Libri, leggende, informazioni sulla città di LuccaBenvenutoWelcome
 
I miei libriRivista d'arte Parliamone

La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

Piante e fiori del mio giardino e altre bellezze: qui
Download VIVERE CON L'ACUFENE.

LETTERATURA: I MAESTRI: Uscite salutari

6 maggio 2017

di Tommaso Landolfi
[dal “Corriere della Sera”, venerdì 28 febbraio 1969]

F. è uno di quei tali cui può avvenire, quando vanno dal barbiere, di cominciare a guardarsi nello specchio e di pensare: ‘ Dio, che brutta ciera che ho oggi; sto male; malissimo; tengo l’anima coi denti; da un minuto all’altro casco in deliquio; e, in tal caso, mi taglio senza fallo la gola contro il rasoio che co­stui mi sta passando in su e in giù pel collo… Proprio sicuro, poi, che questo sia un barbiere? Niente affatto: è un carnefice, un sicario; basta vedere con quale ferocia affila la sua arma per il colpo di grazia. I miei nemici lo hanno incaricato di sopprimermi, tra un minuto non sarò più…’ E magari, l’ansia aggiungen­dosi all’ansia o di se stessa nutrendosi, davvero il nostro tipo salta in piedi, sbatacchia via l’asciugamano, grida: « Fi­niremo un’altra volta, adesso devo andare; ecco mille lire, tenga il resto, addio ». E il barbiere: « Ma… ma è solo un minuto »; e lui: « Neppure un minuto; un’altra volta: adesso mi lasci andare, per carità ».

Il nostro tipo, cioè F.; le cui angosce, certo, avevano in qualche caso motivo più plausibile, o meglio non ap­parivano del tutto senza mo­tivo. Come quella notte, lag­giù in campagna.

La sera, aveva detto alla occasionale domestica (la qua­le non dormiva in casa): « Do­mattina parto, sicché non dar­ti la pena di venire: prendo la prima corriera, che passa ancora di buio. Quando tor­no, te lo faccio sapere io ». Ritiratasi colei, F. s’era cori­cato; ma poco dopo s’era ri­scosso, rammentando d’aver dimenticato qualcosa (di in­dispensabile pel viaggio) al piano superiore: che aveva dunque raggiunto. E ora, rin­tracciato l’oggetto richiesto, se ne tornava di sotto fischiettan­do; cera tempo d’avanzo, ci si poteva rimettere a letto e dormire ancora un po’ prima della partenza. Tornava di sot­to: quando, arrivato in cima alla scaletta interna… Qui però giova intendersi. Le rela­zioni o comunicazioni tra i due piani della bicocca erano e sono assicurate da due sca­le: l’una di pietra, generosa­mente costrutta, che nondime­no aveva il torto d’essere esterna; e l’altra, che aveva bensì il merito d’essere interna, ma il torto d’essere angusta, buia, erta e per giunta lubrica (a causa d’imposte mal­ferme che ingoiavano acqua), le quali incomodità del resto non le impedivano di venire solitamente praticata dagli abi­tanti della casa.

E per farla breve, in cima a questa seconda scala si fermò d’un tratto F., misurando il piccolo gurgite e pensando: ‘Guarda un po’ eh, io mi pre­paro a scendere, perfino fischietto; ma se, tra per la poca luce e il rimanente, mi man­casse il piede, se cascassi rovi­nosamente, se poniamo mi rompessi una gamba? In si­mile eventualità, è chiaro, ri­marrei qui sciancato, doloran­te. sanguinoso, moribondo e da ultimo morto, prima che a chicchessia venisse pure in capo d’indagare su me stesso: difatto, ho annunciato iersera la mia partenza, e nessuno potrebbe immaginare… e da questo chiuso le mie grida (posto che fossi in grado di emet­terle) non raggiungerebbero orecchio umano…’. E ri­maneva lì intontito, né si decideva a tentare il primo pas­so giù per la scala; poi si fece coraggio, avanzò cautamente un piede, col quale saggiò il gradino sottostante; e infine, parendogli aver trovato sicuro appoggio, pian piano spostò o calò il peso del corpo su detto piede.

Ciò che ne seguì non potrà stupire nessuno, dati i suoi precedenti terrori: un inarre­stabile sdrucciolamento e ballottamento fino in fondo alla rampa, insomma una caduta ancor più rovinosa di quella ipotizzata e temuta, sebbene per somma ventura meno pe­ricolosa E si ritrovò a valle in ginocchio, abbracciato a uno spigolo di muraglia (che per miracolo non gli aveva spac­cato in due la fronte); mentre, a mezza spanna dai suoi oc­chi, un grillo del focolare ab­bandonava in tutta fretta il luogo di tanto fracasso. E: ‘Oh Dio, sarà vero che non ho nulla di rotto? o non sarà invece che a caldo le ferite non si sentono? E adesso cosa faccio, provo a rizzarmi?’…

Non è d’altronde necessario continuare colle vecchie sto­rie: basterà citare la più re­cente.

*

La donna (non so se fosse moglie o cosa) partiva l’indomani mattina, per pochi giorni. Su questa partenza erano preliminarmente corse lunghe discussioni: F. non voleva sa­perne di restar solo, l’altra faceva valere le proprie ragioni e cosi via; finalmente, ridotto al minimo possibile il tempo della separazione, egli s’era piegato a dare il suo con­senso. Avevano perfino con­venuto che lei non lo avrebbe neppur destato, al momento d’andarsene; ed F., disponen­dosi nella sua stanza al riposo notturno, poteva in certo mo­do considerarla già partita. Ma qui appunto cominciavano i guai: diamine, partita davvero! e lui stesso? in qual maniera doveva lui colmare l’in­finita desolazione della casa vuota, dei giorni vuoti che lo attendevano?

Seguitava a rigirarsi per la stanza, apparentemente occu­pato nelle sue minime faccenduole, in realtà chiedendo comprensione e coraggio agli oggetti coi quali sarebbe or ora rimasto a tu per tu. E fu mentre ricaricava l’orologio nel cerchio di luce della lam­pada da notte, che si scoprì sulla mano destra ben cinque pustoline, alcune più vivide e rilevate, altre meno: piccole sì, ma a parer suo sommamen­te sospette. Donde il solito scarrucolamento: ‘Cinque pu­stole tutte insieme, si ha un bel dire, non sono di sicuro cosa buona: senza dubbio esse denunciano qualche morbo se­greto e profondo. Oh Signore, e quale?… E io che sto per es­sere, che sono già stato ab­bandonato ai miei morbi se­greti, privo d’ogni conforto, lungi da ogni presenza ami­ca!’ — e giù e giù. Ma evi­dentemente c’era dell’altro: commiserandosi egli così, in­fatti d’improvviso gli si risve­gliò il dolore al fianco del mat­tino, dimenticato poi nel corso della giornata; e subito dopo un dente della chiostra supe­riore; un canino, parve abbri­vidire e scrollarsi come fanno i cani nell’uscire dall’acqua, comunicando a tutta la testa del misero una specie di scos­sa elettrica. Figuriamoci dun­que: ‘ Ah, son proprio ben conciato: ho le pustole, un dolore a un fianco e il mal di denti; e in tali condizioni mi si lascia solo! Eh certo, perché no: posso sbrigarmela da me a crepare ’.

E via per buona parte della notte, sempre accentuandosi (o tanto gli pareva) i preoccupanti sintomi osservati. Ma, verso il mattino, F. balzò a sedere sul letto ed opinò: ‘ Pure, se ho fin qui fatto conto che lei fosse già partita, partita materialmente non è ancora: in altri termini, sono ancora in tempo a fermarla! ’.

*

Nel corridoio, la donna era ormai quasi pronta per uscire; anzi pronta affatto, tolte le pantofole che tuttavia calzava nel manifesto intento d’attutire il suono dei propri passi e di lasciar dormire in pace il compagno. Posato in terra accanto all’uscio sulle scale, uno smilzo valigino.

Vedendo erompere F. dalla stanza, ella non disse nulla: lo considerò un momento con occhi neutri, e si accinse a cambiare calzatura. Lui però, lanciandosi come un bolide ed inceppandola nei suoi movimenti:

– Cara! Cara, tu vuoi partire; ed io, lo ammetto, ero d’accordo. Ma… ma guarda te stessa — e protendeva la mano secondo lui infetta; che l’altra del resto non guardò per niente, limitandosi a fissare lui medesimo negli occhi, sempre in silenzio.

– E non basta, riprese F. un po’ sconcertato, con pietoso accento: — ho anche un dolore al fianco, sai quello di stamane. E inoltre ho mal di denti! — terminò in tono di trionfo. Al che sul volto della donna si avvicendarono rapidamente, in pauroso crescendo, tre o quattro espres­sioni da accademia d’arte drammatica, quali: sorpresa, perplessità, severità, stizza, di­sprezzo ed altre non meglio identificate. Ma lui, per quanto anzi perché spaventato, non riusciva più a fermarsi:

– In poche parole, — gridò afferrandola per le spalle, – tu non devi partire: te lo proibisco… te ne prego! Liberatasi facilmente dal suo assalto, la donna gli stava innanzi come meditabonda o come consultando l’orologio al polso; ed F. volle intromettersi tra lei e la porta, per contrastarle l’uscita. A questa goffa mossa, ella alzò le ciglia e da ultimo parlò. Parlò brevemente; disse:

— Levati di mezzo, buffone.

Più stupito che offeso, F. eseguì senza neppure rendersene conto; e lei non ci pensò due volte ad uscire.

Niente di singolare, in fondo. Singolare piuttosto, o addirittura magico, l’effetto di quello scioglimento quasi forzato: ché, partita appena la donna e invece di restare doppiamente sconfortato, egli si sentì d’un tratto ristabilito nella pienezza delle proprie forze. Naturalmente c’entrava anche una sorta di ripicco, dato che il suo risoluto pensiero fu: ‘ Ah sì, è così? Ebbene gliela faremo vedere: ora mi vesto elegantemente, scendo in città, e a chi tocca tocca! ’. Tanto salutare, insomma, può palesarsi la parola giusta al momento opportuno, ed ove pure a nessuno poi toccasse nulla.


Letto 393 volte.


Nessun commento

No comments yet.

RSS feed for comments on this post.

Sorry, the comment form is closed at this time.

Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart