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LETTERATURA: Il silenzio dei poeti

4 gennaio 2008

di Vittorio Baccelli

[Alcuni suoi libri: “Storie di fine millennio”, “Mainframe”; “Cinq et quarante”; “Scaglie dorate”]

La traduzione del silenzio non si può stabilizzare in alcuna forma: il movimento della scrittura  conduce la frase ogni volta a strutturarsi e a disgregarsi. In quel culmine si colloca per un momento la poesia.

(Flavio Ermini)

Quante morti sono state annunciate, della letteratura, della pittura, dell’architettura, fino ad arrivare ad affermare: Dio è morto! Ma della parola si è affermata la morte?

Forse, infatti, fin dagli ultimi anni ’70, la problematica poetica, e non solo, si sposta sul silenzio, sulla non-partecipazione, sull’astensione.
“Voler scrivere è volersi distruggere”, questo tema viene ulteriormente integrato e abbiamo anche “affidarsi al silenzio in quanto rifiuto di parlare”, e cioè ad un silenzio parlante, a un volersi distruggere, e non solo in senso metaforico.
Dei personaggi di Samuel Beckett, esempi vivi di questo parlante rifiuto di parlare e di questo atteggiamento che sembrerebbe ormai l’unico possibile, è stato detto che gli esseri umani sono la fase costante del flusso interiore, ma le strutture del flusso variano poco da persona a persona.
Tutte le strutture ripetono gli stessi impulsi umani: l’impulso a spiegare l’inesplicabile, ad imparare a trovare un senso a ciò che ne è privo, l’impulso ad essere costantemente attivi nella mente, ma anche nel corpo, meglio se in entrambi, e un impulso a tentare inutilmente la fuga nella stasi, nel silenzio mortale , nel non essere.
In “Assumption” del ’29, il primo racconto pubblicato di Beckett, l’Autore non definisce con molti particolari il problema dell’esistenza umana, bensì descrive il desiderio di sfuggire a questi problemi.
L’anonimo protagonista disgustato dalla forza vitale che fa pensare parlare e vivere, lui e gli altri, tenta di soffocare ogni suono, ogni processo mentale e quindi prova a rinchiudersi in un silenzio avvolto dalla carne, in una riserva d’energia vitale che, com’egli sente, minaccia di ribellarsi, di esplodere, di distruggere lui stesso.
Tutto il problema dei personaggi beckettiani da Molloy a Murphy a Pim, consiste nel sapere che è possibile raggiungere il mondo oggettivo, ma che nell’atto stesso in cui lo si raggiunge, lo si perde attraverso l’incertezza trascendente dei concetti che immediatamente si stabiliscono su di esso. Quasi un’ulteriore dimostrazione, se mai ce ne fosse bisogno, dell’asserzione zen: ciò che si definisce subito muore.
Bisognerebbe continuare ad accettare la certezza prestabilita o trascendente e i suoi strumenti, o tacere.
Altrimenti le parole divengono lo stesso strumento visibile di frattura della coscienza soggettiva e oggettiva e quindi strumenti dell’incertezza e dell’intollerabilità del vivere.
Tacere come atto di semplice omissione della parola può anche essere strumento visibile e udibile dell’incertezza e dell’intollerabilità del vivere.
Parlare dell’insufficienza delle parole con le parole è un procedimento unilaterale, una frattura, un requiem, impotente di fronte all’edificio logico-simbolico che l’essere umano ha costruito.

È il silenzio reale ricercato da Pasolini o da Mishima, ma è anche il silenzio vuoto di tutti a comunicare che stanno comunicando. D’altro canto è il trionfo del pensiero zen di una  mente che costruisce lentamente e soggettivamente il proprio silenzio.
Davanti all’impotenza della parola, Ion Barbu scrive il suo capolavoro:

Giammai un albero
ha ucciso un albero.
Mai una pietra
ha testimoniato
contro una pietra.

Solo il nome albero
uccide il nome albero;
solo il nome pietra
uccide, testimoniando
sul nome pietra.

Mentre continuano a moltiplicarsi, anche se datati, gli informali alla Pollok, il silenzio di Cage viene rappresentato nelle sale d’orchestra e i tagli di Fontana sono esposti nei principali musei; c’è da registrare anche il silenzio che contiene la coscienza soddisfatta del mondo e dell’io, il silenzio che non è più rifiuto di parlare, ma è lo stato in cui il parlare diviene superfluo, nella terminologia beckettiana è il silenzio che dura, o il vero silenzio.
Ma la phoné di Carmelo Bene, malgrado la sua morte fisica,  coesiste con i muti giardini zen, veri e propri, tangibili haiku, mentre la ricerca anche letteraria, con rinnovata lena,  continua.


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2 Comments

  1. Comment by Gian Gabriele Benedetti — 5 gennaio 2008 @ 16:11

    Saggio interessantissimo e coinvolgente, dove la ricerca speculativa spazia, lucidamente e senza spreco di parole, su una tematica non semplice e spesso oggetto di dibattito.
    Io, modestamente, ritengo che vi sia un silenzio che è poesia e credo fermamente che la poesia stessa sia capace di vincere ogni silenzio, interiore o esterno.
    Complimenti, Vittorio!
    Gian Gabriele Benedetti

  2. Comment by oriano - milano — 5 gennaio 2008 @ 16:18

    vittorio! non mi deludi mai!

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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart