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LETTERATURA: I MAESTRI: Teppista

24 marzo 2018

di Alberto Moravia
[dal ‚ÄúCorriere della Sera‚ÄĚ, domenica 15 novembre 1970]

In origine la casa era stata un appartamento ai Parioli, elegante, non tanto grande, due camere, un soggiorno e i cosiddetti servizi. Un appar¬≠tamento per una famiglia, al massimo, di tre persone. I miei genitori dormivano in una stanza, io nell‚Äôaltra. La domestica aveva un suo bu¬≠gigattolo. Il soggiorno, infine, come avviene nelle famiglie borghesi, era pi√Ļ che altro simbolico perch√© non serviva a niente, neppure a consu¬≠marvi i pasti, in quanto man¬≠giavamo in cucina.

Poi è morta la nonna e ab­biamo preso in casa il nonno, anche lui, come mio padre, funzionario statale, ma in pen­sione. L’abbiamo preso perché era infermo e la pensione non bastava per pagare un infer­miere. Mia madre ha licen­ziato la domestica e ha preso una donna a ore. Io sono stata trasferita nel bugigat­tolo. Il nonno si è presa la mia stanza.

Poi, in un incidente stra­dale, è morto il marito di una mia zia materna, professore delle scuole medie. Rimasta sola con una figlia della mia età, con pochi soldi, mia zia si è messa d’accordo coi miei genitori per venire ad abitare da noi. Nuovo cambiamento. Il nonno è stato trasferito nel bugigattolo. Mia zia e sua fi­glia si sono prese la stanza già mia e poi del nonno. Io sono finita su un sofà, nel sog­giorno.

Ma ecco che piovono dalla Libia dove avevano dimorato molti anni, un fratello di mio padre e sua moglie, ambedue farmacisti. In attesa di ria­prire la farmacia, ci siamo adattati ad ospitare anche loro esuli e privi di mezzi. Nuovo terremoto. Mio padre e suo fratello hanno dormito nella stessa stanza, mia madre, la moglie dello zio ed io ci siamo accomodate alla meglio nel soggiorno.

Cos√¨ adesso, in quell‚Äôappar¬≠tamento per tre eravamo in otto. La notte l‚Äôappartamento diventava un dormitorio; di giorno c‚Äôera l‚Äôinconveniente dell‚Äôattesa per il bagno; in cucina, alle ore dei pasti, non ci si rigirava. I miei congiunti hanno scelto per risolvere i problemi della coabitazione, il partito dell‚Äôignoranza. Fin¬≠gevano con se stessi e gli al¬≠tri, che tutto fosse normale, della ¬ę loro ¬Ľ normalit√† per bene e piccolo-borghese. Gen¬≠tili, corretti, urbani, dignitosi, con un rincrudimento di frasi fatte e di luoghi comuni ras¬≠sicuranti e automatici nella conversazione. Ogni tanto qualche sospiro, ma appena. Per me, invece, la vita in ca¬≠sa √® diventata fastidiosa fino alla follia.

*

Questa intolleranza non si spiega soltanto con il disagio. In realtà, sono una persona molto difficile. Già nel fisico, il mio cattivo carattere è vi­sibile. Bruttina, ho un viso di ragazzo anzi di teppista, con gli occhi verdi e piccoli che ammiccano per il fumo della sigaretta che stringo in per­petuità tra le grosse labbra; il naso con le narici increspate come per un eterno disgusto; e i capelli neri che crescen­domi neri e lustri fin tra le sopracciglia mi fanno una fronte bassa e cocciuta. Sono schiva, chiusa, diffidente e silenziosa. Ma sono anche stupidamente e follemente esplo­siva. Paziente, aspetto, tiro in lungo, accumulo sornionamente il mio furore. Quindi, su una minima occasione, divampo. Poi mi pento e mi dico che avrei fatto meglio a non pazientare e a non esplodere; ma ormai è trop­po tardi.

Così è accaduto in casa mia. I miei genitori già mi piacevano poco a causa del loro borghesume pervicace e fallimentare; ma infine erano i miei genitori: ce li ave­vo e dovevo tenermeli. Ma adesso mi toccava sopportare altre cinque persone della stessa insoffribile razza conformista e ben pensante. Stra­no a dirsi, i loro pregiudizi non mi davano fastidio finché li esprimevano in parole, per­ché riuscivo a distrarmi e a non udire. Ma non riuscivo, purtroppo, a non vedere e a non guardare. Mi fissavo sui gesti, sugli sguardi, sui sor­risi, sui modi, sui vestiti, sul­le abitudini. Mi incantavo, ribollente di odio silenzioso, a guardare una cravatta, un cucchiaio portato alla bocca in un certo modo, una petti­natura di un certo genere.

L‚Äôincidente minimo che ha fatto scoppiare il mio furore √® avvenuto una mattina che, al solito, aspettavo che il ba¬≠gno si liberasse. Ci stava den¬≠tro Liliana, la mia cugina, un’idiota che passava la gior¬≠nata a dipingersi le unghie, a provarsi i vestiti, ad appic¬≠cicarsi le ciglia finte sugli occhi. La porta era aperta e lei si eternizzava davanti al¬≠lo specchio, infischiandosi di me. E‚Äė corsa qualche parola e poi sono esplosa. Le sono saltata addosso, l’ho afferrata per i capelli, abbiamo lottato e poi sono riuscita a piegarle la testa dentro la tazza del cesso e a premere la leva dello sciacquone. Urlava an¬≠cora quando, dopo aver pi¬≠giato poca roba dentro una valigetta, sono scappata di casa, risoluta a non tornarci pi√Ļ.

Sapevo dove andavo. Ci pensavo da un pezzo e forse anche per questo ero esplosa. Da Carmen, una mia amica ricca che da qualche tempo aveva organizzato in un gran¬≠de appartamento, in un quar¬≠tiere antico di Roma, una spe¬≠cie di comunit√† che accoglie¬≠va persone come me, fuggite dalla famiglia e insofferenti della vita borghese. L‚Äôappar¬≠tamento era a via Monserrato, in cima ad una casaccia vecchia; Carmen l‚Äôaveva avu¬≠ta in eredit√† e prima di Car¬≠men c‚Äôera stata l‚Äôamministra¬≠zione di un principe romano. Atrio buio, scale puzzolenti, pianerottoli grommosi. Den¬≠tro, una sfilata di stanze, stanzini e stanzoni. Coi tra¬≠vicelli ai soffitti, le pareti a pezzature pi√Ļ chiare l√† dove per mezzo secolo erano stati appoggiati i mobili, i pavi¬≠menti dalle mattonelle che bal¬≠lavano sotto i piedi. Niente cucina, niente bagno o doccia, soltanto un gabinetto. Carmen che aveva il complesso della ricchezza e voleva vivere da povera, l‚Äôaveva appena ripuli¬≠to l‚Äôappartamento togliendo il pi√Ļ grosso del sudiciume; e all‚Äôinfuori di una certa quan¬≠tit√† di brande e di seggiole di paglia e di qualche stufa, non l’aveva neppure ammobi¬≠liato.

Anche lei era scappata di casa bench√© non ci avesse la coabitazione come me, ed era decisa, come mi ripeteva spes¬≠so, a non ricascarci pi√Ļ nel¬≠le comodit√† del consumismo. Strano tipo Carmen, adesso che ci ripenso! A me, la ri¬≠volta si leggeva in faccia. Invece lei, dolce, serena, in¬≠dolente, paffuta e rotonda, nessuno l‚Äôavrebbe creduta una ribelle. Eppure, eccola l√¨, ac¬≠covacciata su un sof√† cencio¬≠so, cenciosa lei stessa, in fon¬≠do ad uno stanzone squalli¬≠do, assorta ad ascoltare tutto il giorno i suoi dischi pre¬≠feriti.

*

Cos√¨ ho cominciato a vive¬≠re nella comunit√† di Carmen. Chi c‚Äôera? C‚Äôerano coppie straniere, del nord, magari coi bambini, in cerca di so¬≠le a buon mercato. C‚Äôerano ragazze e ragazzi nostrani, fuggiti dalla provincia. C‚Äôera¬≠no due o tre negri che non se la sentivano di vivere ne¬≠gli Stati Uniti. C‚Äôerano alcuni rivoluzionari sudamericani, greci e spagnoli. Tutta que¬≠sta gente dormiva sulle bran¬≠de, mangiava alle tavole cal¬≠de oppure nelle trattorie per fagottari, si riuniva ora in uno di quegli stanzoni e ora in un altro per ascoltare la musica o discutere o anche fumarsela in silenzio. Io dor¬≠mivo nella stessa stanza di Carmen e di tre ragazzi che, per√≤, non erano mai gli stes¬≠si: ogni quindici, venti giorni cambiavano. Intorno a Car¬≠men, molto popolare e molto amata, c‚Äôera sempre una quan¬≠tit√† di gente. Io invece, in¬≠grugnata e diffidente, non da¬≠vo confidenza e non la cer¬≠cavo. Per lo pi√Ļ stavo sulla branda a leggere e a fumare. Oppure sedevo ad un piccolo tavolino cercando di scribac¬≠chiare una tesi di lettere che mi era stata ordinata da uno studente pigro.

In realt√† la vita della co¬≠munit√† non mi piaceva affatto. Non provavo alcuna simpatia per i miei compagni di bran¬≠da; anzi, certi loro caratteri cominciavano ad irritarmi for¬≠te. Per esempio: il sudiciume. Non sono una schifiltosa; ma bisogna dire che molti di loro si portavano appresso un odo¬≠re molto ma molto forte, tanto che provavo spesso il bisogno di spalancare la finestra e dare aria alla nostra stanza. Per esempio: l‚Äôintimit√†. Era de¬≠ciso, assolutamente, che dove¬≠vamo tutti quanti essere inti¬≠mi, amici per la pelle, pappa e ciccia. Ma tutto questo veniva sbrigato fin dall‚Äôinizio alla svelta, con due o tre formalit√†: ti do del tu; tutto ci√≤ che √® tuo √® mio e viceversa; vieni qui, lascia che ti abbracci e ti baci. Per√≤, poi, l‚Äôintimit√† non faceva un solo passo avan¬≠ti e io mi sentivo sola come prima anzi peggio di prima e loro mi restavano estranei anche se pretendevano di non esserlo pi√Ļ. Per esempio, in¬≠fine, la promiscuit√†. Di que¬≠st‚Äôultimo inconveniente della convivenza nella comunit√†, avevo un risultato sotto gli occhi: Carmen era incinta di sei mesi ma non si sapeva da chi, forse non lo sapeva nep¬≠pure lei. E‚Äô stato questo fatto della promiscuit√† che alla fine mi ha fatto esplodere una volta di pi√Ļ.

Una di quelle notti mi sve¬≠glio con la sensazione che qualcuno si sta infilando sotto le coperte, al mio fianco. Do uno spintone; qualche cosa ca¬≠sca sul pavimento; accendo la luce; √® un ragazzo, un nuovo venuto, di Latina, quasi un contadino, al quale, la sera prima, ho avuto il torto di offrire una sigaretta. Infuria¬≠ta, prendo a inveire contro di lui ad alta voce; quindi non ci vedo pi√Ļ, gli salto addosso che sta ancora in terra e mi guarda stupefatto, e lo prendo a pugni e a calci. Adesso tutti sono svegli e gridano; il ra¬≠gazzo, spaventato dalla mia furia, cerca di scappare; Car¬≠men scende dal letto, mi pren¬≠de per il braccio cercando di fermarmi, e intanto mi fa una specie di predica, per cos√¨ di¬≠re, alla rovescia: perch√© me la prendo tanto? E anche se avessi fatto l‚Äôamore non sa¬≠rebbe stato questo gran male; chi credevo di essere ecc. ecc. A queste sue esortazioni bo¬≠naccione, non so cosa mi ha preso. Mi sono voltata contro di lei, l‚Äôho sbattuta sulla sua branda, mi sono messa a ca¬≠valcioni sulla sua pancia, col rischio di farle male, e l‚Äôho presa a schiaffi. Sono stati gli altri che me l‚Äôhanno sottrat¬≠ta; lei era tanto stupita che neppure reagiva. Ho approfit¬≠tato della confusione per met¬≠tere la mia poca roba nella valigia e scappare.

Eccomi in strada. Ho cam¬≠minato fino al Tevere, ho po¬≠sato la valigia in terra e ho acceso una sigaretta e ho guar¬≠dato a lungo, nel buio della notte alla corrente che si rive¬≠lava laggi√Ļ, in fondo, coi mo¬≠bili riflessi dei fanali. Non pensavo niente, avrei voluto piangere ma non ce la facevo. Pian piano mi sono calmata. Allora sono andata ad aspet¬≠tare il tram che porta a San Giovanni. Conoscevo da quel¬≠le parti un tizio, che per quella notte mi avrebbe ospitato. In¬≠tanto mentre aspettavo mi di¬≠cevo che erano venuti tempi duri per le persone come me, dal cuore tenero.

 

 


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Invito tutti a non inviarmi pi√Ļ libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso pi√Ļ accontentare nessuno. Cos√¨ pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart