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LETTERATURA: I MAESTRI: William Golding. Sarò sempre un inglese

7 giugno 2016

di Carlo Monterosso
[da “La fiera letteraria”, numero 21, giovedì, 23 maggio 1968]

Londra, maggio

Si scrive a William Golding, William Golding non risponde. Si indaga presso il suo editore, si ottiene il suo numero di telefono, gli si telefona, William Golding risponde evasivamente. Poi promette, accetta, verrà a Lon­dra in settimana, ci telefonerà. Ed eccoci qui, seduti al tavolo di una trat­toria italiana in Dover Street, a parlare. E’ uno straordinario conversatore, frequentemente ammiccante, con improvvise cadute di solenne gravità che la barba rossiccia e gli occhi azzurri fissano come in immagini bizantine.

Ha le mani corte e carnose da annodatore di gomene, le spalle massicce. Fu­ma a catena. E intanto ha nascosto, vedendoci, un libretto nel cui fronte­spizio riconosciamo di sfuggita fregi reminiscenti il Partenone.

Con finta riluttanza lo tira fuori. E’ una tragedia di Euripide, che egli leg­ge in greco. La Grecia è il suo mondo ideale, appena può William Golding fugge là.

« Devo tutto a quella cultura, spie­ga. Se lei ha letto i miei romanzi avrà constatato che la loro struttura è co­stante: un uomo che viene colpito gra­dualmente dal destino fino alla caduta finale. Come nella tragedia greca ».

E’ nato nel 1911 in Cornovaglia ed è sempre vissuto più o meno da quelle parti. Oggi il suo cottage è in un vil­laggio vicino a Salisbury, nella terra di Thomas Hardy col quale, però, egli non vuole spartire niente: sebbene sia difficile dissociare i due, proprio per quella medesima preoccupazione me­tafisica della vita che rese difficile Har­dy ai suoi lettori e oggi rende difficile Golding ai propri. E’ sposato, ha due figli grandi e da molti anni, grazie alle fortune letterarie, ha cessato di fare l’insegnante di scuola media. E’ lau­reato a Oxford.

E’ anche un master mariner. Se mai si dovesse immaginare l’antico mari­naio di Coleridge, invecchiato e pessi­mista, questi sarebbe William Gol­ding. Se la Grecia è il suo Paese idea­le, il mare è il suo elemento naturale.

Ha sempre navigato, fece la guerra a bordo di cacciatorpiediniere e incro­ciatori e comandò una silurante. Ma il luglio scorso il mare gli tirò un brutto scherzo, sebbene non fu proprio il ma­re, come vedremo. Era salpato con un vecchio yacht armato con somma cu­ra, dopo anni di preparazione, per la più splendida avventura intellettuale della sua vita — la scoperta dell’anti­eroe in Grecia — quando una gigante­sca, cieca petroliera giapponese lo spe­ronò di notte nella Manica. Affondò subito, con la moglie, la figlia e tre amici. Furono salvati per miracolo ma ne rimase così afflitto e inspiegabil­mente turbato che per una settimana stette serrato in casa e non volle par­larne con nessuno.

Oggi, rappacificato, ne sorride. E’ giunto a una spiegazione sua persona­le. « Fu una manifestazione dell’umo­rismo di Dio ».

Dio è il suo segnale trigonometrico sul quale Golding fa costantemente il punto. Dio è veramente il protagoni­sta di tutti i suoi lavori. Golding è, lo si sente subito parlandogli, quel raro tipo di scrittore che sente la presenza dell’Assoluto ovunque, fino a cadere nel sospetto di panteismo. Il mare è per lui la personificazione più fedele della potenza divina.

« Quell’enormità liquida perpetua- mente in moto ma », soggiunge con chiaro sottinteso, « inanimata ».

Il mare è tutt’intorno ne Il re delle mosche, il suo felicissimo libro pubbli­cato nel 1954. L’idea di collocare un gruppo di bambini innocenti in un’isola esotica, con palme, noci di cocco e sabbia bianca, non era certo originale. E’ un tema costante della letteratura infantile inglese.

« Ricordo distintamente come mi venne l’idea », racconta Golding. « Ero seduto accanto al fuoco, con mia mo­glie, e improvvisamente le dissi: la­sciamoli liberi di fare quello che vo­gliono, questi bambini; vediamo cosa succede. Mia moglie mi guardò, capì all’istante, rispose: “Fallo”. Fu così che cominciai a scrivere quei libro ».

Sapeva già, Golding, come sarebbe andata a finire. Era inevitabile che quei bambini, messi nell’ingranaggio del pensiero di quest’autore (che fra l’altro li conosce profondamente, aven­do loro insegnato per tanti anni), de­generassero. La vicenda è nota, e il film ricavatone da Peter Brook è stato fedele al testo: non la grazia paradisia­ca dell’atollo, non la concordia, non l’innocenza, non l’amore della libertà prevalgono per ordinare quella comu­nità di bambini lasciati totalmente a se stessi (il pilota dell’aereo che li tra­sportava è morto); ma la crudeltà, il male, la volontà di fare il male.

« Non avevano bisogno assolutamen­te di nulla», Golding si infervorisce. «Avevano tutto di che vivere senza nemmeno lavorare: frutti, cacciagione, pesci; una vacanza ininterrotta e teori­camente eterna. L’uomo aveva ritrova­to il suo paradiso perduto. E cosa ac­cade, invece? Fazioni, lotte, odii, assas­sini ».

Non c’è nemmeno bisogno di rileva­re che tale assunto è perfettamente non marxista, anzi anti-marxista. Gol­ding è esplicito: « Non credo che la storia sia fatta dalla necessità econo­mica. Marx difettava di senso metafisi­co della vita ». Nemmeno c’è bisogno di rilevare la costante del sillogismo anti-marxista nella produzione lettera­ria inglese di questi venti o trent’anni. Il re delle mosche è una parabola de­stinata a fare il paio perfetto con La fattoria degli animali di Orwell. E’ già, come quel primo lavoro, un classi­co moderno.

La tensione metafisica, non s’è mai allentata nelle opere successive di William Golding. Pincher Martin, The inheritors, Free Fall e The spire sono geniali variazioni, rese possibili sol­tanto da una straordinaria fertilità in­ventiva, di un tema. Tranne l’ultimo lavoro, The pyramid.

Quando La piramide apparve sei mesi fa, a tre anni di distanza da La guglia, ci si attendeva, quasi per un’a­bitudine diventata, per colpa nostra, un’inerzia, un’altra geniale parabola metafisica: se non altro per quell’accostamento di titoli, verticali e appuntiti. Già gli innumerevoli esegeti dello scrittore affilavano gli scalpelli coi quali aprire nuove tavole giunte fre­sche dal Sinai. Invece La piramide si schiuse come un balocco per costru­zioni infantili rivelando un interno do­mestico, consuetudinario, senza sugge­stivi arredamenti psichedelici anzi de­cisamente vittoriani. Scomparsi erano i significati simbolici della vita in un atollo del Pacifico; o del vicario che si ostina a edificare una guglia vertigino­sa puntellandola semplicemente sulla roccia della fede; o del marinaio alluci­nato su uno scoglio.

Niente più miti ne La piramide. Si torna alla saga paesana, anche se per nulla gioconda. Un giovane di diciotto anni, Oliver, agendo in un’immagina­ria, ma ben reale, cittadina rurale in­glese degli Anni Trenta « scopre » con orrore una società — quella di allora, non più di oggi — strutturata a pira­mide, quindi convenzionale, ipocrita, vittima del proprio ordinamento clas­sista fino alla nevrosi. L’episodio fina­le del libro, come sempre narrato sa­pientemente, presenta il caso d’una zi­tella che, insanita dopo un’esistenza di restrizioni sessuali, si spoglia nuda e gira per le strade di quella specie di necropoli suburbana.

Il libro apparve come un anti-climax nella produzione niente affatto naturalistica di Golding. O non era in­vece un climax abilmente camuffato? La verità viene fuori parlando con l’au­tore.

« Si stava esagerando con la mia me­tafisica. L’anno scorso, prima che scri­vessi La piramide, duecentocinquanta studenti stavano scrivendo delle tesi su di me, mentre quattro diversi edito­ri licenziavano quattro diversi volumi di critica sulla mia opera. E tutto ciò solamente sulla base di quattro ro­manzi. Decisi che si stava varcando i limiti. Mi misi a scrivere una vicenda che fosse deliberatamente esplicita, da potersi guardare attraverso, in traspa­renza, come un bicchiere d’acqua, sen­za miti, parabole, sottintesi. Senza Dio ».

Un lavoro, dunque, profondamen­te onesto. Ma anche un libro interes­sante? Nell’arco della produzione di Golding, sì.

« Ho cominciato con II re delle mo­sche e chiudo con La piramide. Chi sa intendere intenda. Il libro vende bene.

Ma è chiaro che d’ora innanzi io non potrò più muovermi nell’ambiente me­tafisico dei miei libri precedenti. Ho bisogno di evadere. Il tema, oggi, è l’Europa ».

Si ha la netta sensazione che Golding si accinga a diventare uno scrit­tore politico — cosa che, in potenza, è sempre stato. Egli sente il disagio po­litico del proprio Paese e tende a in­terpretarlo nel diagramma d’Europa.

« Due cose mi hanno profondamente turbato in questi ultimi due anni, la guerra fra Israele e il mondo arabo, durata cinque giorni; e il colpo di Sta­to greco, durato dodici ore. Noi vivia­mo nell’era degli esperti. Per impadro­nirsi della Grecia Patakos, che era un esperto di psicologia politica, collocò dei carri armati intorno ad Atene e fe­ce loro sparare delle salve a vuoto a intervalli di un’ora. Contemporanea­mente fece sparare un cannone anti­carro posato su una collina colla bocca rivolta a una lunga strada in discesa, rettilinea, in modo che i proiettili, lanciati ogni trenta minuti, rimbalzas­sero per un paio di chilometri produ­cendo un effetto infernale. Solo alcuni morirono accidentalmente. Il Paese gli cadde nelle mani da solo ».

Ha in mente di scrivere un romanzo assolutamente nuovo, anche nel lin­guaggio, di cui ci delinea la probabile struttura in questi termini.

« Ha mai visto quelle carte medieva­li recanti indicazioni in latino come hic sunt leones! La carta geografica che immagino è quella d’Europa, l’Eu­ropa di oggi, con su scritto, e questo potrebbe essere il titolo del romanzo: Here are monsters, (Qui ci sono i mo­stri) ».

Una polemica antieuropea? Piuttosto una polemica contro l’uomo, tutti gli uomini. Golding sente la necessità del­la nascita d’un uomo nuovo di cui la vecchia Europa potrebbe essere la cul­la. La Russia egli non la accetta (« un Paese che mette in prigione i suoi scrittori non può interessarmi»), l’A­merica non gli piace ( « ci sono stato quattro volte e ne ho avuto abbastan­za » ). L’Europa è la sua speranza.

« Non ch’io intenda cessare d’essere inglese, non lo potrò mai. Ma l’entità culturale con la quale finora mi sono identificato, la letteratura inglese, da sola non mi basta più. Noi inglesi sia­mo disattenti, stiamo correndo dei pe­ricoli, anche da noi gli esperti potreb­bero esercitare impunemente la loro arte moderna ».

« Precisamente chi? »

Si concentra prima di rispondere. « Non l’esercito, o l’aviazione, o la ma­rina. Sarebbe troppo complicato e un colpo fallirebbe. La polizia. Chi riu­scisse a manovrare la polizia, potreb­be fare il colpo anche in Inghilterra ».

« E lei che cosa farebbe? »

« Mi procurerei un fucile, andrei a cercare il capo della polizia del mio di­stretto, e gli sparerei addosso ».

« Ma lui l’avrebbe già arrestata in anticipo ».

« Già. Ma io agirei prima di lui, che in queste cose o si agisce subito o è fi­nita. Magari prima ancora che comin­cino. Mi spiego? ».

Sogghigna. La conversazione ha ac­quistato toni di sinistra attualità. Dav­vero l’Inghilterra sta correndo il peri­colo d’una esperienza di tipo fascista?

« No. Ma siamo troppo disattenti. Potrebbe accadere ».

Fa un gesto al cameriere. Paga. Ha fumato quaranta sigarette. Uscendo dice: « Non è assurdo che quel De Gaulle voglia tenerci fuori? ».


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Bart