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LETTERATURA: L’immagine dell’eroe nella letteratura italiana e la sua lunga evoluzione attraverso i secoli

17 novembre 2007

di Giampaolo Giampaoli

L’immagine e i caratteri fisici e psicologici dell’eroe in letteratura sono cambiati con il passare dei secoli; dall’Antichità fino all’Età Contemporanea si è svolta una continua revisione del tema, legata alle evoluzioni sociali e culturali della civiltà europea.

Ecco perché oggi ormai non ha più senso chiedersi se esiste un modello letterario assoluto dell’eroe. Uno scrittore che voglia rendere tale il protagonista della sua opera potrà fare riferimento ai tanti esempi offerti dalla tradizione narrativa, ma alla fine capirà che l’unica soluzione è dare una propria interpretazione, prendendo in considerazione i caratteri della realtà in cui vive.
Per ripercorre la lenta evoluzione della figura dell’eroe in letteratura, anche se ci si accontenta di esaminare solo gli esempi di maggiore significato, è indispensabile partire dalle origini e proseguire con un’analisi che almeno interessi le grandi periodizzazioni storiche. Nell’Antichità i modelli di eroe che influenzano non solo la letteratura e l’arte in generale, ma persino l’immaginario dell’uomo greco e romano, sono inizialmente rintracciabili nei due immortali poemi omerici.
Il guerriero deve essere forte e coraggioso in modo da elevarsi dal livello dell’uomo comune, ma al di là delle sue doti fisiche ed intellettive risultano particolarmente apprezzate le qualità morali. Queste ultime lo spingono ad essere attivo nel senso positivo del termine, quindi non per il proprio interesse, ma per difendere fino in fondo la causa che ha sposato; se rispetterà questa etica di comportamento rimarrà un eroe anche nella sconfitta e nella morte. Anzi, in questo caso sarò giudicato più valoroso di chi per vincere tradisce la parola data. 
Questa figura universale di eroe che la cultura europea eredita dalla classicità, nell’immaginario comune dei greci era talmente radicata da spingere Esiodo a credere che fosse esistita una “Età degli eroi”; un momento felice dell’umanità simile a “L’Età dell’oro.”
Tornando ai poemi omerici, che saranno gli archetipi di parte della letteratura latina e dei secoli a venire, nelle due opere si riassumono le vicende della terribile guerra di Troia e delle sue conseguenze. Nello specifico, nell’Iliade si narra la epica vicenda del cavallo di legno, mentre nell’Odissea le gesta di Ulisse, che dopo la vittoria dei greci viaggiò a lungo per tornare alla sua “petrosa Itaca”, come la volle chiamare Ugo Foscolo.
Il modello di eroe presente nel primo poema viene rappresentato dal capo greco che rivoluziona tutta la vicenda bellica; si tratta del fiero Achille, superbo guerriero che non esita di fronte al pericolo, ma inizialmente mette in dubbio la sua permanenza sul campo di battaglia perché ferito nell’orgoglio da Agamennone. Sul finale il duello con Ettore rappresenta lo scontro tra guerrieri titanici a cui si sono rifatti numerosi poeti fino al pieno Rinascimento.
Achille è l’incarnazione del guerriero forte ma irrazionale, capace di grandi imprese belliche però compiute solo lasciandosi guidare dal suo istinto. A quest’ultimo il valoroso capo greco non pone limiti dettati dalla ragione; la riflessività non fa parte delle sue qualità, a cui preferisce il comportamento immediato. Questo suo carattere turbolento ma allo stesso tempo estremamente eroico, emerge fin dall’inizio del poema, quando nasce la disputa con Agamennone ed Achille risponde negativamente solo per orgoglio di guerriero, senza vagliare le conseguenze della sua decisione.

Completamente opposto appare il carattere di Ulisse, a cui Omero (o chi per esso, dato che la maggior parte degli studiosi concordano nel sostenere che sotto il nome del celebre poeta si celano più autori) dedica tutto un poema per riassumere e presentare agli uomini colti del suo tempo le gesta del più astuto capo greco. Il protagonista dell’Odissea riesce nel suo intento, tornare ad Itaca dove la attende la moglie Penelope, solo perché anche nelle condizioni più disperate non si lascia andare all’istinto, ma cerca sempre di reagire adoperando la ragione. A dimostrazione di questa tesi basta ricordare il celeberrimo passo del gigante Polifemo; prigioniero con i suoi uomini nella grotta del mostro da un occhio solo Ulisse, ben lontano dal lasciarsi vincere dalla disperazione, comprende che l’unico modo per liberarsi è accecare a tradimento il suo sequestratore.
Attraverso il riferimento all’astuto capo greco viene ideato l’altro immortale eroe dell’antichità destinato a rappresentare un modello assoluto per tanta bella letteratura a venire; si tratta di Enea, protagonista del capolavoro di Virgilio. Il valoroso troiano proprio alla conclusione della guerra contro i greci, sopraggiunta in seguito all’episodio del cavallo di legno, come Ulisse anch’egli parte per un lungo viaggio che si concluderà sulle coste del Lazio, dove combattendo con la popolazione locale dei Rutoli darà vita alla stirpe dei romani. Un viaggio che in quanto a pericoli e difficoltà non è minore rispetto all’impresa dell’Odissea; infatti è palese come Virgilio si sia ispirato al secondo poema omerico. Allo stesso modo dello scaltro capo greco, anche Enea affronta ogni situazione avvalendosi della sua razionalità, che lo guida e gli impedisce di lasciarsi vincere dalle passioni.
Tale concetto risulta chiaro se si fa riferimento al noto capitolo dove viene narrata la storia d’amore tra il valoroso troiano e la bella Didone, che pur di non rinunciare al piacere dell’amore decide di tradire la memoria dello sposo defunto. Alla fine la bella relazione si tramuta in un’assoluta tragedia per la principessa cartaginese, che non esita a darsi la morte mentre il suo innamorato prende il largo per continuare il lungo viaggio.

L’esempio della letteratura classica greca e latina va perso durante il Medioevo, quando la cultura degli antichi viene dimenticata dagli intellettuali laici e solo i religiosi si preoccupano di conservare le opere del passato, limitandosi a farne delle copie in un latino ormai totalmente volgarizzato. Non va perso, però, il modello di eroe a cui tanto tenevano Omero e i suoi prosecutori; tale archetipo viene recuperato fin dai primi esempi di letteratura in lingua volgare francese, con le canzoni di gesta. Il massimo livello di questo stile viene toccato nella Chanson de Roland di Turoldo, il poema epico in cui si riassumono le vicende del prode Rolando che, guidando la retroguardia dell’esercito di Carlo Magno, rimane a Roncisvalle vittima dell’agguato dei mori. 
L’eroe medioevale in questo caso rispecchia il modello che aveva affascinato l’uomo greco e spinto Esopo a parlare di una età mitica; Rolando, infatti, resta fino in fondo fedele alla sua causa ed è pronto a sacrificare ogni bene. È un eroe moralmente ineccepibile, che sarà ampiamente preso a modello tra Quattrocento e Cinquecento per la letteratura cavalleresca, dove però si opererà una revisione nei confronti delle tematiche classiche. 
L’interesse per la cultura antica rinasce negli ultimi secoli dell’età buia, tra il XIII e il XIV secolo, per opera di una serie di letterati che va in cerca degli originali latini sepolti nelle biblioteche. È la nascita della cultura umanistica, inaugurata da Francesco Petrarca, ma alcuni anni prima, agli inizi del 1300, già Dante Alighieri aveva cercato di umanizzare il proprio capolavoro (per l’appunto la Divina Commedia) sempre però rispettando i canoni prescritti dalla religione.
Anche il sommo poeta in realtà è un eroe e lo dimostra compiendo un viaggio estenuante e costantemente caratterizzato dall’ignoto; infatti Dante non conosce i regni dell’Aldilà e vede continuamente personaggi e luoghi nuovi. Ma in questo caso l’eroe non si affida né alla sua forza, né alla sua intelligenza; se l’uomo nella Divina Commedia riesce a compiere un’impresa che va al di là delle doti di cui la natura lo ha provvisto, è grazie alla fede, alla completa fiducia nella legge di Dio, che prevede per ogni peccatore una strada per raggiungere la redenzione.

Lo spiritualità è il tema centrale anche di una delle maggiori opere del XVI secolo, scritta tra il Rinascimento e il periodo del Manierismo: si tratta della Gerusalemme Liberata di Torquato Tasso, in cui si narrano le gesta eroiche dei crociati cristiani guidati da Goffredo di Buglione, che sul tramontare dell’XI secolo combattono in Terra Santa per liberarla dall’invasione degli infedeli musulmani.
La profonda religiosità che caratterizza le gesta dei cristiani e dei pagani, però, non impedisce all’autore di tornare a descrivere eroi valorosi e animati da profonde passioni umane, che rivelano sul campo di battaglia doti di combattimento superiori a quelle di qualsiasi altro guerriero. Tutto questo in particolare è valido per i capi dei due eserciti in lotta. Basta ricordare, per dare un’idea di quanto si sostiene, il passo in cui, durante l’attacco dei crociati alle mura di Gerusalemme difese dai pagani, il capo musulmano Solimano innalza la sua figura presso uno dei bastioni, apparendo alto almeno il doppio dei suoi soldati.
Di poco antecedente alla Gerusalemme Liberata è l’Orlando Furioso di Lodovico Ariosto, l’opera con cui si raggiunge il maggiore livello poetico del Rinascimento. Anche in questo poema, costruito in ottave come quello del Tasso, l’immagine dell’eroe ispirato alla classicità viene arricchita da una lunga serie di componenti, per la letteratura del tempo, innovative. Sotto questo punto di vista l’aspetto più interessante della letteratura ariostesca è rappresentato dall’ironia, che caratterizza le varie vicende vissute dai personaggi, incrociate tra loro in un complesso schema narrativo.
Il coraggio e la fedeltà al ruolo di guerriero nei due poemi raggiungono la massima manifestazione nei duelli tra i paladini dell’esercito cristiano e di quello musulmano; tali memorabili scontri sono tutti ispirati al modello originario della lotta tra Ettore e Achille.

Dopo la pausa che la letteratura italiana conosce nel XVII secolo, dove autori e opere di valore sono poche e spesso di carattere sperimentale (basti pensare agli scritti scientifici di Galileo o all’immagine di letterato insofferente della corte elaborata dal Cavalier Marino), alla fine del secolo successivo gli ideali patriottici in Italia si fondono con la cultura romantica e con la costante reminiscenza del classicismo. Attraverso queste influenze Ugo Foscolo delinea l’eroe del suo tempo e decide di farne un modello di vita. Si tratta di un’operazione culturale di eccezionale efficacia, che conduce il poeta a confondersi con la sua scrittura, rendendo l’arte un valore assoluto.
Non è difficile individuare nel malinconico protagonista del romanzo epistolare “Le ultime lettere di Jacopo Ortis” gli aspetti caratteriali dell’autore, che al suo personaggio addirittura fa vivere vicende storiche e umane da lui stesso vissute, in una scrittura che diventa l’unica forma espressiva in grado di comunicare i valori culturali in cui Foscolo crede.
Nel finale del romanzo Ortis si toglie la vita perché perde ogni ideale in cui credere: non ha più una patria da difendere e la donna che amava viene data in sposa ad un ricco possidente. Benché il poeta comprenda la tragedia esistenziale del suo personaggio, rifiuta il suicidio evitando di condividere il destino di Ortis. A salvare Foscolo è la sua assoluta fiducia nella letteratura e nella cultura, che presentano valori universali validi per tutti gli uomini, capaci di compensare la crisi morale della società ottocentesca.
All’eroe romantico si contrappone il modello di uomo offerto dalla letteratura contemporanea del secolo scorso, che rompe definitivamente con la cultura classica. Forza fisica e valori etici, come la fedeltà e la nobiltà d’animo, perdono completamente di significato agli occhi dell’uomo moderno, costantemente barcamenato tra la necessità di seguire i ritmi di una realtà che procede velocemente e il desiderio di trovare uno spazio di serenità per riscoprire la sua natura umana. La contrapposizione tra i due aspetti della vita moderna spingono spesso l’uomo ad alienarsi, perdendo la consapevolezza delle proprie convinzioni ideologiche e delle proprie azioni.

Un esempio di come la letteratura del Novecento interpreta i complessi risvolti della psiche lo si può ricavare dalla “Coscienza di Zeno”, l’opera con cui Italo Svevo (o meglio Aron Hector Schmitz) raggiunge la sua piena maturazione stilistica. Il protagonista, affetto dal complesso di Edipo, si rivela incapace di vivere in modo autonomo; come non riesce a liberarsi dalla dipendenza da tabagismo, allo stesso modo resta legato alle abitudini e alle persone diventandone succube. In Zeno si manifesta l’immagine dell’uomo inetto, che inciampa nelle cose ed è contento di farlo; è assurdamente felice di fallire, perché ogni fallimento rallenta il momento in cui si dovrà assumere le sue responsabilità. Così il personaggio paradossalmente passa da una lunga adolescenza direttamente all’anzianità.
Basta questa concisa descrizione a far capire quanto ormai siamo lontani con Svevo dall’eroe classico di cui abbiamo tanto parlato, ma purtroppo di così mirabile esempio è proprio questo che rimane; un uomo insicuro e incapace di vivere in modo autonomo la vita, che non è solo l’immagine del protagonista del romanzo citato ma anche quella di vari personaggi di altre opere che hanno fatto la storia della letteratura contemporanea, come “Con gli occhi chiusi” di Federico Tozzi e “Il fu Mattia Pascal” di Luigi Pirandello. E, se ci si pensa bene, in realtà anche questi uomini minori possono a loro modo essere considerati degli eroi, perché l’eroe moderno non ha bisogno della forza o dell’intelligenza per essere tale, ma solo del coraggio di vivere un’esistenza non certo scelta da lui, ma che gli è stata imposta dalla società di massa come un ruolo in una recita.


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6 Comments

  1. Comment by marco — 20 ottobre 2008 @ 18:32

    grazie per questi pensieri , mi saranno di spunto per la mia tesina d’esame…grazie

  2. Comment by Giampaolo Giampaoli — 21 ottobre 2008 @ 12:23

    Sono felice di esserti stato utile, Marco. In bocca al lupo.

  3. Comment by Anna — 12 ottobre 2009 @ 19:17

    Salve!complimenti, davvero molto interessante!volevo chiedere se puoi darmi indicazioni sull’evoluzione dell’eroe nella letteratura spagnola…grazie mille

  4. Comment by Bartolomeo Di Monaco — 13 ottobre 2009 @ 08:30

    @Anna

    Giampaoli da qualche tempo ha impegni che non gli consentono di seguire la rivista.

    Prova a scrivergli qui:
    g.giampaoli@inwind.it

  5. Comment by Rossella — 6 giugno 2011 @ 10:40

    Bellissimo articolo, proprio quello che cercavo per la mia tesina! Complimenti!

  6. Comment by Alessandra Pergamo — 2 aprile 2013 @ 11:41

    grazie è stato molto utile per un mio tema a casa

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