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LETTERATURA: Il caso Edgar Poe

26 ottobre 2009

di Marco Vignolo Gargini 

   A due secoli esatti dalla nascita, avvenuta il 19 gennaio 1809 a Boston, Edgar Poe rappresenta ancora un riferimento letterario e critico quanto mai attuale. Se le opere narrative e poetiche, rese immortali dai Racconti e da liriche come Il Corvo, continuano ad essere lette e sfruttate in ambito artistico, è la produzione critico-saggistica di Poe, in genere meno divulgata, a costituire la vera conquista degli studi sull’autore americano. Opere quali La filosofia della composizione, La logica del verso, Il principio poetico, Marginalia e Eureka ebbero subito nel XIX secolo un’influenza decisiva per la formazione di tanti letterati e intellettuali (si pensi a Baudelaire e Valery), che fecero tesoro della sintesi operata da Edgar Poe tra le visioni umanistica e scientifica. Oggi, acquisita definitivamente questa sintesi, si tende a riscoprire e a ricollocare la produzione critica dell’autore bostoniano all’interno di quello che si può considerare, si parva licet, una sorta di Rinascimento per la cultura americana dell’Ottocento, cultura che usciva dalla sudditanza psicologica nei confronti del vecchio continente per acquisire sempre maggiore autonomia.

   Non ci sono più dubbi sul fatto che Poe, oltre che narratore e versificatore, fu soprattutto uno studioso coltissimo della grande letteratura classica ed europea, nonché un appassionato di cultura scientifica. Non solo, è grazie alle sue osservazioni sulla composizione e alla visione logica del metodo della scrittura che Poe ha contribuito in modo decisivo a sfatare il mito romantico dell’ispirazione, così tanto in voga nel XIX° secolo e talvolta rispolverato anche ai giorni nostri. In The Philosophy of Composition, conferenza confluita in un saggio pubblicato nel 1846, Poe descriverà il suo modus operandi con cui compose The Raven: “It is my design to render it manifest that no one point in its composition is referrible either to accident or intuition — that the work proceeded, step by step, to its completion with the precision and rigid consequence of a mathematical problem”. (Il mio fine è chiarire che nessun punto della sua composizione si riferisce a un caso o un’intuizione, e che l’opera procedette poco a poco fino al suo compimento con la precisione e la rigida conseguenza di un problema matematico.)[1]

   L’autore de Il Corvo lo si potrebbe considerare una specie di analista prestato alla letteratura che ha tentato di spiegare razionalmente i fenomeni, tra cui quello poetico, non certo l’autore tradotto e tradito dai suoi epigoni convinti che il lascito più significativo sia l’invenzione del genere poliziesco e del thriller. Purtroppo, aver confinato questo artista così complesso nel “genere” è stato il modo migliore per fraintendere o limitare l’autentica originalità della sua scrittura, così che a distanza di due secoli occorre rileggerlo e ripulirlo da certi sedimenti “gialli”. In fondo, basterebbe tornare là dove si è partiti, ossia ricominciare daccapo con Baudelaire che, a pochi anni dalla scomparsa dell’autore americano, fu il primo critico-artista a studiare e imporre l’opera intera di Poe all’attenzione dei lettori di tutto il mondo senza ricorrere alle classificazioni, alle sintesi asfittiche e parziali dei recensori e dei critici-non-artisti.

   La peculiarità di Poe è già tutta nella sua formazione intellettuale: perduti i genitori a soli due anni, il piccolo Edgar venne allevato da un ricco commerciante di Richmond, in Virginia, tale John Allan, che lo porto con sé in Inghilterra e lo fece studiare per cinque anni in una scuola rinomata come quella di Stoke Newington (che troviamo descritta nel racconto William Wilson). Fu l’occasione per la scoperta dei grandi autori classici, greci e latini, di Shakespeare e di altri illustri scrittori europei, e l’inizio dell’amore per la letteratura scientifica. Qui germogliò l’atipicità di un cittadino americano educato in modo europeo che tornò nel suo paese cercando di amalgamare atteggiamenti culturali all’apparenza in contrasto. Poe fece tesoro del suo patrimonio filologico e dell’analisi scientifica applicata alle lettere, unendolo a un indubbio talento poetico e iniziando così una personalissima battaglia in vista dell’originalità. Le sue liriche riscossero un certo successo, ma fu con la serie dei racconti pubblicati per le riviste e poi riuniti nel volume Tales of the grotesque and the arabesque del 1840 che si impose sulla scena letteraria americana. La particolarità di questa narrativa risiede nell’ars combinatoria tra la tradizione classica, la lezione shakespeariana, la lettura del romanzo, in special modo quello gotico, e il sistema dialettico, ipotetico deduttivo, tipico della logica e della filosofia. Il fatto che tra i fenomeni studiati ci siano un omicidio (I delitti della Rue Morgue), un furto (La lettera rubata),  un meccanismo (Il giocatore di scacchi di Maelzel), la decifrazione di una criptografia (Lo scarabeo d’oro), o altro, conferma per intero l’atteggiamento intellettuale alla base della produzione letteraria di Poe, un atteggiamento che troviamo ancora più esteso, ovviamente, negli scritti critici. Non è un caso che nella lettera del 2 luglio 1844 a James Russell Lowell Poe definisse La lettera rubata “the best of my tales of ratiocination”, il migliore dei suoi “racconti di raziocinio”, e non detective story, definizione che verrà in seguito usata e abusata per qualsivoglia scritto dove il raziocinio e la mente logica di un investigatore fanno da corona a una sedicente “indagine”. Con Poe siamo già andati oltre il “genere”, semplicemente perché ogni fenomeno decostruito e analizzato è funzionale all’unità narrativa e non rispecchia un unico tema prefissato. Differenti sono anche le presunte derivazioni dal personaggio creato da Poe di Auguste Dupin, un investigatore per niente interessato nel corso delle sue osservazioni empiriche agli aspetti etici, psicologici e sociali tanto decantati dai monomaniaci del collettivismo in letteratura. Così pure il tentativo di collocare l’autore americano tra gli esponenti ante litteram del “decadentismo” o post litteram del “gotico” denuncia lo spiazzamento scolastico di coloro a cui in The Rationale of Verse furono rivolte queste parole: “there is little difficulty or danger in suggesting that the ‘thousand profound scholars’ may have failed, first because they were scholars, secondly because they were profound, and thirdly because they were a thousand — the impotency of the scholarship and profundity having been thus multiplied a thousand fold.” (non c’è molta difficoltà o pericolo a suggerire che “un migliaio di studiosi profondi” potrebbero aver sbagliato in primo luogo, perché erano studiosi; in secondo luogo, perché erano profondi; e in terzo luogo, perché erano un migliaio — essendo state così moltiplicate per mille volte l’impotenza dell’erudizione e della profondità).[2]

   A questo punto, può essere rilevante affrontare un’interpretazione in chiave psicologica del suddetto atteggiamento intellettuale tutto teso alla razionalizzazione dei fenomeni, e per farlo occorre analizzare i momenti iniziali della biografia dello scrittore americano. L’esigenza raziocinante che vediamo nell’opera omnia di Poe, che già si intuisce dagli esercizi scolastici poetici “matti e disperati” del periodo inglese di Stoke Newington, ci mettono in contatto con l’esperienza più tragica e decisiva dell’esistenza che possa colpire un individuo: la perdita in tenera età della figura materna. La madre come caregiver, come riferimento affettivo primario, costituisce la base formativa di ognuno per stabilire un contatto tra il mondo interiore e quello esterno, un accostamento sia emozionale che razionale. Poe, si può dire, ha trascorso la sua vicenda umana facendo i conti costantemente con la perdita originale della figura più importante, la madre Elisabeth Arnold morta quando il piccolo Edgar aveva due anni. Il trauma della principale rottura affettiva e l’ininterrotta elaborazione del lutto sono state le linee guida di una visione del mondo evidentemente segnata da questo cono d’ombra. Charles Baudelaire, nel suo primo scritto dedicato a Poe del 1852, Edgar Allan Poe, sa vie et ses ouvrages, esordisce proprio con una considerazione legata al destino dell’autore bostoniano: “Il y a des destinées fatales; il existe dans la littérature de chaque pays des hommes qui portent le mot guignon écrit en caractères mystérieux dans les plis sinueux de leurs fronts.” (Vi sono destini fatali; esistono nella letteratura di ogni paese degli uomini che portano la parola iella scritta in caratteri misteriosi nelle pieghe sinuose delle loro fronti). Ebbene, l’intuizione baudelairiana del guignon impresso sulla fronte è questa rottura affettiva iniziale che influenza tutta l’esistenza di Poe sia nel bene che, soprattutto, nel male. La ricerca spasmodica e ossessiva di un motivo razionale che smorzi l’inquietudine legata ad un evento irresolubile, quale la mancanza della figura materna nell’infanzia, lo si può considerare il segno dell’affanno di chi non è in grado di oltrepassare la “uncanny”, termine tecnico della psicoanalisi interpersonale che indica l’angoscia primordiale del bambino sin dal momento della nascita, angoscia mitigata attraverso il rapporto con la madre che si riaccende quando tale rapporto cessa. Le vicende umane non possono non pesare sulle scelte consce, inconsce e sub-consce della persona, Poe da questo punto di vista non ha fatto eccezione destinando il proprio talento all’investigazione, all’indagine, alla razionalizzazione, cioè al bisogno e al tentativo della psiche di reperire una spiegazione logica al mistero, all’ignoto, all’abisso di questa angoscia primitiva. Un altro elemento concorre ad avvalorare la tesi della precarietà affettiva affrontata sistematicamente nel corso di un’intera esistenza: il cognome Allan fu usato dallo scrittore per firmare le sue opere sebbene dal punto di vista legale non avesse il diritto di adoperarlo. John Allan non adottò mai il bambino che allevò, non procedette all’affiliazione per dare il proprio cognome, anzi, la vicenda tra i due si concluse nel 1834, anno della morte del padre affidatario, con il mancato riconoscimento e l’esclusione dal testamento in seguito a una rottura avvenuta otto anni prima. Questo fu un altro “buco nero” nella vita di Poe e l’utilizzo del secondo cognome l’ennesimo tentativo di sopperire, seppur nominalmente, alla perdita di una figura che aveva rappresentato molto nell’età infantile.

   La vicenda di Edgar Poe, com’è noto, si chiuse ancora più tragicamente: in un periodo segnato da un’altra drammatica perdita, quella della giovane moglie morta di tubercolosi nel 1846, nacque Eureka (1847), ultimo tentativo di sintesi tra le culture umanistica e scientifica, un poema in prosa sulla cosmologia che costituisce l’atto conclusivo della sua produzione artistica prima del fatale 3 ottobre 1849, giorno in cui l’autore americano fu ritrovato in circostanze misteriose semi-incosciente per le strade di Baltimora. La sua agonia durò quattro giorni e in quel lasso di tempo  non riprese mai conoscenza, mormorando parole incomprensibili, un’autentica beffa per chi come lui aveva cercato disperatamente per tutta la vita una spiegazione lucida, razionale ai fenomeni. 

[1] Edgar Allan Poe, La filosofia della composizione,  traduzione di Marco Vignolo Gargini.

[2] Edgar Allan Poe, La logica del verso, traduzione di Marco Vignolo Gargini.

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“La leggenda del “custode” della tomba di Edgar Allan Poe”. Qui.


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