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LETTERATURA: I MAESTRI: Via il sole

29 marzo 2018

di Alberto Moravia
[dal “Corriere della Sera”, giovedì 2 gennaio 1969]

Ho infilata la pelliccia, quin­di sono andata nell’anticame­ra, ho chiuso gli occhi e mi sono detta: « Non sono piĂą me stessa. Sono qualcuno che capita per la prima volta in quest’appartamento. Lo guar­do con occhi stranieri. Lo ve­do per la prima volta. Dico a me stessa quello che va e quello che non va ».

Ho riaperto gli occhi e ho subito pensato: « Via quell’orribile specchiera. Via quei due seggioloni indigesti. Via quelle melense stampe inglesi. Via quella consolle rachitica ».

Che restava adesso? Soltan­to un vaso di vetro con un ramo di pungitopo dalle bac­che rosse e dalle foglie verdi.

Questo ramo mi ha ricordato che era Natale o quasi. Mi so­no affrettata a pensare: « Via anche il vaso e via il ramo ».

Ho aperto la porta del sog­giorno. Grande, confortevole, luminoso. Qua un gruppo di poltrone e di divani intorno la televisione; lì, la tavola alla quale ci sediamo ogni giorno per i pasti. In un angolo, un albero di Natale molto gran­de, di quelli con le lampadine multicolori, le palle d’argento e i festoni d’oro, che si com­prano bell’e fatti. Ho subito pensato, dopo aver lanciato uno sguardo circolare: « Sala di soggiorno rivelatrice. Ho cercato a tutti i costi di farne una cosa personale, sono riuscita soltanto ad essere assolutamente convenzionale ed anonima. Come la gente che vi ricevo e i riti sociali che vi celebro. Dunque: via, via via ».

*

Mi sono accorta che stavo già meglio. Eppure quel soggiorno con quanto amore l’a­vevo arredato. Ho ricordato le corse affannose per gli anti­quari; le lunghe contemplazioni dei mobili dopo la loro collocazione. Qualche volta, per­sino, mi sono alzata di notte per andare in camicia e a piedi nudi, a riguardare gli ultimi acquisti, ammirarli, convincer­mi che erano davvero miei.

Basta. Dal soggiorno sono passata nel corridoio (via le seggioline viennesi, via i lumi « liberty »); mi sono affaccia­ta alla camera da letto. Ingi­nocchiatoio provenzale. Icone russe. Letto di ferro spagnolo. Cassettone a bugnati toscano Mi sono domandata: « Perché un inginocchiatoio, perché delle icone se non si prega? ». E poi, subito dopo: « Perché un letto matrimoniale se non si ama? ». Ho avuto un momen­to di esitazione, uno solo, quindi ho deciso; « Via tutta questa stanza, via, via ».

Ecco fatto. Cancellati con quella paroletta « via » dieci anni di insipido matrimonio, quando ho aperto la porta dello studio di mio marito, ho capito che il piĂą, ormai, era fatto. Ho considerato un istan­te lo studio, vero studio di an­cor giovane e giĂ  autorevole professionista, con le sue librerie gremite di libri dal pa­vimento su su fino al soffitto; quindi sono passata ad esami­nare lui che se ne stava, al solito, seduto alla scrivania, dietro una barriera di libri. Fronte bianca, un po’ calva occhi tondi; naso all’insĂą, esi­guo; bocca piccola; lieve deli­cata pinguedine. Un uomo come tanti, non migliore ma neppure peggiore degli altri. Che cosa avevo da rimprove­rargli? Forse, in quei dieci an­ni di matrimonio, avevo sco­perto che…? Ma no, ma no, non avevo scoperto proprio niente. O meglio avevo sco­perto che non c’era niente da scoprire. L’ho avvertito che uscivo per andare al mare, a prendere una boccata d’aria e che sarei tornata per la cola­zione. Lui naturalmente non ha neppure alzato la testa: scriveva. Mi sono ritirata in silenzio, sentenziando dentro di me: « Via tutti questi libracci. Via mio marito ».

*

Sono andata difilato in fon­do al corridoio, ho aperto un uscio a vetri. Eccomi di fron­te ad un mondo tutto rosa, come se d’improvviso, avessi inforcato lenti di questo te­nero colore. Tavolino, seggio­line, armadietto laccati di ro­sa. Lettino rosa con parapetti e colonnine rosa. Carta da pa­rati rosa pallido con fiorellini rosa più accentuati. Il mio bambino, due anni, infagottato in una tuta di lana rosa, in piedi sulla coperta rosa del letto. Seduta presso di lui, la governante tedesca con le guance rosa, la camicetta ro­sa diafano, la gonna rosa ge­ranio. Alla finestra, tendine rosa. In terra, un tappeto ro­sa. Tutto questo rosa, ad un tratto, mi è sembrato poco convincente. Con che diritto avevo sostituito con un mondo rosa, ¡l solito mondo nel quale il rosa, sia in senso reale sia in senso metaforico, è, a dir poco, raro? E quel fi­glio, che mi serviva un figlio adesso che non avevo più né anticamera, né soggiorno, né camera da letto, né studio, né marito? Dunque: « Via tutto questo rosa. Via anche il bambino ».

Eccomi in strada. Mentre apro la portiera della macchin­a, lancio uno sguardo in su, al nostro palazzo, e penso: « Via tutto il palazzo ». Quin­di salgo, metto in moto, parto. Mentre guido, comincio a piangere e una ciocca di ca­pelli mi attraversa il volto. Piango, guido con una mano sola e ricaccio invano indietro la ciocca. Le lagrime mi vanno in bocca, sono molto ama­re. Sto in fila tra innumere­voli automobili; vedo una quantità di facce dietro i ve­tri delle automobili, vedo dei palazzi, vedo il cielo grigio, rigido, senza luce, un vero cie­lo invernale e penso: « Via queste facce. Via questi pa­lazzi. Via la città intera ».

Sono sull’autostrada. La lan­cetta del contachilometri sale da cento a centoventi, a cen­tocinquanta, a centosettanta all’ora. Le lagrime mi flagellano la faccia; la ciocca mi sven­tola sul naso. Intanto conti­nua l’eliminazione: «Via i car­telloni pubblicitari. Via il mo­tel. Via quell’altro motel. Via il benzinaio. Via quell’altro benzinaio. Via quegli altri car­telloni pubblicitari ». Alcune macchine mi corrono avanti, perdendosi nel grigiore dell’a­sfalto, sotto il grigiore del cie­lo; altre, le vedo, nel retrovi­sore, che mi rincorrono, anch’esse remote, confuse, tra cielo e strada. Penso: « Via le macchine. Via ».

Sono a Fregene. La pineta è al buio. I pini si chinano qua e là coi tronchi smilzi, come annoiati di stare insieme. Giornali dell’ultima esta­te biancheggiano nell’ombra del sottobosco, sul suolo oscu­ro. Corro e piango. Ecco lo spiazzo, col parcheggio, da­vanti allo stabilimento dalle cabine verdi e azzurre. Lascio la macchina e mi inoltro su una tavola, verso la spiaggia.

Ha piovuto durante la not­te, ma poco. La spiaggia è tutta bucherellata di gocce; ma come ci pongo sopra il piede, mi sento affondare nel­la sabbia asciutta e fredda. Il mare è calmo, come di piom­bo grigio e opaco; ma un piombo nel quale, con un chiodo, siano state incise delle striature scintillanti. Il cie­lo è meno rannuvolato che in città. Anzi, ad un tratto, men­tre cammino lungo il mare, ec­co che viene fuori il sole, gial­lo e denso, simile ad un gran­de sputo. Naturalmente, dico a me stessa: « Via il sole ».

Ma proprio nel momento che penso questo, mi chino e raccolgo una stella marina. E’ molto piccola; ha un corpo, diciamo così, non più largo di un bottone da camicia; le pun­te sono filiformi. E’ ancora vi­va, muove debolmente le pun­te. Di sopra è color sabbia di sotto, bianchiccia. Senza tanto pensarci su, la getto in mare, affinché non muoia.

Questa semplice, istintiva azione provoca, come si dice una reazione a catena. Invece di dire: « No » alla stella ma­rina, le ho detto: « Sì ». Dun­que, logicamente, questo « sì » ne suscita tanti altri. Sì al so­le; sì all’autostrada ed ai suoi cartelloni; sì alla cittĂ ; sì al mio palazzo; sì al mio appar­tamento; sì a mio marito e a mio figlio. Sì, sì, sì, sì…

A questo punto, con buon senso, mi sono detta che in­vece di dire: « Via il mondo », sarebbe stato più semplice ed anche più giusto di­re: « Via me stessa ». Come mai non ci avevo pensato? In realtà da qualche tempo sono molto ma molto distratta.

*

Ho preso a passeggiare lun­go il mare accarezzando que­sta idea: dire una buona vol­ta: « Via me stessa » e poi ve­dere che cosa succederebbe.

La sabbia specchiante era tut­ta sparsa di granchiolini bian­chi, di piccole meduse diafa­ne, di conchigliette azzurre, di alghe verdi; le onde ritirandosi avevano lasciato tanti ricami di detriti neri. Ho notato un gruppo di persone, a non grande distanza, e mi sono avvicinata.

Erano dei pescatori, stavano tirando sulla spiaggia una re­te. Sul mare, si vedevano spuntare dall’acqua i sugheri della rete che formavano co­me un grande « u ». Appena mi hanno visto, hanno interrotto di tirare, si sono fatti da parte, guardandomi in una maniera singolare che mi ha sorpreso.

Sono andata avanti, con passo lento e melanconico. Un giovanotto tarchiato, dal volto rosso e fiorito incorniciato da due enormi basettoni ricciuti, in giacca a vento e pantaloni attillati, mi ha guardato anche lui in maniera strana. Poi mi sono voltata un poco: era an­cora lì, fermo, che mi guar­dava.

Soltanto quando sono tor­nata alla macchina e mi sono seduta e ho respinto gli orli della pelliccia per meglio manovrare il volante, ho com­preso il motivo di quegli sguardi dei pescatori e del giovanotto: nel mio delirio, ave­vo infilato la pelliccia appena uscita dal bagno. Insomma: ero nuda.

Ho avuto un momento la tentazione di lasciare la pelliccia nella macchina e andar­mene, così nuda, per la pineta. Avrei camminato sugli aghi pungenti, in quel buio piovoso, diafana come una di quelle meduse che avevo vi­sto morte sulla spiaggia. Sarei pian piano diventata traspa­rente, sempre più trasparente, alla fine mi sarei disciolta nel­la nebbiolina del sottobosco, tra i rovi e i tronchi dei pini.

Sì, questa era la sola maniera di dire: « Via me stessa », che mi sarebbe piaciuta.

Consolata da questa idea e dall’impossibilità di mandarla ad effetto, ho preso a correre sull’autostrada.

 

 


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart