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LETTERATURA: I MAESTRI: Zola e i suoi veneziani

10 ottobre 2017

di Giovanni Macchia
[dal ‚ÄúCorriere della Sera‚ÄĚ, gioved√¨ 14 maggio 1970]

Ren√© Ternois ha raccolto in volume gli articoli su Zola e i suoi amici italiani che era andato pubblicando in riviste dal 1960 al 1966. Migliorati, corretti, essi sono apparsi recentemente in una pubblicazione universitaria (Zola et ses amis italiens, Pubblications de l’Universi¬≠ty de Dijon, XXXVIII), e rap¬≠presentano un contributo di estrema utilit√† alla cono¬≠scenza di un rapporto che fu curioso, amaro, deludente.

Nel 1956 il dottor Jacques Emile-Zola e J. C. Blond af¬≠fidarono al Ternois un fa¬≠scio di cinque-seicento lette¬≠re che Zola aveva ricevuto dall’Italia e documenti d’ar¬≠chivio e lettere di famiglia. Le lettere erano di Verga, Capuana, Giacosa, Pica, Bersezio, Cameroni, Fradeletto, Mantegazza, Sighele, Giacin¬≠ta Pezzana e di altri scono¬≠sciuti ammiratori (che il Ternois ha annotato giovan¬≠dosi anche, come dichiara, della bibliografia che fu pre¬≠parata anni fa con molta precisione e diligenza da un nostro giovane studioso del naturalismo francese, G. C. Menichelli). Ma sono i do¬≠cumenti di famiglia che co¬≠stituiscono la parte pi√Ļ viva e stimolante del volume, non soltanto per la correzione di errori e di giudizi malevoli. Gettano nuova conoscenza sugli anni oscuri della fa¬≠miglia Zola dopo che il pa¬≠dre di Emile part√¨ per la Francia; gli anni della si¬≠lenziosa decadenza di una famiglia che avrebbe potuto ispirare pi√Ļ Cecov che Gia¬≠cinto Gallina. Essa intristi¬≠sce nell’ombra, nei guai, nel¬≠le ristrettezze economiche, nei dolori fisici e morali, e guarda a Parigi; segue da lontano il gabbiano gi√† in¬≠vestito dalla luce della glo¬≠ria, ma il gabbiano vola pi√Ļ in alto; non si volta indie¬≠tro nel passato, e non sa o finge di non sapere.

A seguire il Ternois, sem¬≠bra che per Zola l’italiano, l’italiano di suo padre, fos¬≠se una lingua gi√† spenta, un dialetto caicavico, as¬≠solutamente per lui indeci¬≠frabile. ¬ę Egli non seppe leg¬≠gere la lettera di suo cugi¬≠no, ch’era scritta in italia¬≠no, e non rispose ¬Ľ. Poich√© i documenti che interessavano i suoi parenti erano scritti in italiano, Zola (questa vol¬≠ta va un po’ meglio) ¬ę fece molta fatica a capirli ¬Ľ. Quando gli ammiratori gli inviavano dall’Italia ritagli di giornali e di riviste, ¬ę egli cercava di leggere quelle pa¬≠gine italiane, ma poich√© com¬≠prendeva assai poco quel che si diceva di lui ¬Ľ, non rin¬≠graziava neanche.

E’ lodevole l’impegno del¬≠l’esegeta di coprire d’un ve¬≠lo o di dare una giustifica¬≠zione qualsiasi, la pi√Ļ co¬≠mune, a quella che senza tanti preamboli pu√≤ definir¬≠si l‚Äôindifferenza, la negligenza di¬† Zola verso la propria famiglia veneziana. Ma sta di fatto che il gi√† celebre romanziere, il quale stilista certo non era, non rispose neanche ad una lettera scrit¬≠ta, √® vero, in un cattivo fran¬≠cese (la fatica ch’era costa¬≠ta, visibilissima, avrebbe po¬≠tuto anche commuoverlo), non da ¬ę parents √©loign√©s ¬Ľ com’egli disse ad Edmondo De Amicis, ma da una sua cugina, Marianna Petropoli, ¬ę fille ‚ÄĒ come si firmava ‚ÄĒ √† votre tante Catherine, soeur √† votre p√©re ¬Ľ. Era una lun¬≠ga lettera scritta dopo il suc¬≠cesso dell‚ÄôAssommoir.

Un’altra lettera parti poco dopo per Parigi, inviata da un altro cugino, il quale, cuore d’oro, credeva aver fi¬≠nalmente scoperta la ragione di tanto silenzio: il grande Emilio non sapeva a chi in¬≠dirizzare le sue risposte. Eb¬≠be tutto il tempo di ricre¬≠dersi. Le risposte non arri¬≠varono mai a quelle lette¬≠re tristi, devote, umili, di¬≠screte, sincere, dove si rac¬≠contavano cose avvenute trent’anni prima: malattie, donne rimaste sole e in con¬≠dizioni economiche poco flo¬≠ride, e si parlava soprattut¬≠to di morti: la vecchia so¬≠rella del padre di Emilio, la moglie di Carlo e poi di due suoi giovani figli, storie si¬≠lenziose della declinante bor¬≠ghesia veneziana ma trasmes¬≠se a ciglio asciutto, senza al¬≠cun alone di tragedia e sen¬≠za rivolta, con una docile sottomissione al destino, fuo¬≠ri del grande scenario vene¬≠ziano che apparteneva ormai ad un’altra epoca, ad un’al¬≠tra societ√†, ad un’altra vita.

Ora c’√® da chiedersi. Zola √® passato alla storia come il romanziere di una grande famiglia. Credeva nei gruppi sociali. Studi√≤ il modo con cui un piccolo gruppo d’esi¬≠stenze si comportava in una societ√† e dava vita a dieci, a venti individui che sem¬≠brano, al primo colpo d’oc¬≠chio, profondamente dissimi¬≠li, ma che, diceva, l’analisi mostra intimamente legati gli uni agli altri. L’eredit√† aveva per lui le sue leggi, come la gravit√†. Raccolse per anni documenti che gli per¬≠mettessero di studiare anche fisiologicamente, nella lenta successione degli accidenti nervosi e sanguigni che si manifestano in una razza do¬≠po una prima lesione orga¬≠nica, i suoi Rougon-Macquart, ma si rifiut√≤ di cono¬≠scere qualsiasi documento che interessasse lui come at¬≠tore, come discendente, come l’ultimo anello di una cate¬≠na. Egli, chi era? In che cosa somigliava ai suoi parenti? Perch√© quelle malattie, quei lutti? Chiuso nel suo studio, seguiva altre esperienze, in uno sforzo d’oggettivit√†, in un’esaltazione d’energia crea¬≠trice, e il ricordo dei suoi parenti veneziani rest√≤ per lui come il malinconico ri¬≠sveglio di un passato che sembrava non appartenergli e che interrompeva la storia di un’altra famiglia, quella che si era creato con le sue complicate genealogie. Igno¬≠randola era libero di cancel¬≠larla col solo segno di una mano sulla fronte, come un pensiero molesto. Ma non fu sempre cos√¨.

Un giorno l’idea di quella famiglia, lagunare, indecisa, prese corpo improvvisamen¬≠te, come un gigantesco incu¬≠bo, un rimorso, quasi una vendetta. Fu quando, alcuni anni dopo il ritorno dall’Ita¬≠lia e la sua visita di tre giorni a Venezia (dove det¬≠te incarico distrattamente al bravo Carlo di raccogliere quel che poteva sugli Zola, carte che egli al solito mise in un canto senza pensarvi pi√Ļ), il giornalista Judet sul Petit Journal, al tempo del¬≠la grande polemica, pubbli¬≠c√≤ due scandalistici articoli sulle circostanze misteriose che avevano deciso l’allonta¬≠namento di Francesco Zola, suo padre, dalla Legione Straniera. Fu allora che sen¬≠t√¨ di non essere libero, di somigliare a uno dei suoi Rougon su cui pesava il ca¬≠rico di altre esistenze. S’ac¬≠corse di non conoscere nulla della vita del padre prima che, trentottenne, era arriva¬≠to a Marsiglia nel 1833. Per dei giorni, nella spaventosa ¬ę bousculade ¬Ľ ‚ÄĒ disse ‚ÄĒ in cui si trovava, si mise a cer¬≠care angosciosamente nelle sue carte documenti e gior¬≠nali dell’epoca. Si rivolse a parenti ed amici italiani. Pubblic√≤ tre articoli su Fran¬≠cesco Zola, promise di pre¬≠parare addirittura un volu¬≠me per glorificarlo. Progett√≤ di scrivere la storia della sua famiglia. Mori l’anno dopo.


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Bart