­coli, disse, qualcosa cioè che contraddicesse le leggi fisiche che l’uomo credeva necessarie e universali. Gli amici lo presero in parola. Così il duello si tra­sformò in una sfida a chi realizzasse il tentativo più audace. Mandelstam voleva creare un oggetto che Riuscisse a stare in aria nonostante la sua pe­santezza. Filonov voleva battere il record di resi­stenza al digiuno (arrivò di fatto a due settimane). Clebnikov voleva fare un quadro che restasse attac­cato alla parete senza il chiodo. Si trattava natural­mente di scherzi, ma sotto i quali esisteva una fede nell’impossibile, nelle virtù creative dell’uomo, nel­la sua capacità di inventare una realtà che rompes­se totalmente con ciò che era sempre esistito. Cleb­nikov era il più fantasioso nell’immaginare il nuo­vo mondo. Sempre in quell’epoca inventò, sia pure come progetto fantastico, la televisione a colori, la città mobile, la casa di vetro.

Sklovski: « Clebnikov era un grandissimo poeta. Ma tutti eravamo pieni di vita e d’inventiva. In quel tempo noi russi inventammo tutto quello che è venuto dopo. Le nostre avanguardie hanno prece­duto tutte quelle europee. Nel 1914 io scrissi un saggio sull’arte astratta: lo dico a titolo di esempio ».

La guerra che il governo zarista aveva affrontato con leggerezza nella speranza che avrebbe giovato al rafforzamento del regime, volgeva al peggio ac­crescendo la tensione che esisteva nel Paese.

Sklovski: « Tutti ormai attendevamo la rivoluzio­ne. Noi scrittori e artisti d’avanguardia, i contadini, i soldati, tutti. Anche se nessuno sapeva che rivolu­zione sarebbe stata. Si voleva che tutto quello che c’era finisse, che tutto cambiasse. C’è questa usan­za in Russia. Quando uno fa a pugni prende in boc­ca il berretto per non avere i denti rotti dai col­pi dell’avversario. Se a un certo punto se lo infila in testa vuol dire che abbandona la lotta. Ma se lo getta via allora vuol dire che, perso per perso, è de­ciso a battersi fino in fondo. Cosi avvenne in Rus­sia nel ’17. Si credeva che il Paese fosse fuori com­battimento, si aspettava cioè che si mettesse il ber­retto in testa. Invece quando venimmo a trovarci in una via senza uscita, imboccammo coraggiosa­mente la strada della rivoluzione che non sapeva­mo dove ci avrebbe portati. Sapevamo soltanto una cosa: che l’uomo è geniale, e che bisogna dirglielo. Che le sue forze sono inesauribili. Che deve buttare via il berretto e allora vincerà ».

Così si arrivò al febbraio del ’17. Nel suo Viaggio sentimentale, Sklovski ci ha lasciato una descrizio­ne indimenticabile della confusione che regnava a Pietroburgo in quei giorni. La rivoluzione, si può dire, si mise in marcia da sola, senza un piano pre­stabilito senza capi per dirigerla. « Una notte », rac­conta Sklovski, « quelli del reggimento di Volinia non ressero più: si misero d’accordo, e quando ven­ne impartito il comando « prepararsi alla pre­ghiera », corsero a riprendere i fucili, saccheg­giarono i magazzini impadronendosi delle car­tucce, si precipitarono in strada assorbendo alcune sparute squadre di servizio nelle vicinanze, e piaz­zarono alcuni drappelli nel quartiere della propria caserma ».

E gli intellettuali, gli avanguardisti, i futuristi? Sì buttarono anch’essi a capofitto nel calderone che bolliva. Nei giorni di febbraio Maiakovski partecipò all’assalto della fortezza di Pietro e Paolo sulla riva sinistra della Neva in compagnia di una donna bel­lissima. Sklovski prestava servizio in una sezione di autoblinde. Con la sua macchina cominciò a sco­razzare per la città e infine si trovò davanti al pa­lazzo di Tauride dove sedeva la Duma. Tutti gli al­tri membri del gruppo futurista ebbero una parte attiva in quelle giornate.

Eppure esclusi Vsevolovod Meyerhold, il regista (che sarà fucilato nel ’40) e Osip Brik (il marito dell’amica di Maiakovski) nessuno di loro faceva parte di organismi rivoluzionari. Non avevano nemmeno dei rapporti personali con qualche im­portante bolscevico. Erano in contatto con Gorki, e più tardi conobbero Lunaciarski. Nessun altro. Le­nin, Trotzki, Bucharin, Stalin, li conoscevano solo di fama e da lontano.

Sklovski: « Ho visto in vita mia Lenin soltanto tre volte. Era come tutti sanno di piccola statura, col petto molto largo, le braccia corte e muscolose. Un’ fisico da lottatore. La prima volta lo vidi quan­do ero nella divisione blindata. Arrivò nel Maneg­gio che allora ci serviva da garage e montò su una autoblinda. Si tolse il pastrano e con esso venne via anche la giacca. Parlava in piedi sull’autoblinda come su una piattaforma, facendo avanti e indietro, e io mi meravigliavo di come avesse il senso dello spazio in cui si muoveva: come un perfetto attore. La voce era molto alta, e aveva la erre moscia. Ri­peteva spesso la stessa frase e pareva che godesse di quello che stava dicendo. Non dava mai la sensa­zione dello sforzo. Tutto quello che diceva era com­prensibile. Soprattutto era forte la sensazione d’e­nergia che spirava da quella testa possente. Mi ac­corsi in quell’occasione che aveva la spalla destra piĂą alta dell’altra come se l’esercizio fisico gli aves­se sviluppato particolarmente quel muscolo ».

Agli intellettuali raffinati, di formazione occiden­tale, come Sklovski, Maiakovski, Meyerhold, ecc. Lenin piaceva perché in possesso di qualità di cui essi erano generalmente privi: il realismo. Lenin era molto audace nei suoi progetti ma nello stesso tempo nessuno avrebbe potuto dire che fosse un vi­sionario. Si rendeva benissimo conto della situa­zione e non commetteva mai l’errore di confondere i desideri con la realtà.

Sklovski: « La seconda volta lo vidi nel palazzo di Tauride. I menscevichi lo avevano accusato di fare discorsi nocivi alla causa della rivoluzione. Le­nin stava su una cattedra. Agitandosi, nella foga del discorso, la faceva oscillare. Una per una ribat­teva le accuse degli avversari. Cosa c’è di controri­voluzionario, diceva, a chiedere la fine della guer­ra? La cattedra oscillava e tutta la sala sembrava oscillasse con essa ».

Sklovski vide Lenin ancora una volta sulla Neva, nel palazzo del principe Menscicov. La sala dove avveniva il comizio, enorme, bassa (al punto che sembrava di essere schiacciati dal soffitto) era quella destinata un tempo alle riunioni del primo corpo dei cadetti. C’erano i rappresentanti di tutti i partiti, dai socialisti rivoluzionari ai menscevichi. Parlava Zeretelli, un menscevico georgiano, dalla bella barba e dall’eloquenza pacata di un uomo d’al­tri tempi. « Esiste forse oggi », disse a un certo punto Zeretelli « un partito che possa governare da solo? ». Ci fu una lunga pausa di silenzio. Lenin aspettò ch’essa si prolungasse al massimo, e a que­sto punto, senza alzarsi e con voce normale disse: «Sì ».

Lenin non capiva le avanguardie artistiche e let­terarie. Era un uomo d’un tempo anteriore che amava la vecchia letteratura. Era colto, conosceva benissimo il latino e fra i russi gli piaceva soprat­tutto Tolstoi. Conosceva lo stato di incultura in cui viveva il popolo russo e gli pareva assurda la pre­tesa degli avanguardisti di parlargli di questioni di forma e di stile. In quel tempo c’era chi andava sulle torpediniere della flotta ancorata nella Neva per tenere conferenze sulla teoria del linguaggio, ai marinai. « Troppa fretta » diceva Lenin. « Il popolo non capisce ancora l’arte vecchia. Come può capire quella nuova? ».

Egli tollerava gli scrittori e gli artisti nell’avan­guardia perché li considerava un fenomeno da te­nere d’occhio dal momento che la gioventù li segui­va con entusiasmo, ma non li amava. Una volta che, si era già nel ’19, Lunaciarski andò a chieder­gli il permesso di stampare una raccolta di versi di Maiakovski, prima di darlo volle sapere a quanto ammontasse la tiratura. « Diecimila », disse Luna­ciarski. « Tremila », rispose Lenin, « e non una di più ». C’era una grande penuria di carta fra l’altro ed egli non ammetteva sprechi.

Anche gli altri capi bolscevichi erano pieni di ri­serve di fronte a certe novità. Trotzki che in Occi­dente viene generalmente considerato come un « liberale », per ciò che riguarda la cultura, era in­vece, almeno in quel primo periodo della rivoluzio­ne, molto settario. Nel suo libro Letteratura e rivo­luzione, c’è un capitolo in cui se la piglia proprio con Sklovski e i suoi amici formalisti (la nuova scuola che nel ’16 aveva cominciato a interessarsi di problemi strutturali e di linguistica).

Il più comprensivo, era certamente Lunaciarskji che nel primo governo bolscevico ebbe il posto di commissario all’istruzione. Era un uomo strano, coltissimo (poteva scrivere un discorso in latino) sensibile, e che, anche quando dava un ordine, non aveva mai l’aria di comandare. Gli piaceva molto il balletto. In segreto, scriveva dei drammi, bruttissi­mi però. La politica lo interessava meno dell’arte.

Sklovski: « Quando il governo, dopo la rivoluzio­ne di ottobre, si trasferì da Pietrogrado a Mosca, lo andai a trovare. Abitava in una casa molto grande con dei bellissimi mobili, quadri, oggetti. Su ognu­no di essi c’era una targhetta che ne indicava il museo a cui era destinato. Faceva un gran freddo là dentro. Lunaciarskji sedeva insaccato nel suo grande mantello, col cappello in testa e per scaldar­si beveva champagne. Gli pareva di fare una vita molto molle e dispendiosa. In pratica moriva quasi di fame e di freddo come gli altri ».

Ma torniamo a Pietroburgo. Nella vecchia capi­tale, con la guerra civile alle porte, la frenesia con­tinuava. Anche nella vita artistica e letteraria.

Sklovski: « Sembrava che il popolo volesse impa­dronirsi in cinque settimane di tutta la cultura. I marinai erano capaci di pagare con la loro razione di pane una serata a teatro. Naturalmente capivano le cose a modo loro. Una volta davano i Masnadieri di Schiller. Quando Carlo Mohr gridò: « Le pallotto­le sono la nostra amnistia », i soldati presenti in sala afferrarono i fucili, pronti a sparare. Credeva­no che l’appello fosse rivolto a loro.

Era avvenuta una specie di esplosione atomica che portava alla superficie tutto ciò che era conte­nuto nelle viscere della terra. Gli scrittori e gli ar­tisti di punta, Clebnikov e Maiakovski, sopra tutti, erano presi come da una specie di vertigine. Erano convinti che la rivoluzione sarebbe scoppiata in tutto il mondo, prima in Germania, poi in Francia e in Inghilterra.

Sklovski: « Si aveva la sensazione che tutto preci­pitasse a grande velocità. Ciò che ieri appariva nuovo ci sembrava già vecchio. Malevic considera­va Chagall come un pittore reazionario perché an­cora figurativo. Ho detto in principio che ci senti­vamo sospesi in aria. E’ la verità: non avevamo bi­sogno di nulla, ci bastavano le nostre idee i nostri sogni. Maiakovski viveva in una stanza minuscola; storta, strana. In un angolo c’era un piccolo divano d’incerato sul quale si gettava per dormire. Un ta­volino, una sedia: tutto il mobilio era lì. Maiakov­ski voleva una rivoluzione della sua stessa vita; vo­leva una nuova poesia, voleva costruire il suo amo­re diversamente dagli altri, avere nuovi amici; tutto doveva essere diverso. Si sparò, a trentasette anni, perché s’accorse che non poteva rifare la vita ».

« Maiakovski fu l’esemplare più perfetto di un uomo nuovo. Era un uomo grande. Ma tutta l’epoca era grande. Non dimentichiamolo: l’epoca di Lenin fu un’epoca di grandissima fame ma anche di arte grandissima. In cinque anni si fecero cose straordi­narie. C’erano dei bravissimi architetti che non avevano i mattoni per costruire. Inventammo pro­getti di città nuove. C’erano scienziati che precede­vano di decenni il resto del mondo e che non sape­vano come mandare avanti le loro esperienze per la mancanza di materiali. Vorrei però dire ai vostri avanguardisti questo ammonimento: noi si costrui­va su grandi speranze; l’avanguardia d’oggi in Eu­ropa lavora su una grande delusione. E’ un’altra epoca ».

Nel Viaggio sentimentale e negli altri suoi libri Sklovski ha parlato a lungo di quegli anni eccezio­nali di grandissima fame e di grande poesia, quan­do i russi, come dice il vecchio proverbio, gettaro­no il berretto.

Sklovski: « Ci davano quattrocento grammi di pane al giorno. Per il resto dovevamo arrangiarci. Si trovava dell’avena. La macinavamo da noi, la fa­cevamo bollire. D’inverno si mangiavano delle pa­tate gelate. Si trovava del miglio. C’erano delle mense in cui davano qualcosa che somigliava a una minestra ».

Ricordate quello che ha scritto in Pietroburgo bloccata? « Gli affamati parlavano di fame con altri affamati. E’ difficile guardare chi mangia. Ho vedu­to un uomo mangiare pesci secchi e un altro ve­nuto a fargli visita, sottrarre furtivamente le lische e le teste dal piatto e divorarle… Eravamo immersi nella fame come pesci nell’acqua, come uccelli nel­l’aria ».

E poi il freddo. I russi in quell’epoca bruciarono di tutto nelle loro stufe: mobili, infissi, libri, gior­nali. « Ci lavavamo di rado e solo i piĂą forti… A momenti pareva che così non si potesse piĂą andare avanti… Tutti sarebbero morti una notte, congelati nelle case. Ogni minimo graffio marciva. Tutti ave­vamo le mani fasciate di cenci, assolutamente luri­di… Ai piedi avevamo scarpe di panno, pezze, calo­sce infilate sui piedi nudi o avvolti in cenci… E la grande cittĂ , la cittĂ  continuava a vivere. Viveva l’anima cittadina, l’anima collettiva, come un muc­chio di carbone che arde sotto la pioggia. Uscendo dalle case buie (ah il buio, poi, e il nerofumo dei lucignoli, e l’attesa della luce!) ci riunivamo a tea­tro. Guardavamo il palcoscenico. Recitavano attori affamati. Scrivevano autori affamati. Gli scienziati lavoravano. Ci radunavamo intorno a una stufa dove si bruciavano libri, tenendoci addosso i pa­strani… E parlavamo di ritmo, di forme verbali, ra­ramente della primavera: rivederla pareva impossi­bile ».

Nonostante tutto la vita culturale continuava.

Sklovski: « Ogni gruppo aveva il suo giorna­letto. Si andava in tipografia. Erano mezze scon­quassate; ma in qualche modo si riusciva a farle funzionare ».

I libri, quand’erano stampati, li consegnavamo allo Stato che li vendeva a bassissimo prezzo. Una parte del ricavato andava agli autori. Quanto alle ti­rature in media s’aggiravano fra le 1000 e le 2000 copie. Ma certi libri andavano subito a 50.000 copie. Voleva dire che c’era stata in quei giorni una distri­buzione di carta. C’erano poi gli autoeditori che fa­cevano tutto da loro stessi. Gorki ebbe l’idea di fare una Biblioteca Universale che ristampasse tutte le opere della letteratura mondiale a basso prezzo, co­minciando dalla Bibbia. C’era bisogno di traduttori. Così molti scrittori, cominciando da Blok, si misero al lavoro. Molti s’erano riuniti per vivere nella Casa delle arti. Chi faceva lezione, come Gumiliov; chi teneva conferenze, chi organizzava concerti; chi, come Mandelstam, s’aggirava per i corridoi de­clamando i propri versi; chi si dedicava a lavori pratici, come spaccare legna, cucinare, risuolare scarpe. E là dentro nascevano nuovi gruppi, come « I fratelli di Serapione », nuove riviste, nuovi gior­nali.

« La Neva scorreva, scorreva sotto il ghiaccio, e noi lavoravamo ».

Durò così vari anni. Poi con la Nep le cose co­minciarono a migliorare. Si mangiava abbastanza, ci si poteva rivestire. Le grandi speranze erano finite. La nuova arte agonizzava. Molti erano morti o scomparsi. Clebnikov morto di fame; Blok di di­sperazione; Gumiliov fucilato; Essenin suicida. E la rivoluzione mondiale, il mondo nuovo, più lontani che mai. Quando morì Lenin si chiuse un’epoca. Pasternak allora disse: « Il genio si manifesta co­me foriero di franchigia, e si vendica della sua scomparsa con l’oppressione ». Cominciava l’era di Stalin.


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Bart