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LETTERATURA: La poesia di Geri di Gavinana

16 settembre 2018

di Bartolomeo Di Monaco
(Questo articolo apparve su una Rivista letteraria tanti anni fa, intorno al 1985. Forse la Rivista è “Sìlarus”, con sede in Battipaglia, ancora attiva)

La grande poesia

Si parla spesso del meraviglioso nell’arte, ma l’arte di meraviglioso ha soprattutto questo: che può appartenere a chiunque di noi, poiché non ha norme da rispettare, privilegi da difendere, simpatie da tramandare. Non risiede né in cielo, né in terra; non è un fiume sotterraneo o un soffio di vento, e nasce dentro l’uomo. Si rivela a chi voglia ascoltarla e si dà morbosamente, esigendo da chi la prenda per mano una prima volta, un profondo e duraturo atto di dedizione.

Con ciò, riferendomi in particolare alla poesia, voglio dire che non esiste una grande poesia ed una piccola poesia, ma la poesia « tout court », la quale è, caso mai, sempre grande, esprimendo il rapporto irripetibile di un uomo, con la propria vita e con il mondo.

La distinzione, che è stata fatta e voluta solo dalla critica (ed è il segno di cosa è capace quando vuole strafare), nonché grave, è dura a morire e ci si ostina ottusamente a difenderla.

Se una divisione proprio vogliamo farla, si può dire che c’è una poesia che piace e un’altra che non piace, ma quest’ultima vale l’altra ed infatti non piace a noi e può piacere agli altri e, di più, può non piacere ai contemporanei e deliziare i posteri.

Atto di amore

Di Geri di Gavinana, nato il 1-11-1889 (quanta storia è passata dentro questo piccolo uomo!), ho sul tavolo il fiore della poesia che è venuto componendo in questi ultimi venti anni, e raccolto a cura di Mirko Pucciarelli sotto il titolo « Sulle rive del Serchio ». Incontrai Giuseppe Geri quattro o cinque anni fa a Fornaci di Barga, dove vive, mentre passeggiavo con un amico, il quale fu salutato dal vecchio poeta. Non conoscendolo che di fama, non lo guardai e quando si fu allontanato, l’amico mi disse: « Hai visto, Geri di Gavinana ». Mi voltai e riuscii a scorgere soltanto un omino lento, magro e curvo. Dice in una simpatica poesia della raccolta: «Morbo incurabile» del 20-4-1961:

lo mi credevo che nell’invecchiare
mi abbandonasse questa malattia
il morbo acuto della poesia
che mi tormenta come il mal di mare,
pur dopo morto, credo, le mie ossa
faranno versi giù dentro la fossa.

La raccolta è una struggente testimonianza di questo amore alla poesia, considerata come parte sostanziale della sua vita.

II contatto con il mondo (interiore ed esterno) avviene soltanto attraverso di essa. Un fremito, una emozione, un momento di esultanza non si trasformano che in un tenero canto di amore.

La facilità con cui compone la rima, che solo raramente è forzata, attesta, inoltre, in un momento, oggi, in cui la rima è lasciata in oblìo, il tenace, lungo e solitario colloquio del vecchio poeta con la sua musa.

La sua arte prende le misure del mondo e vi interviene, con un’operazione che è volta sempre ad estrarne i valori genuini, e mai è il mondo ad agire sulla sua poesia.

Di esempio, è la bella composizione intitolata « A Molazzana », con l’efficace apertura:

O Molazzana, sopra il colle aprico,
domini austera i monti e la pianura;
tra le rovine della gran sciagura
serbi l’orgoglio d’un castello antico.

Operaio in una società metallurgica, in cui ha trascorso quasi tutta la vita, Geri di Gavinana non è uomo di molte letture, e seppure i suoi versi richiamano ora il Pascoli (vedere: «La brina»), ora Trilussa (quante storielle d’animali! e soprattutto: « Un fatto comico ») ed ora l’agile ed incantato Gozzano, si deve affermare che in lui la poesia è nata con l’uomo e si è perfezionata per mezzo di un lungo dialogo, che dura tutt’ora.

Tanti e tanti anni fa, quando lasciò la sua Gavinana per recarsi a lavorare a Fornaci di Barga, compose « Addio a Gavinana », che testimonia (ed è questo soprattutto il suo valore), come nei momenti importanti della vita, il poeta riesca a scegliere soltanto affidandosi alla poesia, alla quale consegna o il suo dolore o la sua gioia.

Non è difficile immaginare quale lotta, quali sofferenze, da allora, abbia dovuto sopportare, continuamente chiamato dall’arte e tuttavia costretto ad un lavoro chiassoso, stridente, che gli negava ogni fantasia.

La poesia, che, abbiamo detto, è sempre grande, dà, attraverso di lui, testimonianza di sé, coinvolgendo la vita dell’uomo.

« La fontana dell’amore », che ha diverse stesure (ma la migliore ci pare quella del 13-10-1961), probabilmente è ancora la fontana di « Addio a Gavinana », intorno a cui il poeta ha costruito un leggiadro canto di giovinezza, di cui voglio riportare l’inizio:

La bella fontanina dell’amore
che butta l’acqua tutto il giorno fresca,
la gente che ci va (e poi ci resta!)
tutti si vanno a rinfrescare il cuore.

La natura ancora lo cerca e lo chiama, offrendogli la materia per un’altra bella composizione: « Il Serchio in piena », dove al tenebroso inizio, fa riscontro il malizioso sorriso del finale.

Dalla raccolta emergono due aspetti, che poi sono i fondamentali, nei quali vanno a confluire tutti i vari momenti poetici dell’autore: egli cioè scrive, ad un tempo, il diario della sua vita e un itinerario, una cronaca del mondo dove la sua vita si è mossa.

Con un’immagine, si può dire che la poesia percorre tutto quanto l’uomo interiore e poi straripa, intervenendo all’esterno.

Così il lettore si trova a percorrere, col cuore stesso della poesia, un caro viaggio attraverso Barga, Coreglia, Molazzana, Sassi, Calomini, Tiglio, Loppia, Gavinana, Ponte all’Ania.

Dell’uomo, restano segnati invece, quasi sempre, i momenti tristi, pieni di amarezza e di nostalgia, come in « Alla mia vecchia casa » del 1963, oppure « La mia camera », dello stesso anno.

Tuttavia la composizione più bella è senz’altro « Un giorno», del 2-11-1965, dove l’autore ha saputo mitigare la profonda e dolente nostalgia per la sua terra nativa (nostalgia sempre presente in tutta la raccolta, tanto che la sua vita sembra tendere ormai ad un definitivo ritorno a Gavinana), con uno stile agile, balzellante.

Quando son morto, /così ho disposto, /che mi riportino /lassù al mio posto; /nel cimitero /di Gavinana, /ove risuona /quella campana /che un dì ha suonato /quando son nato. /Là nel silenzio /di Selvareggi, /se l’usignolo /manda gorgheggi, /nei giorni estivi, /a tarda sera, /sentirò flebile /quella preghiera.  /Tra quelle zolle /di antichi forti, /dove riposano /tutti i miei morti, /tra quelle croci, /nel lungo oblìo, /vorrò un giorno /dormire anch’io.

« Fiori di bosco » fu la raccolta che meritò all’autore l’elogio del Croce e l’attenzione di Luigi Russo, che inserì alcune poesie in una bella antologia.

Tra esse fa spicco la composizione del 7-9-1961, dedicata appunto a questi gentili e delicati fiori, a definitiva testimonianza di un amore tanto grande per l’arte e la vita.

Poveri fior di bosco, appena nati,
e ricevuto il bacio del mattino,
vi vedo sulla terra a capo chino,
nell’ombra, mezzo gialli e spelacchiati.

Perché non siete bene coltivati
come son tutti i fiori del giardino?
La prima guazza vi troncò il cammino
e là dormite come i trapassati.

…………………..


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