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LEGGENDE: Lucida Mansi

16 agosto 2008

di Bartolomeo Di Monaco
[Per le altre sue letture scorrere qui. Il suo blog qui.]

Di Lucida Mansi, si è occupato anche Mario Tobino che considero lo scrittore più importante della Lucchesia. A lei ha dedicato il racconto: “La bella degli specchi”, che dà anche il titolo alla raccolta di racconti usciti per Mondadori nel marzo del 1976.
Tobino aveva dedicato soltanto due suoi libri a personaggi importanti del passato, che erano stati i suoi grandi amori di lettore e di studioso: Dante Alighieri (uscì per Mondadori nell’agosto del 1974: “Biondo era e bello”) e Niccolò Machiavelli (“Machiavelli a Lucca”, Maria Pacini Fazzi editore, 1983).
Lucida Saminiati nacque a Lucca il 7 marzo 1606. A vent’anni si sposò con Vincenzo Diversi nella chiesa di S. Maria Forisportam, il quale venne ucciso il 14 luglio 1628 a seguito di una lite per una questione di confini. Tobino è aderente alla leggenda che vuole la giovane vedova passare solitamente le giornate a contemplare la sua bellezza: “nella sua stanza, dopo la morte del marito, Lucida popolò le pareti del suo nuovo amore: specchi di ogni foggia e misura, tersissimi, guardarono da ogni lato e quello di maggior confidenza fu sopra il letto a sostituire il tetto del baldacchino, così che Lucida sdraiata, le vesti non più necessarie, in questo si contemplava e dalle pareti gli altri specchi rubavano quanto potevano e se, per i movimenti, delle bellezze si nascondevano altre ne sorgevano.”
Si racconta perfino che nel libro delle preghiere che si portava in chiesa fosse nascosto uno specchio nel quale si rimirava anziché pregare. Fu perciò del tutto scontato che un’anima siffatta fosse messa sotto osservazione dal diavolo, il quale ogni volta si inebriava al pensiero di una tale conquista. Così un giorno, trascorsi altri anni, nel corso dei quali Lucida era convolata a nuove nozze con Gaspero Mansi, le comparve innanzi, si manifestò e le promise di mantenerla bella ancora per trent’anni, alla condizione però che gli vendesse la sua anima. Non fu difficile persuaderla, e così Lucida poté avere ai suoi piedi la migliore gioventù e trascorrere il suo tempo nelle feste e nella lussuria. Finché, alla scadenza del contratto, il demonio si presentò a reclamare il suo credito.
Mario Tobino ci racconta che cosa successe quando il diavolo comparve davanti a Lucida: “«Sono venuto a prenderti, Lucida, l’ora è scoccata, dammi la mano.» D’un lampo in grassi vermi si cambiarono le bellissime membra, d’un lampo fu come già da trent’anni fosse in preda alla morte; lo specchio non più sorretto dalla mano, si piegò nell’umido tanfo, e in un boato, che fu udito per tutta la pianura di Lucca, Lucida sprofondò nell’inferno.
Mario Tobino accoglie una delle versioni della leggenda. Ce n’è, infatti, un’altra che io preferisco, e che è quella più diffusa. Il diavolo, presentatosi a Lucida, la fece salire sulla sua carrozza, e insieme andarono sulle mura, da dove ad un certo punto la carrozza precipitò, sprofondando nell’inferno. Il punto in cui questo avvenne è individuato nel laghetto che si può ammirare, anche dalle Mura, all’interno dell’Orto botanico. Si dice che ogni tanto affiori sull’acqua il volto di Lucida, e che certe notti si veda girare sulle mura una carrozza avvolta nelle fiamme.
Arrigo Benedetti aveva già parlato a lungo di Lucida Mansi nella sua opera maggiore: “Il passo dei longobardi” (Mondadori, 1964) soffermandosi a descrivere i suoi anni giovanili trascorsi nelle Fiandre, a Bruges, in un collegio di monache.
Poi Benedetti, raccontando della vita lucchese di Lucida, scrive: “Lucida riceveva fino all’alba, le bastavano poche ore di sonno. Gli amanti si rinnovavano; nella sua camera, dal soffitto e dalle pareti tutte specchi c’era la botola; questa era una voce diffusa a spiegazione di certe sparizioni. I compagni notturni, col passare degli anni vennero trovati sempre più spesso nelle acque grasse piene di cascami di seta, di lino e di canapa portati dai fossi sotterranei che attraversavano la città, di là dalle Mura, nel punto in cui le acque confluivano in un fossato maggiore.”
Lo stesso Benedetti ammette che “Gli elementi del racconto hanno origine disparata; appartengono alla tradizione più insicura che esista: quella fluida, di bocca in bocca, fatalmente fraintesa, continuamente arricchita da abbellimenti di narratori anonimi, che l’arricchiscono con ritocchi suggeriti da altre letture.”
Uno storico lucchese, Manlio Fulvio, nel suo “Lucca, le sue corti, le sue strade, le sue piazze” (Società Tipografica Barbieri, Noccioli & C. – Empoli, 1968) ci richiama alla verità, quando scrive che, dopo nove anni di vedovanza dalla morte di Vincenzo Diversi, Lucida convolò a nuove nozze con Gaspero Mansi, nato il 15 settembre 1596, appartenente ad una delle più antiche e prestigiose famiglie lucchesi. Era il 9 settembre 1635, e il matrimonio fu celebrato nella chiesa di S. Pietro a Somaldi. Gaspero Mansi “aveva 39 anni; Lucida, a sua volta, era vicina alla trentina, v’era, dunque, fra gli sposi una differenza di età di dieci anni, e quindi del tutto normale; cade così quel gran divario d’età che la leggenda pone a base della deplorevole condotta coniugale che attribuisce a Lucida. I coniugi vissero insieme per quasi quattordici anni, poi si separarono, e Lucida morì nella sua casa di piazza S. Alessandro (e non nel palazzo di via Galli Tassi) il 12 febbraio 1649, all’età di 43 anni, colpita da una recrudescenza di quell’epidemia che tanta strage aveva fatta a Lucca fra il 1630 ed il 1632. […] Gaspero Mansi si sposò di nuovo, dopo due anni di vedovanza.” [1]

A me piace, tuttavia, immaginare Lucida Mansi così come appare in questo mio racconto, scritto molti anni fa:

La Signora della leggenda 

Era giunta la sera quasi all’improvviso e Mattia non aveva fatto in tutto quel tempo che pochi passi; ora se ne stava seduto in via Roma, sopra una panchina di palazzo Cenami; non si vedeva nessuno per strada, le luci erano fioche, rade.
Quand’ecco apparire, a pochi passi di distanza, proprio davanti a lui, senza che lì per lì se ne avvedesse, un’elegante signora dal passo lento ma distinto, la testa leggermente piegata, il collo avvolto da un delicato nastro di seta.
Gli sorrise: «Questa è la mia città!» sospirò, e fece cenno a Mattia di aiutarla a sedersi accanto a lui.
«Non vedi come tutto qui mi ricordi: le strade che mi hanno ammirata bella e superba, le luci, i palazzi. Come potrei andarmene, lasciarla sola la mia città?»
Doveva essere stata molto bella la donna, e molto amata; tutto lo diceva di quel corpo che sembrava alla fine aver vinto il tempo.
«Ogni notte vago per le strade della città e ne godo a rivedere gli angoli che mi conobbero piena di gioventù. Ritornano a volte le immagini dolci della mia vita.»
Quindi non parlò più, finché non fu Mattia a domandare chi fosse; non l’aveva mai notata per la città, che pure conosceva.
«Sei stato fortunato ad incontrarmi» disse. «Ti ho visto arrivare dal tuo paese ed affacciarti alle porte della città. Sapevo che, calando la sera, ti avrei ritrovato qui.»
«Siete restata per me?» domandò incerto, sorpreso.
La sconosciuta tornò a sorridere e, guardandolo, posò lievemente la mano sulla sua; e allora, a quel nuovo contatto, Mattia la vide illuminarsi, diventare bella, altera, come diceva di essere stata.
Sprofondarono i suoi sentimenti in quello sguardo tanto dolce e riconobbe la donna della leggenda, inghiottita dalla terra, non del demonio ma della sua città prigioniera, regina, custode.
Stava seduta accanto a lui come se fossero stati cancellati i secoli che li dividevano: neri i capelli, gli occhi grandi, smaniosi; il corpo stracolmo di giovinezza.
Lo condusse con sé per la città. Gli parlò dei segreti che conosceva, di ciò che lei sola riusciva a vedere nelle sue passeggiate notturne, degli angoli della città carichi di storia.
Via Fillungo si apriva davanti a loro, poco illuminata, stretta e dritta; i palazzi vicini, quasi congiunti i tetti. Appena si intravedeva il cielo stellato.
«Adorata mia città!» ripeteva, e la sua bocca si apriva a respirarne l’aria, si gonfiava il petto di piacere.
La donna si era fatta dolcissima.
Quanto e quale orgoglio provava Mattia a starle accanto, misurare la sua Lucca, percepirne i segreti attraverso quella donna! Era tale la tenerezza che ne sprigionava che anche Mattia si struggeva al pensiero che tutto quell’affetto, tutta quella bellezza sfuggissero all’attenzione degli uomini; che nessuno sapesse delle innumerevoli notti d’amore trascorse tra Lucida e la sua città.
Lo condusse infine davanti alla Cattedrale, al bel San Martino, duomo di squisita eleganza che affascina il cuore e la mente del visitatore.
Era notte; la piazza s’era fatta suggestiva, immersa nel silenzio, appena illuminata da rade luci.
La donna, dopo aver toccato quasi con voluttà le colonne scolpite della facciata, scivolò dentro la chiesa. Anche Mattia vi entrò, condotto per mano dalla donna.
Ma Lucida non si curava più di lui; andava da sola, ora; lo precedeva come per una visita intima nella quale nessun altro poteva aver parte. La veste morbida si apriva ai lenti movimenti, frusciava in mezzo al silenzio.
Certo, lì stavano altre anime della città, insieme con Lucida restate a vegliare per amore. Mattia lo percepiva dal sussulto che la sua anima provava a mano a mano che il silenzio della chiesa si faceva profondo, assoluto; la mente stava come al di fuori del suo corpo, tutto precipitato in una quiete che non aveva più difese, disponibile a farsi occupare da un alito, da un sospiro.
Lucida si era inginocchiata davanti al Volto Santo.
Il suo stato di abbandono era tale che Mattia la suppose in contatto direttamente con Dio, e provò allora amore per quella donna, che la leggenda dei lucchesi vuole unita al diavolo e che, al contrario, sta dalla parte di Dio.
Quando uscirono, le prime luci dell’alba già lambivano la piazza. Palazzo Micheletti mostrava al giorno il bel muro di glicini; Lucida vi passò sotto, mai più voltandosi.
Mattia la vide piano piano svanire e avvertì che il suo spirito si faceva grande.
Ogni azione del passato che aveva costruito, preso parte in qualche modo alla vita della città, la sentì di nuovo vivere nella sua anima. Sentì che li amava tutti quegli uomini, e quei fatti, piccoli e grandi, che avevano colmato di storia e di sentimenti la sua città che, pur bella, non avrebbe potuto sopravvivere senza il cuore dell’uomo.
Mai si sarebbe staccato da lei.
Non solo avrebbe voluto morire tra le sue braccia, cullato dagli alberi delle sue Mura, dalle torri, dalle piazze, dagli stretti vicoli; ma anche avrebbe voluto portarla con sé, la città, nella nuova esistenza abitare ancora nella sua Lucca, conversare e vivere coi suoi fantasmi.

 [1] Il prof. Romano Silva, in un articolo apparso su La Nazione dell’11 novembre 2008, avanza l’ipotesi che la leggenda abbia avuto origine in Germania.

 


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7 Comments

  1. Pingback by Fontan Blog » LETTERATURA: LEGGENDE: Lucida Mansi - Il blog degli studenti. — 16 agosto 2008 @ 07:45

    […] Read more Posted by | […]

  2. Comment by Gian Gabriele Benedetti — 16 agosto 2008 @ 16:18

    Personaggio, questa Lucida, che sprigiona un forte impatto emotivo. Ha un suo fascino del tutto particolare ed è indissolubilmente legato allo stupore di una bellezza che va oltre le apparenze. Non la si può totalmente condannare, a mio avviso, per il suo amore alla vita ed alla città. Offre sempre un alone di mistero e di incanto allo straordinario splendore di una realtà unica.
    Nel tuo bel racconto, Bartolomeo, emergono tutta la levità e l’ammirazione della storia (fattuale e leggendaria ad un tempo), che danno un senso più appropriato a Lucida, non relegata all’inferno, bensì dolcemente costretta a vivere in eterno a contatto con la magia del luogo amato. È, il tuo, un racconto commovente e delicato, dove ancora straripa l’infinito amore per Lucca, che tu nutri da sempre
    Gian Gabriele Benedetti

  3. Comment by Bartolomeo Di Monaco — 16 agosto 2008 @ 16:54

    Ti ringrazio, Gian Gabriele.

  4. Comment by Susan — 3 giugno 2009 @ 17:40

    Egregio Bartomeo Di Monaco, ho letto il suo racconto su Lucida Mansi e mi è piciuto molto, bella la descrizione della città di Lucca, io vi sono stata molte volte e ho tr16ovato sempre qualcosa di magico. Le scrivo perchè fra poco verrà pubblicato il mio primo triller-fantasy e spinta dall’entusiasmo, questo pomeriggio stesso ho iniziato a fare delle ricerche per il prossimo che scriverò.Mi piceva ambientarlo a Borgo a Mozzano dov’ è il Ponte del diavolo, così cercando informazioni sulla zona è spuntata fuori la leggenda di Lucida e mi sono appassionata, così ho inziato a navigare in Internet per saperne di più. Può darsi anche che il protagonista della sua storia spunti in qualche pagina del mio nuovo romanzo, (sempre se riuscirò ad ultimarlo!) e se così fosse, spero che non le dispiaccia. Un caro saluto Susan Justin.

  5. Comment by Bartolomeo Di Monaco — 3 giugno 2009 @ 20:49

    Grazie, Susan, e auguri per il tuo libro. Mi farà piacere se ci sarà un riferimento al mio personaggio.
    Inoltre, devi sapere che il Ponte del diavolo ha una leggenda sua propria, che trovi qui:
    http://www.bartolomeodimonaco.it/online/?p=2518#more-2518

  6. Comment by gloria francesconi — 24 novembre 2011 @ 14:36

    io sono semplicemente incantata.
    g 

  7. Comment by Bartolomeo Di Monaco — 24 novembre 2011 @ 14:55

    Grazie, Gloria.

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