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LETTERATURA: I MAESTRI: Tv e Metafisica

13 luglio 2017

di Carlo Laurenzi
[dal ‚ÄúCorriere della Sera‚ÄĚ, sabato 8 marzo 1969]

In un luogo ho trovato il silenzio; quel luogo era la stanza di un dirigente della televisione, o forse una sala d’aspetto. La soggiogava un ordine simile all’angoscia per com’era totale. Ci fosse stato un orologio alla parete, le sue lance avrebbero eluso il tem¬≠po. Giacevo in un divano di pelle chiara; il suolo era fel¬≠pato di verde. Davanti a me, quattro schermi ciechi e mu¬≠ti, che parvero ciechi e muti per sempre.

Invece, a quanto mi fu detto pi√Ļ tardi, gli schermi era¬≠no soliti illuminarsi e par¬≠lare anche tutti insieme. Il primo canale, il secondo ca¬≠nale, il canale a circuito chiu¬≠so, infine (era la scatola pi√Ļ voluminosa) lo schermo del¬≠la televisione a colori. ¬ę Ma non esiste la televisione a co¬≠lori in Italia ¬Ľ, avrei osser¬≠vato. Infatti non esiste. Per√≤ si fanno prove dinanzi a pri¬≠vilegiati fruitori: ¬ę Ritorna a trovarmi, vedrai. I colori del¬≠la televisione italiana saran¬≠no i pi√Ļ belli del mondo ¬Ľ.

*

Prima di questo dialogo, in attesa del personaggio che poi comparve con umilt√† di po¬≠tente, i tramiti a fuorviarmi dal nulla furono le riviste sul tavolo a portata del mio sguardo e, se avessi osato, della mia mano. Ma perch√© scompigliarle? Erano patina¬≠te, intatte, inutili, splendenti. Il solo guardarle certificava che ciascuna di esse celebra¬≠va qualcosa o qualcuno con dovizia di diagrammi e fasto di immagini. Al mondo che dice Contestazione √® giusto talora rispondere Trionfali¬≠smo. Ed era giusto che mi adeguassi alla risposta, tro¬≠vandomi in una sala d’attesa.

La mia inerzia fu ricca ma non completa. Per nulla al mondo avrei allungato la ma¬≠no verso le riviste (godevo dell’immobilit√†, della sontuo¬≠sit√†, del torpore); tuttavia una di quelle riviste era aper¬≠ta sotto i miei occhi e due pagine mi si offrivano senza sforzo, con caratteri ben ro¬≠tondi. L’impaginazione del¬≠l’articolo era inappuntabil¬≠mente trionfalistica; non cos√¨ la firma dell’autore, uno dei nostri romanzieri pi√Ļ ombro¬≠si e pi√Ļ insigni. Nelle sue fra¬≠si, dovunque si posasse la pigrizia del mio sguardo, mi si manifestava il buon senso, dote difficile in un poeta.

E’ noto come la nostra fa¬≠colt√† di apprendere e di ri¬≠cordare si acuisca se prescin¬≠da dalla volont√†, negli stati prossimi al dormiveglia. Les¬≠si quell’articolo quasi senza sapere di leggerlo, comunque senza un interesse cosciente; i concetti dell’autore erano usuali ancorch√© solidi: eppu¬≠re oggi, dopo parecchi giorni, potrei ripetere testualmen¬≠te non pochi periodi di quel¬≠l’intervista. Intervistato su cosa pensasse a proposito del¬≠la televisione, lo scrittore replicava che la televisione co¬≠stituisce un grosso aiuto per gli analfabeti. Ammetteva di essere un appassionato delle partite di calcio e di avere assistito trepidante alla ripre¬≠sa diretta delle Olimpiadi, non solo, ma specie a quella del volo lunare di Apollo 8. Poi, peraltro, si scagliava contro la televisione, a causa di coloro che guardano tutto (e c’√® da temere che moltissimi guardino tutto) cosicch√© ca¬≠dono nella confusione mentale. Aggiungeva una verit√† che forse i dirigenti televisivi non riconosceranno, e cio√® che debba ritenersi falsamente democratico il criterio di rimettersi al pubblico e di sobbarcarsi ai suoi gusti, abitualmente leziosi o volgari. Infine rendeva omaggio alla virt√Ļ della televisione, se sia rettamente guidata: la forza dell’attualit√† e della ¬ę con¬≠temporaneit√† ¬Ľ, per le quali ognuno di noi schiude la sua finestra sul cosmo. Ognuno di noi, come Sant’Antonio, pu√≤ trovarsi a Padova, nello stesso momento, e a Lisbona.

*

Sottoscrivo; chi non lo fa¬≠rebbe? Nondimeno (ed ecco perch√© mi riferisco confuso a quelle parole di saggezza) nessuno spettacolo in TV, quest’inverno, mi ha conqui¬≠stato come uno strano pro¬≠gramma, messo in onda ver¬≠so una mezzanotte, caratte¬≠rizzato da una qualit√† estre¬≠mamente antitelevisiva. Era un documentario inglese, del tutto fermo. Si limitava a in¬≠grandire come in una lanter¬≠na magica fotografie che ri¬≠salgono alla guerra america¬≠na di secessione e la illustra¬≠no. Cosa potremmo immagi¬≠nare di pi√Ļ inattuale, di pi√Ļ rozzo? Per√≤ quelle fotografie ci rendevano, in una scintil¬≠la, l’interezza di un tempo scaduto, inesorabilmente con¬≠sumato; e sentii farmisi fred¬≠da la fronte.

Dico interezza del tempo come sincerit√† del tempo. Non era notevole che fossero pronunciati e prendessero vi¬≠te i nomi dei luoghi che ci affascinarono (Gettysburg, o il fiume Potomac, o la citt√† di Richmond nel 1861), n√© che vedessimo i campi, i pon¬≠ti, i vagoni, le bocche da fuo¬≠co, le macchine infernali, le cannoniere, i reggimenti, le battaglie, le cariche a cavallo, la desolazione degli in¬≠cendi, i vessilli. Era terribile che vedessimo l’uomo, i gran¬≠di e fissi primi piani dell’uo¬≠mo, attoniti nell’alone.

Crudamente, gli uomini sa¬≠livano su dal passato nell’alo¬≠ne della lanterna magica a popolare la notte. Non si trattava di stampe o di qua¬≠dri: ogni interpolazione, ogni manipolazione d’arte era esclusa: erano fotografie, im¬≠magini di vivi, colte da vivi, non consapevoli di Storia o di Morte. A qualcuno di que¬≠gli uomini ci riportiamo tuttora come a eroi: Lincoln, il cui profilo rammenta una ru¬≠pe; o Lee; o Grant. Gli altri sono ignoti. Ragazzi ignoti; e uomini dalle rughe inten¬≠se, lo sguardo carico di riso o di odio, le uniformi reden¬≠trici o crudeli. A costoro un tempo appartenne tutta la vi¬≠ta, colma nell’effimero; e la loro vita non ci presag√¨, e noi siamo totalmente spogli della loro memoria, e non uno di quei vivi, trascorso un secolo, √® vivo, e anche gli eroi ‚ÄĒ vorrei dire: soprat¬≠tutto gli eroi ‚ÄĒ sono morti.

Non ignoro che ci√≤ √® irri¬≠levante. La vita ‚ÄĒ la loro che fu, come la nostra che si consuma ‚ÄĒ si esprime in una dimensione di ¬ę orizzontalit√† ¬Ľ, nella ricerca della giustizia e dei beni. Perfino i preti hanno smesso di par¬≠larci della Speranza. Per i preti, come per gli struttura¬≠listi e i marxisti, la Speranza √® ormai ¬ę metafisica da don¬≠nette ¬Ľ? Non mi oppongo. Ma ci sono notti nelle quali la verticalit√†, l’asse che ci congiunge illusoriamente ai mor¬≠ti e ai non nati, mi devasta come una piaga. E’ possibile che il vuoto di Dio dolga, si apra con l’impeto di una preghiera?


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Invito tutti a non inviarmi pi√Ļ libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso pi√Ļ accontentare nessuno. Cos√¨ pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart