Libri, leggende, informazioni sulla città di LuccaBenvenutoWelcome
 
I miei libriRivista d'arte Parliamone

La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

Piante e fiori del mio giardino e altre bellezze: qui
Download VIVERE CON L'ACUFENE.

LETTERATURA: I MAESTRI: Variazioni #4/10

26 dicembre 2017

di Eugenio Montale
[dal ‚ÄúCorriere della Sera”, domenica 18 maggio 1969]

Il lieve tintinnio del collarino e un arpeggio vellutato, come uno sgranarsi di zampette sul muro che accompagna la via maestra annunciavano che il gatto Malfusso ci era ¬†venuto incontro un buon tratto per guidarci alla casa di Erasmo, una sorta di mai¬≠son du pendu bianca anche sul far della sera, col fico rugginoso addossato da una parte e pochi alberi antropo¬≠morfici ai quattro lati, dai quali venne poi sempre, al¬≠l’ora del crepuscolo, il lugu¬≠bre gluglu delle tortore in gabbia. A sinistra e in basso il mare limaccioso e l’ammaz¬≠zatoio. Ma di morti non c’e¬≠rano che i topolini di nido, schiacciati con la scopa sullo spiazzo d’ingresso dalla fida Maria Vulpius. La casa era piena di libri, di tende di broccato, di armi e di diplo¬≠mi in cornice; a spiare oltre il fitto reticolo di fil di fer¬≠ro delle feritoie si scorgeva solo qualche spicchio di lu¬≠ce, una scaglia d’albero, uno svariare d’ombre, e i suoni non mutavano che di poco, passando dallo sfrigol√¨o intermittente delle ultime cicale al fruscio pi√Ļ ampio e lonta¬≠no del mare. Un mare sem¬≠pre inquieto, gonfio ma non grosso, che non si vedeva qua¬≠si e non cambiava mai il re¬≠spiro, incurante delle luna¬≠zioni.

Si faceva tardi e Maria Vulpius, l’inarrivabile, tenta¬≠va invano di accendere il fuoco a pianterreno e di pre¬≠pararci il ciup√¨n di scorpene e moscardini; la casa era tut¬≠ta fumo e l’ospite s’indugia¬≠va fino all’ultimo a massacra¬≠re l’angelica fiaba di Papageno sulla tastiera cariata di un vecchio pianoforte che dava un suono acido di spinet¬≠ta. Tra il fumo i fregi dorati di alcune rilegature brillavano incuranti a sommergersi e il ritratto dell’Icaro caduto in fiamme resisteva ancora tra le bombe Sipe e le pistole automatiche. Appoggiato allo spiovente stratificato di alcuni Webster attendevo l’ora della cena e continuavo a ri¬≠tardare l’ora della partenza.

Se questi erano i pomerig¬≠gi, difficili a rammentarsi co¬≠me un sogno, altrettanto brevi scorrevano le mattine, dopo che Erasmo si era lascia¬≠to cacciare dalla zanzariera nella quale dormiva sorriden¬≠te e disumano come un Dio in una nuvola bianca. Segui¬≠vano curiosi riti, come il lan¬≠cio delle oche in mare per il bagno quotidiano e l’omaggio al fenicottero giunto un gior¬≠no a volo e rimasto poi ap¬≠pollaiato per pi√Ļ di un mese su un com√≤, ad arrotarsi l’e¬≠norme becco a serbatoio che gli tirava in basso il collo sot¬≠tile e la testina. Lo videro i ragazzi del paese e dissero senza sorpresa ¬ę oh, un per¬≠digiorno ¬Ľ. Mangiava raramen¬≠te, spesso la notte, con un rumore di ciabatte che face¬≠va rabbrividire; poi un bel mattino seppi (lo seppi dopo) apr√¨ le ali e con un volo fer¬≠mo e dritto and√≤ a trasferirsi in un convento di cappuccini a breve distanza.

Del resto conviene dire che in quella casa piena di gran¬≠di ombre, in quella riserva di caccia dell’ultima storia che conta, la pi√Ļ sconosciuta (che non tutto, non tutto andasse in pezzi come le olive strito¬≠late l√¨ dietro, a pochi passi, dal frantoio) la vita era alta, incorrotta, senza compromessi; e fu difficile e anche do¬≠loroso, dopo pochi giorni, ri¬≠mettersi all’esistenza degli al¬≠tri, storcere con un dito l’a¬≠sticella della meridiana ferma per sempre sulla stessa ora e avviarsi lungo la scarpata prima della giornaliera appari¬≠zione del cardinale rosso porpora, con lo zucchetto in testa, le pantofole di marocchino e l’aquila d’oro al collo!

Non avevo molte probabilit√† di svignarmela inosservato, mancava ancora una mezz’ora all’arrivo del diretto ma prima di questo c’era un omnibus in gran ritardo, inatteso al quale giunsi ad attaccarmi. Mi parve (ma fu certo un’illusione) di scorgere una fiamma rossa tra gli alberi e un gesto adirato, poi il treno imbocc√≤ un tunnel fuligginoso e dopo poco la loggia del Montorsoli si profilava contro un mare diverso, pieno di transatlantici.

*

La prosa che precede doveva figurare nel mio libro La bufera e altro che apparve nel 1956. Ma fu scritta ne ’43 e ora non so perch√© l’abbia esclusa da una raccolta dove pure compaiono due altri petits po√®mes en prose L’argomento, nettamente reale, avrebbe potuto fornir materia a un pi√Ļ lungo ed elaborato elzeviro, o meglio ancora a un breve racconto, di quelli che sempre pi√Ļ raramente si leggono sulle pagine dei quotidiani. Ma una simile destinazione era da escludersi perch√© fino a quel tempo io non ero autore di nulla che potesse dirsi narrativo e non avevo alcuna intenzione di iscrivermi sotto quell’etichetta. Sarebbe mancato, inoltre, il destinatario, il giornale. Avevo gi√† sulla coscienza un buon numero di prose, ma tutte di critica letteraria sparse in quotidiani di second’ordine o in riviste. A un grande quotidiano approdai solo dopo la liberazione di Milano e in quella nuova sede mi si fece intendere che lo ¬≠spazio era ristretto e che la critica letteraria doveva entra¬≠re, almeno provvisoriamente, in quarantena. Spar√¨ allora del tutto l’illusione che io potessi diventare un emulo di Aloysius Bertrand, un cesellatore di brevi gioielli in prosa ¬ę d’arte ¬Ľ. D’altra parte mi mancava la fantasia del nar¬≠ratore nato e non potevo con¬≠tare che su ricordi personali, su esperienze vissute. Non di¬≠sponevo certo del pozzo di San Patrizio avendo sempre condotto una vita appartata, dopo il ’40 semiclandestina. In compenso quelle poche me¬≠morie erano andate lievitan¬≠do e di giorno in giorno mi sembravano sempre pi√Ļ irrea¬≠li. Non potevo fonderle in un tutto omogeneo, in un con¬≠tinuo. Si rifiutavano di orga¬≠nizzarsi secondo un ordine e una prospettiva. Dovevo la¬≠sciarle sorgere a piacer loro e cos√¨ fu.

Nacquero cos√¨ i racconti non-racconti, le poesie non¬≠-poesia che anni dopo raccolsi sotto il titolo La farfalla di Dinard. Mi accorsi dopo che quel libro scritto a Milano af¬≠fondava parte delle sue radici in una citt√†, Firenze, che io avevo guardato con gli occhi di uno straniero innamorato dell’Italia. Che poi il tentati¬≠vo, del tutto involontario, avesse incontrato due handi¬≠cap prevedibili era ben chia¬≠ro. Gli occhi dello straniero mi erano inibiti dal fatto che io a Firenze dovevo lavorare e non contemplare; e lavorare in condizioni che mi rendevano italiano al cento per cento. Inoltre, la Firenze che mi interessava era in via di dissoluzione. Le inique sanzioni erano riuscite a svuotarla di gran parte delle sue reliquie viventi: degli uomini che avevano vissuto in quella citt√† ore irripetibili. In sostanza io dovevo cibarmi di ricordi alimentati da precedenti ricordi di altri, di sconosciuti. Per√≤ entro questi limiti assai gravi io sono riuscito a dare, sia pure in poche pagine, non un capitolo ma due righe di un ipotetico libro che un giorno qualcuno dovr√† decidersi a scrivere e porter√† press’a poco questo titolo: Stranieri a Firenze Non √® che tentativi del genere siano del tutto mancati; ma nessuno ch’io sappia √® stato all’altezza dell’argomento. Il meglio l’ha fatto Emilio Cecchi, che per√≤ era emigrato a Roma sui trent’anni e non aveva il vantaggio di essere uno straniero.

LA POESIA

L’angosciante questione

se sia a freddo o a caldo l’ispirazione

non appartiene alla scienza termica.

Il raptus non produce, il vuoto non conduce

non c’√® poesia al sorbetto o al girarrosto.

Si tratterà piuttosto di parole

molto importune

che hanno fretta di uscire

dal forno o dal surgelante.

Il fatto non è importante. Appena fuori

si guardano d’attorno e hanno l’aria di dirsi:

che sto a farci?


Letto 458 volte.
ÔĽŅ

Nessun commento

No comments yet.

RSS feed for comments on this post.

Sorry, the comment form is closed at this time.

Invito tutti a non inviarmi pi√Ļ libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso pi√Ļ accontentare nessuno. Cos√¨ pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart