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LETTERATURA: Il giornalino

2 luglio 2014

di Mario Camaiani

La giornata era piovosa ed il bar era affollato: c’era chi giocava a carte, chi rapidamente consumava qualcosa e se ne andava, chi conversava; ed io mi avvicinai ad un tavolo, prendendo posto, mentre un signore stava parlando, e non certo di un argomento gioioso: “E con questo defunto di oggi, è il terzo giorno consecutivo che nel nostro paese muore qualcuno!”.  “Speriamo che la serie sia finita, almeno per ora – fece un altro -, ché di questo passo, con poche nascite che ci sono, la popolazione cala di continuo”.  Al che volli dire la mia: “Però, in compenso, nelle famiglie degli extracomunitari i figli abbondano; ed inoltre, essendo quasi tutti abbastanza giovani, per adesso non hanno morti per causa di vecchiaia!”. Ci fu qualche sorrisetto un po’ ironico; ma ecco che una anziana signora, insegnante in pensione, intervenne seriamente: “La cosa è più grave di quel che sembra perché infatti, statistica alla mano, dal bollettino parrocchiale, il segno, generalmente chiamato giornalino, nel quale periodicamente viene computato il movimento demografico della nostra unità pastorale, risulta mediamente che ad ogni battesimo (il quale, essendo le nostre famiglie cristiane nella quasi totalità, viene impartito pressoché a tutti i nascituri), corrispondono all’incirca tre-quattro decessi”. “Io la chiesa non la pratico – disse il primo -, e perciò non conosco questo giornalino; però, se così è, andando di questo passo, con noi locali che caliamo di numero e gli immigrati che aumentano, nel giro di poche generazioni questi ultimi diventeranno padroni delle nostre terre, delle nostre case, per il semplice motivo che saranno in maggioranza numerica. E questo cambio di cultura, di civiltà, potrebbe, speriamo di no, comportare grave spargimento di sangue, causa guerra civile.”. “Non sono pessimista come te – gli rispose l’altro -, può invece accadere che con l’andare del tempo i discendenti di questi extracomunitari, cittadini italiani, si integrino con i nostri, formando un sol popolo. Come avvenne tanti secoli fa, quando i barbari invasero l’Italia, distruggendo ed uccidendo; ma poi diventarono cristiani e stabilmente si integrarono con i nostri antichi avi”. A questo punto l’argomento trattato sembrava esaurito e noi quattro sorbimmo un po’ delle nostre bevande, quando la signora lo riprese: “Vorrei anch’io che l’evoluzione futura della situazione andasse per il meglio; ma purtroppo alcune considerazioni mi impediscono di essere ottimista. I barbari di allora erano ignoranti, senza cultura, senza religione e perciò, apprendendo il sapere della  nostra civiltà, facilmente si integrarono in essa, diventandone paladini. Gli immigrati di oggi, al contrario, in gran parte maomettani, provengono da un altro tipo di cultura, ben radicato, e soprattutto da un’altra religione, molto rigida, che per secoli è stata antagonista alla nostra fino a persecuzioni cruente, a guerre sanguinose.

Da qui che una vera integrazione diventa problematica. E già da tanti anni molti esponenti di spicco sia religiosi che laici: i primi ovviamente credenti, ed i secondi magari addirittura atei, paventano ambedue il rischio di scontro a causa dell’immigrazione in Italia di islamici”. “E allora?”, le si rivolse il primo. Al che la donna soggiunse: “Allora bene è prodigarsi nell’accoglienza verso gli extracomunitari, come la Chiesa e lo Stato ci esortano a fare, mantenendo però integri i nostri valori etici e religiosi, come i nostri ascendenti ce li hanno tramandati. Per garantire questo non è opportuno accettare masse di migranti in modo indiscriminato, senza alcun controllo, che pesano negativamente sia nella nostra società, sia impedendo a loro stessi un minimo di civile inserimento nelle società stessa. Eppure i nostri ascendenti, sia prima che dopo la seconda guerra mondiale, per l’espatrio dovevano essere muniti di tutti i requisiti necessari in regola, sanitari, giudiziari, di lavoro, onde essere accetti in altre nazioni… Ma altrettanto bene sarebbe che i nostri giovani non aspettassero per diventare genitori di essere già in là con gli anni, adducendo difficoltà economiche, ricordando che i loro genitori, i loro nonni, in tempi più difficili, si formarono la loro famiglia per tempo, mettendo al mondo nuove creature, che sono la ricchezza dei popoli  perché rappresentano il loro unico futuro!”.

 


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1 commento

  1. Comment by Mario Camaiani — 2 luglio 2014 @ 22:55

    Trascrivo questo bel commento inviatomi dall’amico Gian Gabriele, che tanto ringrazio. Mario:

    “Il problema dell’immigrazione e quello demografico, che presentano pure uno stretto legame, e il problema culturale e religioso, nonché quello occupazionale, emergono palesemente dalla corretta e civile conversazione. Così anche un momento di gioco e di sana, distensiva distrazione possono far emergere non sottovalutabili questioni di forte impatto attuale.
    Il racconto, dunque, puntualizza certi aspetti non secondari e tantomeno indifferenti, paventando pericoli non improbabili e denunciando un non trascurabile “lassismo”, in più sensi, dei nostri connazionali. Bene fa l’autore a sollevare diverse questioni di non marginale importanza. Questioni che ci devono mettere fortemente in guardia e ci devono trovare sempre attenti e pronti anche a difendere ed a salvaguardare i nostri principi religiosi e socio-culturali, pur non dimenticandoci di essere pronti a non chiuderci in un pericoloso e a volte ottuso egoismo.”
    Come sempre, chiara e decisa la forza del raccontare. Sciolti ed incisivi appaiono i dialoghi che si fanno centro attrattivo e sostanza certa dell’intera narrazione.

    Gian Gabriele Benedetti.

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Bart