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LETTERATURA: “L’anello inutile” di Maria Pia Romano – Besa

8 Marzo 2013

di Francesco Improta
(dal “Corriere Nazionale“)

L’anello inutile di Maria Pia Romano (casa editrice Besa) è una sinfonia in quattro tempi: acqua, aria, terra e fuoco che a loro volta si suddividono in sorsi, respiri, passi e scintille. Una sinfonia capace di sciogliere le parole in musica, ricavandone echi, vibrazioni e armonie, tra le più suggestive che io abbia sentito palpitare nelle pagine di un libro.

Prima, però, di procedere ad un’analisi de L’anello inutile, operazione comunque decisamente ardua per la mancanza di un intreccio vero e pro­prio, vorrei sgombrare il campo da un equivoco di fondo. Più di un lettore ha individuato, o ha creduto d’individuare, accostamenti e analogie tra Maria Pia Romano e Francesco Biamonti. Fermo restando che in entrambi la scrittura, frutto di un’attenta elezione lessicale, è sorvegliatissima fino a diventare la sostanza stessa del racconto, e che a entrambi i fatti interes­sano in misura marginale (ciò che conta per loro è ciò che resta, il riflesso profondo dell’evidente), vorrei precisare che la cifra stilistica di Francesco è una sorta di arido lirismo, franto, essenziale, prosciugato fino alle sue estreme possibilità, graffiato e corroso dalla salsedine come l’osso di sep­pia di montaliana memoria, mentre quello di Maria Pia è un lirismo liqui­do, ondivago, fluttuante che si accende di baluginii improvvisi specchian­dosi ora nel blu delle profondità marine, ora nel giallo delle distese di grano, ora, infine, nell’ocra del tufo delle costruzioni barocche di Lecce e del Salento. E sono proprio queste immagini che ci consentono di sotto­lineare come alla base de L’anello inutile, non diversamente dal successivo La cura dell’attesa ci sia l’amore profondo, viscerale della scrittrice per la sua terra, per gli spazi inondati di luce, per le grotte preistoriche, affollate di suggestivi graffiti, per i manufatti, i costumi e le tradizioni della sua ter­ra penso in particolare a quelle pizziche e tarante in cui la musica che all’inizio del libro aveva privilegiato misure e tempi da adagio acquista un ritmo decisamente più vivace se non addirittura sfrenato in concomitanza con il fuoco dell’ultima parte. Non che in Biamonti non vi sia un’atten­zione costante nei confronti della musica (Debussy e Messiaen in partico­lare) ma i suoi punti di riferimento privilegiati sono i pittori, i fari che illuminano il buio dell’espressione, e sopra tutti Cézanne, da cui deriva l’impianto della costruzione e l’uso della spatola e di colori petrosi nella descrizione di un paesaggio brullo, invaso dalle sterpaglie e dalle erbacce, che diventa metafora del tracollo fisico, morale e culturale della nostra società e del nostro tempo.

Tornando, però, al libro di Maria Pia va detto che la storia, se di storia si può parlare vista l’esilità della vicenda, è incentrata su quattro personaggi, che non vengono chiamati mai per nome: uno zingaro che ama il mare e le esplorazioni, e un musicista, capace fin da piccolo di leggere lo spartito della natura, che rinuncia all’amore di una ragazza per inseguire la sua ispirazione e per creare, attraverso la danza delle dita esperte, arpeggi di luna, convinto che si possa amare veramente solo il ricordo dei nostri amori (tema, questo, che verrà sviluppato e approfondito in La cura dell’attesa). Di sesso femminile gli altri due personaggi di cui una giovane e una avanti negli anni, vergine pentita e puttana mancata, la signora dei gatti che per scrivere ha rinunciato a vivere (non ci dimentichiamo che chi non vive scrive o meglio chi scrive non vive. Montale confessa di aver vis­suto solo al 5% e Biamonti addirittura al 3%). Sono loro le vere prota­goniste, dal momento che le figure maschili sono complementari e subal­terne, nel senso che consentono e favoriscono, con la loro presenza o con la loro latitanza, attraverso le parole e più spesso il silenzio, alle due donne di compiere un viaggio nella propria interiorità e di liberarsi dalle incro­stazioni, remore, pregiudizi o semplici nostalgie per approdare alla con­sapevolezza della loro vera natura e a una parvenza di libertà, a quella terra promessa che ognuno di noi insegue ma che si può raggiungere solo assecondando la propria diversità. È vero, però, e Maria Pia lo dice chia­ramente in un passo del libro, che:

    Le donne sono l’enigma della discordanza, uno scivolamento di velluto puro, una quiete affilata, un furore irrisolto. Ognuna di loro è a suo modo meravigliosamente ambigua… La stupidità di chi crede di averle capite è pari soltanto al letto del fiume che pensa di poter contenere tutta l’acqua del mare.

L’anello inutile è un inno alla bellezza, in tutte le sue forme, ed in par­ticolare a quella del Salento che ti prende alla gola. E ti sa rubare l’anima. Un bellezza così può risultare dannosa, perché, una volta assaporata, è difficile, se non impossibile, farne a meno. Mi è venuto in mente L’ultimo metrò di F. Truffaut anche se in quel film si fa riferimento esclusivamente alla bellezza muliebre ed infatti G. Depardieu rivolgendosi a C. Deneuve dice testualmente: “Sei bella Hélèna, così bella che guardarti è una sofferenza”. Non meraviglia che anche Maria Pia Romano dica esplicita­mente che la bellezza deve essere amata, vagheggiata ma certamente non posseduta. Ma è possibile, poi, “possedere” veramente una donna, a pre­scindere dalla sua bellezza o meno? Ed è possibile spiegare un libro come questo fatto di sussulti, di illuminazioni e di palpiti? Molto meglio, io credo, lasciarsi andare al flusso delle parole evocative e delle emozioni che il libro riesce a suscitare anche nel lettore più distratto e più corazzato.


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart