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LETTERATURA: I MAESTRI: Variazioni #6/10

30 dicembre 2017

di Eugenio Montale
[dal ‚ÄúCorriere della Sera‚ÄĚ, domenica 19 ottobre 1969]

Sono del tutto privo di quel¬≠le esperienze che con palese eufemismo possono anche de¬≠finirsi come ¬ę sociali ¬Ľ. Mai fui cacciato in galera o in un cam¬≠po di concentramento, mai ho sofferto la tortura, le mie braccia non portano tatuaggi o numeri di riconoscimento e mai mi √® accaduto di rifugiar¬≠mi all’estero mutando lingua e nazionalit√†. Mi √® mancata anche la disgrazia o la fortu¬≠na di essere ebreo. Nessuno dei miei familiari e appena uno o due dei miei amici so¬≠no finiti nelle camere a gas. L’unica vera e importante sec¬≠catura che mi ha dato il fa¬≠scismo (a parte dieci anni di disoccupazione, peraltro non inoperosi) √® stata quella d’im¬≠pedirmi di diventare un nar¬≠ratore. Avevo a disposizione il tempo, non la materia. Ac¬≠cumulo l’esperienza ma non so inventare.

Nei cosiddetti anni ’30 l‚Äôincomunicazione di massa, oggi fiorentissima, non aveva anco¬≠ra toccato il suo zenit. Entro certi limiti e con la dovuta prudenza si poteva ancora par¬≠lare. L’argomento maggiore verteva sulla possibilit√† o speranza di parlare pi√Ļ e meglio dell’ipotetico tempo di un post¬≠fascismo. Parleremo, si dice¬≠va, quando avremo riconqui¬≠stato la libert√†. Nel frattempo scorsero gli anni e nella pri¬≠ma met√† dei ’40 la libert√† ci fu concessa, un po’ per meri¬≠to nostro, ma molto di pi√Ļ perch√© altri avevano agito per noi, naturalmente non mossi da sola piet√† per il nostro stato.

Venne allora¬† a mancarci ogni possibilit√† di speculare sul poi e sul domani. Erava¬≠mo liberi, ma come e perch√©, e che cosa avremmo fatto del¬≠la¬†¬† nostra¬†¬† libert√†? Furono avanzate diverse ipotesi. La libert√† non esiste in natura, l’animale √® sempre necessita¬≠to e l’individuo (l’uomo) non √® nemmeno pensabile se non in rapporto ad altri individui. L’uomo realizza se stesso ne¬≠gandosi come tale e sommer¬≠gendosi nel conglomerato so¬≠ciale. La libert√† non √® l’arbi¬≠trio, non¬† √® l’autosufficienza dello schiavo Epitteto, ma la accettazione¬† (di che cosa?). Oh, semplicemente di quello che accade, di quello che c’√®. Che poi non fosse la stessa cosa l’essere e l’esserci, √® ipo¬≠tesi che sfior√≤ la mente solo di pochi pazzi. Su questo pun¬≠to ‚ÄĒsu quello che c’√® ‚ÄĒ idealisti storicisti e filosofi del materialismo dialettico, furo¬≠no tutti d’accordo. L’uomo √® un animale economico e co¬≠me tale deve agire e pensare, il contraccolpo fu immediato anche nel mondo dell’espres¬≠sione, dell’arte. Un tempo la libert√† dell’arte era garantita (entro certi limiti) dai regimi autoritari, autocratici. La Rus¬≠sia ebbe una grande letteratu¬≠ra sotto il dispotismo degli Zar, non sotto quello della democrazia coatta. Nell’Europa che oggi si dice libera, gi√† da tempo i filosofi avevano ammesso la libert√† dell’arte pia pure (non tutti) assegnan¬≠dole una sezione distinta e al¬≠quanto subalterna nella pira¬≠mide ascensionale dello Spirito. Ma ora altre necessit√† ur¬≠gevano. L’arte diventava pro¬≠duzione e consumo e doveva quindi rassegnarsi a una su¬≠bordinazione ben pi√Ļ grave L’accettazione stessa, l’abbia¬≠mo visto, era una forma di li¬≠bert√† maggiore. La libert√† del l’artista era stata una lunga e faticosa conquista dell’Illuminismo. Ma ora il serpente del progresso si mangiava la coda e questo lo avevano gi√† detto Goethe, Burkhardt e altri prima che venisse a informarce¬≠ne col suo fumoso talento Teodoro W. Adorno. Ora l’arte do¬≠veva affermarsi come funzio¬≠ne, ma negarsi come essenza. L’arte non aveva ragione di esistere se non come impiego di materiali. L’arte √® un ge¬≠sto che coinvolge¬† (chi?), e non altro. Al limite, l’arte la fa il recipiente (sic), non il produttore.

Forse per la prima volta nei millenni che conosciamo meglio la letteratura e la poe¬≠sia, ch’erano state sempre la matrice delle altre arti ¬ę bel¬≠le ¬Ľ, passarono alla retroguar¬≠dia e cedettero le armi. I pri¬≠mi a buttarsi sul ¬ę materiale ¬Ľ furono gli artisti ex-figurativi I musicisti non tardarono a mettersi al passo. Il materiale ch’essi hanno a disposizione √® infinitamente maggiore. Es¬≠si¬† possono manipolare non solo tutti i suoni e i rumo¬≠ri che si producono in natura, ma anche tutte le musi¬≠che¬† seppellite¬† negli archivi musicali. E nemmeno impor¬≠ta¬† spingersi tanto addietro. Recentemente il compositore Stockhausen¬†¬† rimescol√≤ una trentina di inni nazionali attraverso filtri, dosaggi, mo¬≠dulazioni di frequenza e lar¬≠go impiego di elettronica mi-se in pubblico certi Hymnen che destarono furore di entu¬≠siasmi e dissensi. Basta leg¬≠gere qualche scritto di questo musicista e di altri per accor¬≠gersi che non siamo affatto in presenza di un bluff. E’ gente che fa sul serio. Anzi non manca chi considera il nomi¬≠nato¬† Stockhausen¬† come un reazionario perch√© in lui so¬≠pravviverebbe¬† qualche cosa che fa ancora pensare alla musica. L’odio di questi uomini per l‚Äôarte √® profondo e significativo. Ma non tutti sembrano avvedersi di essere piuttosto le vittime che gli araldi di un nuovo tempo. Se ne accorgeva invece Adorno e se ne avvede il giovane Mario Bortolotto che rischia di di¬≠ventare, ma speriamo di no, il nostro Adorno nazionale.

Chi voglia saperne di pi√Ļ pu√≤ dare un’occhiata al n. 30 della bella rivista Il Verri di¬≠retta e fondata dall’intrepido amico Luciano Anceschi. E’ un fascicolo interamente de¬≠dicato alla nuova musica.

*

Si pu√≤ supporre che gli in¬≠ventori dell’antimusica abbia¬≠no avuto una vita piuttosto facile e agiata. Ma esistono casi del tutto opposti. C’√® chi da una vita difficile, anzi tra¬≠gica, ha tratto il desiderio di non distruggere nulla, se non il male. C’√® chi uscito dall’in¬≠ferno ha reso pi√Ļ lucido il suo sguardo, pi√Ļ pura l’aspirazione a una vita spoglia di ogni compromesso e di ogni vilt√†. E’ quanto √® accaduto a Edith Bruck, autrice di un libro che non dovrebbe passare inosser¬≠vato: Le sacre nozze, pubbli¬≠cato da Longanesi. Tutte le infamie che a me (a noi) fu¬≠rono risparmiate toccarono in sorte a questa giovane donna che nata in Ungheria e pi√Ļ precisamente l√† dove s’inter¬≠secano Ucraina, Slovacchia e Ungheria, ha conosciuto la vi¬≠ta dei lager, ha raggiunto nel ’48 Israele, la sua terra pro¬≠messa, ed √® oggi in Italia, do¬≠ve vive, una delle nostre pi√Ļ interessanti scrittrici.

Non so fino a che punto la vita dell’Eva che incontria¬≠mo nel libro sia una perfetta sosia dell’autrice. Ma il moti¬≠vo di fondo dell’opera, il ri¬≠fiuto della violenza, l’anelito a una libert√† che non √® pos¬≠sibile¬† perch√©¬† nessuno vera¬≠mente la vuole, accomuna cer¬≠tamente la donna inventata e la donna reale. Sarebbe fare un torto al libro darne uno scarno riassunto. Dire che la diciottenne¬†¬† Eva¬† sbarcata a Haifa, in Israele, sposa un im¬≠becille, schiavo di una feroce madre, poi riesce a liberarse¬≠ne, si sposa ancora con un americano abulico e forse in¬≠vertito che vede in lei poco pi√Ļ che un ¬ę numero ¬Ľ da cir¬≠co equestre, e infine si lascia amare, e forse ama, un leno¬≠ne che vuol vivere alle sue spalle vendendola a provviso¬≠ri clienti; dire tutto ci√≤ e ag¬≠giungere che in ultimo Eva si avvelena con i barbiturici e nemmeno muore, lasciandoci cos√¨ in dubbio sul suo futuro non √® certo un invito a leg¬≠gere¬† questo¬† racconto. Quel che conta non √® l’intrigo ma la verit√† del quadro e dei mol¬≠teplici personaggi, e l’adaman¬≠tina purezza di sentimento che anima il libro da capo a fon¬≠do. Edith Bruck √® troppo bru¬≠ciata dalla vita per indulgere ad ogni compromesso col suo ipotetico lettore; non scrive quel che si dice un romanzo e pu√≤ raggiungere una quasi chi¬≠rurgica crudelt√† con l’uso di un bisturi che somiglia appe¬≠na a una penna. Si esprime nella lingua d’uso ma non si pu√≤ mai dire che la sua lin¬≠gua sia usata, logora. Eccelle nel dialogo ma lascia che la composizione si formi da so¬≠la, per aggregazione. Ci√≤ non le riesce ininterrottamente per¬≠ch√© il ricorso al flashback rallenta l’interesse anche se ci fa meglio comprendere il dif¬≠ficile itinerario di una vita sof¬≠focata fin dalla nascita; e inol¬≠tre la tecnica adottata rende con allucinante verit√† i fatti narrati ma non li fa scorrere nel tempo. In un certo senso siamo perfettamente all’oppo¬≠sto della letteratura ¬ę di me¬≠moria ¬Ľ. Qui tutto vive in un eterno presente, forse necessa¬≠rio in una narrazione che ha per argomento non tanto un personaggio e nemmeno una folla di comprimari quanto il destino di una stirpe condan¬≠nata a una perenne immobili¬≠t√† storica. Una immobilit√† che sottende, sempre fermissima, tutta una geenna di crudelt√†, di guerre e di persecuzioni.

*

C’√® troppo rumore nel mon¬≠do? Si potr√† vivere quando mostruosi aerei supersonici contenenti quattrocento viag¬≠giatori passeranno sul cielo delle citt√†? Forse no, ma non √® detto che il rumore sia sem¬≠pre inutile. Tempo addietro ero con altre tre persone. Nes¬≠suno di noi conosceva gli al¬≠tri tre. La padrona di casa fe¬≠ce le presentazioni, ma fu chia¬≠mata al telefono. Vi rest√≤, co¬≠me tutte le donne, almeno die¬≠ci minuti. Ognuno dei quattro tent√≤ di parlare, senza succes¬≠so. Incombeva un silenzio in¬≠frangibile. Pensai allora che sarebbe molto utile una mac¬≠chinetta individuale da porta¬≠re addosso quasi nascosta, co¬≠me un orologio. Un aggeggio a tasto produttore di rumori naturali, non per√≤ fisiologici. E’ vero che oggi c’√® il man¬≠giadischi, portatile e poco in¬≠gombrante. Tuttavia ricorrer¬≠vi rivela l’intenzione e crea un imbarazzo anche peggiore del silenzio.

 


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Invito tutti a non inviarmi pi√Ļ libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso pi√Ļ accontentare nessuno. Cos√¨ pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart