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LETTERATURA: Il mio Aldilà. 1 – Incontro con Dio

18 luglio 2016

di Bartolomeo Di Monaco

Sabato 16 luglio è morto don Piero Raffaelli (era nato a Lucca il 10 luglio 1941),  parroco del mio paese, Montuolo. Era parroco anche delle comunità di Cerasomma, Fagnano e Sant’ Angelo in campo. Alle ore 17 di oggi si celebreranno i funerali nella chiesa di Montuolo. La salma sarà tumulata nel cimitero di Cerasomma. La sua morte mi ha sollecitato il pensiero dell’Aldilà e di come nei miei racconti me lo sono immaginato. Riporto il primo racconto. Gli altri due saranno pubblicati il 25 luglio e il 1 agosto.

Tu non ci crederai, amico lettore, ma a forza di nominarlo, una mattina che proprio non me l’aspettavo Dio mi comparve davanti e, svelando un animo tanto nobile e generoso, mi invitò a salire con lui in cielo.
Proprio così!
Me ne stavo nel mio giardino, seduto sotto i bei pini, che già in primavera mandano una consolante frescura, e svagavo con lo sguardo un po’ di qua e un po’ di là oltre la recinzione, quand’ecco che apparve proprio lì davanti a me Dio, allegro, esuberante, scherzoso.
Resto immobile. Non è possibile che sia proprio lui, Dio in persona!, mi dico. Ma l’aspetto è quello che conosco, che ho appreso dalle belle pitture e dai libri.
“Sono proprio io, il Padreterno” mi rassicura, e si siede accanto a me, e insieme guardiamo la strada, che in quei giorni era trafficata come non mai.
“Vedete, mio Signore, com’è diventata insopportabile la vita! Voi pensaste di edificare per gli uomini l’Eden, il Paradiso terrestre, e alla fine è rimasta questa Terra devastata.”
Qualcuno dei passanti mi osservava gesticolare, e si fermava incuriosito davanti alla recinzione. Non potendo scorgere Iddio accanto a me, restava lì impalato, incredulo di ciò che vedeva. Aspettava un po’, eppoi, scuotendo il capo, si allontanava.
“Vorrei che conosceste il mio paese” dissi ad un tratto.
Mi sorrise. Fece cenno di sì e insieme uscimmo nella strada. Quel vecchio imponente parve ancora di più ingigantirsi. Le auto passavano e quell’uomo diveniva sempre più grande.
Giunti sul ponte, volle chinarsi a guardare l’Ozzeri, il corso d’acqua antico.
Davanti al piccolo cimitero si fermò. Entrò e chiamò quei morti ad uno ad uno. Mi parve che essi rispondessero a lui, e infine comparvero e gli si radunarono intorno.
Scherzava e rideva con loro.
Salimmo sul piccolo colle, dove sorge la parte più antica del paese. Lassù ci raggiunsero i rintocchi del vecchio campanile.
Fu proprio in quel preciso momento, mentre scoccava l’ultimo rintocco, che mi accorsi che il paese sotto di me si faceva piccino piccino, ed io stavo volando, e Dio era sopra di me e con le braccia mi teneva sospeso nell’aria, ed io scorgevo il paese e la mia città allontanarsi, e a poco a poco svanire.
“Ho paura, mio Signore.”
Ma Dio arrivò in un istante.
“Siediti qua” mi disse.
Stavo in un bel giardino, colmo di piante e di fiori, e Dio si sedette accanto a me.
“Ora non avrai più bisogno di fantasticare su quello che dico e che faccio. Guardati intorno, e sazia finalmente ogni tua curiosità. Questo in cui ti trovi è il giardino della mia casa. È qui che vengono a trovarmi gli angeli e i trapassati che vivono con me.”
Era un luogo meraviglioso, ricco di colori e di silenzio. Sentivo che lì si poteva essere felici.
Domandai notizie dell’arcangelo Michele.
“Vorrei tanto vedere se somiglia alla statua che si trova in cima alla chiesa della mia città.”
“Lo vedrai, ma non avere fretta.”
“Sono morto, mio Signore?” balbettai.
“Ritornerai sulla Terra” mi rispose sorridendo. “Ti ho portato quassù perché voglio che quando parli di me tu conosca davvero ciò che sono.”
“Non siete contento di me?”
“Parli a vanvera, a volte. E ti burli del tuo Dio.”
“Eppure vi ho sempre dentro il mio cuore.”
“Perché allora mi tratti come se fossi un bambino capriccioso, e non il Dio di Mosè, di Abramo, di Giacobbe?”
“La verità è che non riesco ad aver paura di voi, mio Signore. È così bello immaginarvi allegro, burlone, capace anche di commettere qualche imbroglio pur di raddrizzare le cose sulla Terra.”
“Pensi male di me quando le cose non vanno per il verso giusto, non è vero, briccone?”
“A volte non mi riesce di frenare il pensiero.”
“E chi ci rimette sono sempre io!”
“Mi acceca il troppo dolore che vedo sulla Terra. Soprattutto la sofferenza che colpisce gli innocenti, i bambini che non hanno colpa. Allora mi prende una grande tristezza, un grande sconforto. Perché fate nascere degli innocenti ciechi, storpi, senza gambe né braccia? Perché permettete che i grandi facciano tutta quella violenza sulla Terra? Non immaginate quanto sia difficile per un uomo semplice come me accettare questa vostra verità così spietata.”
Dio si fece pensieroso e triste e non parlò più.
Un gruppo di persone si stava avvicinando. Avevano l’aspetto di uomini in tutto simili a me, e compresi che erano dei trapassati.
Dio fece loro cenno di avvicinarsi, e vennero intorno a noi e Dio parlò a uno di loro.
“Vedi?” gli disse “Ancora sulla Terra ci si interroga sul dolore. Quanti millenni dovranno trascorrere perché l’uomo riesca a scorgere l’anima che ha dentro di sé? Ah, se cercasse di dialogare con lei, cadrebbe tutta la sua incredulità!”
Quegli uomini si sedettero accanto a noi, conversando con Dio. Dal modo di parlare e dalle cose che dicevano riconobbi Platone, a cui Dio s’era prima rivolto, e Aristotele, e Dante, Milton, e Goethe.
“Sarete fiero, mio Signore, di avere quassù ingegni come questi, che hanno fatto grande la Terra” sospirai, quando quegli uomini si furono allontanati.
Ma Dio m’indicò un uomo che si stava avvicinando.
“L’amore che costui sparse sulla Terra è ancora così grande che egli ne inonda quassù tutto il Paradiso. Si fece il più povero tra i poveri. Fu il più umile tra gli umili.”
San Francesco passò davanti a noi e non disse nulla.
“Perché, mio Signore, avete resa così complicata la vita? A mano a mano che trascorrono i secoli, tutto diventa più difficile. Serve davvero all’uomo il progresso? O esso invece non ci allontana sempre di più da voi?”
“Perché l’uomo mi sfida?”
“Vuole essere simile a voi.”
Dio si alzò e mi condusse in giro per il suo giardino e mi indicava tutti i fiori più belli. Si chinava, li contemplava e poi, rivolgendosi a me, mi ripeteva sorridendo:
“Che cos’è l’intelligenza dell’uomo a paragone delle meraviglie che stanno nascoste nella Creazione.”
“Ma voi lo amate, l’uomo…”
Giungemmo vicino ad un limpido ruscello, e Dio mi invitò a sedere sulla riva; quindi mi pregò di osservare, laggiù in basso, la Terra, che appariva azzurra e splendente.
Per uno strano prodigio, essa d’un tratto, a poco a poco, parve avvicinarsi e potei distinguere nitidamente i continenti, e poi, piano piano, riconoscere le città; e infine divennero grandissime le strade e le case.
Vi si agitava un’umanità disperata, frenetica, la quale, vista da lassù, faceva contrasto con la quiete e la bellezza della natura che le stava intorno.
“Lo puoi vedere da te ciò che sta succedendo sulla Terra per colpa dell’uomo.”
“Voi lo avete fatto così.”
Ci mettemmo a correre per i campi, e attraversammo boschi, foreste, fiumi, praterie sconfinate.
“Sono contento di trovarmi qui con voi” gli gridai al colmo della felicità.
E Dio mi sorrideva, mentre mi sollevava nel cielo e mi faceva volare con lui, a fianco delle aquile, dei falchi, delle rondini, dei gabbiani.
“Ti piace quassù?” mi diceva sorridendo.
“Fatemi restare con voi” lo supplicai.
Dio mi accompagnò sulla cima di un monte e di nuovo mi mostrò la Terra.
“Che devo fare, mio Signore, tornando sulla Terra, per rendervi felice?”
Dio non mi rispose. Mi tese invece la mano e insieme ci inoltrammo per un sentiero. Qua e là sorgevano piccole case, davanti alle quali la gente si radunava e conversava. Tutti quelli che ci incontravano, ci salutavano con grande calore.
“È bello qui. Se gli uomini lo sapessero, non avrebbero paura della morte.”
“Anche tu un giorno verrai quassù.”
“Ditemi dove sono mio padre e mia madre” domandai.
Sbucò proprio in quel momento da un sentiero un gruppo di angeli. Tutto contento, Dio esclamò:
“Questi è l’arcangelo Michele, che volevi incontrare!”
“Eccolo,” proseguì rivolto all’angelo “il lucchese che spesso si prende gioco di noi.”
L’angelo si staccò dal gruppo, e con le braccia spalancate mi venne incontro. Mi baciò.
“Non fatela andare in malora quella mia statua, lassù in cima alla bella chiesa della tua città” mi disse sorridendo.
Per un attimo mi sembrò di ritrovarmi proprio dentro la mia Lucca, nella bella piazza San Michele, e di avere il viso rivolto all’insù, verso l’angelo.
“Parla di me tutte le volte che vorrai” mi sussurrò all’orecchio, lasciandomi. “E parla anche di Dio, perché lui è contento di te.”
Dio stava zitto in disparte, e quando San Michele se ne fu andato, mi si avvicinò.
“Non ti ho condotto qui per mostrarti tuo padre e tua madre.”
“Sono felici?”
Dio non mi rispose.
Da quella cima di nuovo mi mostrò la Terra, e la cara sfera azzurra sembrò risplendere, farsi più bella.
Dio allora mi prese per mano e ancora una volta mi ritrovai sospeso nel vuoto. Sentivo il vento soffiare da ogni parte, e così compresi che il mio viaggio era per finire e Dio, a quella grande velocità, mi stava riaccompagnando a casa.
Mi ritrovai infatti nel mio giardino, e Dio era in piedi davanti a me.
“Sono stato più volte sul punto di annientare l’uomo.”
“Abbiamo tanto bisogno di voi, mio Signore. Come dobbiamo vivere? Non ci abbandonate.”
Ma Dio se n’era già andato.
Spesso mi domando, ancora oggi, se egli abbia udito quelle mie parole.
Lo penso lassù, in mezzo a quei boschi che io ho visitato con lui, su quei campi, tra i fiori, lo odo parlare con gli angeli, raccontare a mio padre e a mia madre di quella mia visita straordinaria, e vedo i miei vecchi genitori sorridere, ringraziarlo e scherzare con lui. E allora voglio credere di sì, che Dio mi abbia udito quel giorno e stia per confidare agli uomini il modo di conoscere, apprezzare e conservare per sempre l’amore, la pace, il silenzio, la gioia, la bellezza della Creazione, l’umiltà e la dolcezza dei nostri sentimenti.
E vedo l’arcangelo Michele che gli sta intorno, non lo abbandona un istante, e ogni volta lo incoraggia nei momenti in cui Dio prova dolore e sconforto per noi.
Con la più grande ostinazione lo supplica di non rinunciare ad amarci.


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart