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LETTERATURA: Laura Del Lama: “Non so dove ho sbagliato” (ed. Cult)

30 agosto 2009

di Marisa Cecchetti 

Nel suo romanzo di esordio “Non so dove ho sbagliato” (ed. Cult) Laura Del Lama, giovanissima scrittrice fiorentina, dà vita ad una protagonista femminile insolita. Belinda a venti anni ha conosciuto e sposato un metalmeccanico, a metà degli anni ‘80. Matrimonio non nato dalla passione ma da una ricerca di sicurezza e stabilità. Lavora mezza giornata in uno studio dentistico ed ha un figlio adolescente. Il marito è di poche parole, gesti di affetto inesistenti, abitudinario e sedentario. Il figlio ne è il clone, senza interessi di alcun genere, attento solo a fiutare l’aria che tira in famiglia e ad allontanarsi quando è necessario, fino a tempesta finita.
Belinda fin da piccola è stata esclusa dal rapporto di affetto tra i suoi genitori, un rapporto di coppia anomalo, dove il padre le è stato sottratto dalla gelosia ingiustificata della madre, elemento che porterebbe ad indagare le ragioni psicologiche di certe sue scelte di vita. A quarant’ anni si sente vecchia, desidera la vecchiaia e ne cerca con ansia i segni sul corpo. La vita procede uguale e senza scosse, offuscati i desideri, finché non irrompe in scena uno zio verso il quale ha dei debiti di riconoscenza, che le sconvolge la vita. Persona remissiva e docile, fiduciosa, lei viene coinvolta suo malgrado in un giro losco di cui lo zio è il fulcro, e si trova a far la guardia ad un camioncino di arance, su una piazzola, ben in vista, sotto gli occhi della criminalità organizzata che cerca quelle casse di arance. La Del Lama ammicca al lettore, dissemina elementi per mettere in guardia, sottolinea le stranezze dei personaggi, persino quelle del maresciallo dei carabinieri. E’ proprio per questo che la protagonista è insolita: stupisce la sua ingenuità, la sua onestà di fondo che non la porta ad indagare ed a giudicare.
Rimane un personaggio anacronistico, come se tutto l’immondezzaio di una società truffaldina e senza scrupoli non la sfiorasse nemmeno, donna praticamente in controtendenza, in cerca di segni di affetto ma che rifiuta la volgarità, ben consapevole delle sue linee etiche. La sua pulizia morale fa apparire ancora più squallido il mondo che le ruota intorno, popolato da evasori fiscali, prostitute, vecchietti troppo arzilli, coetanee che cercano disperatamente una seconda possibilità di vita.
Allora il rientro a casa, dal marito pantofolaio e dal figlio inerte a cui non interessa neppure un motorino, forse è la risposta che la scrittrice dà alle tendenze autodistruttive, al decadimento della morale, ai desideri senza regole della società consumistica in cui viviamo: si torna ad una fondamentale normalità, magari senza impennate passionali, ma in una sicurezza maggiore. 

(dal “Corriere Nazionale”)


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1 commento

  1. Comment by Gian Gabriele Benedetti — 30 agosto 2009 @ 15:59

    Ha un fondo di grande verità questo romanzo, che Marisa Cecchetti, con la consueta sottigliezza di analisi e con la sua sostanziosa essenzialità, ci propone. La società caotica in cui viviamo, il degrado morale e non solo che la contraddistingue, l’indifferenza che è spesso regola nei rapporti umani, che, pertanto, vengono a mancare o sono superficiali, il voler emergere, anche economicamente, ad ogni costo, dimenticando le regole del vivere civile ed etico, la mancata coscienza nell’agire, la perdita di ideali… ci portano a chiuderci in noi stessi, quasi a cercar rifugio nel nostro piccolo “orticello”, quasi a rintracciare la rassicurante normalità
    Gian Gabriele Benedetti

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