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LETTERATURA: Luigi Incoronato: “Scala a San Potito”

26 marzo 2017

di Bartolomeo Di Monaco

Si tratta di uno scrittore quasi del tutto dimenticato. Nato a Montreal (Canada) nel 1920, morì a Napoli il 26 marzo 1962. Combatté nella Resistenza e solo dopo la Liberazione si dedicò alla letteratura. Il romanzo di cui ci occupiamo rappresentò il suo esordio, pubblicato da Mondadori nel 1950. Seguirono altri romanzi, come: “Morunni” del 1952, “Il governatore” del 1960 e, uscito postumo nel 1963: “Compriamo bambini”. Fondò insieme con altri intellettuali la rivista “Le ragioni narrative”.

Scala a San Potito, a Napoli, è un ambiente in rovina dove alloggiano mendicanti e barboni, intere famiglie disadattate e inseguite dalla sfortuna. Giovanni è morto nel corso dell’ultimo inverno e l’io narrante, suo amico, solo ora che è giunta l’estate ha il coraggio di ritornare in quel luogo di abbandono e di miseria dove Giovanni ha abitato per qualche tempo. Dice: “Se non si riprende subito contatto con gli oggetti, la stanza, tutto ciò che apparteneva alla persona cara che è morta, si rischia di non liberarsi più da un senso di sgomento e di timore.”

Sul filo della memoria viene ricostruita la vita di Giovanni dal momento in cui, “biondo, di media statura: sul volto la barba incolta accentuava una sensazione di squallore che si diffondeva da tutto l’essere.”, sale le scale di San Potito in cerca di un pertugio, di uno spazio, in mezzo a quei tanti derelitti, per trascorrere la notte: “Pareva ch’egli fosse in dubbio se dovesse procedere o fermarsi. Uno dopo l’altro, gradino per gradino e gli occhi suoi scorrevano sui corpi sdraiati.”

Con brevi tratti è disegnata già una comunità diffidente ma solidale nella disgrazia, dalla quale emana un calore forte, acre, tutto sprigionante dai sensi divenuti alacremente vigili, acuiti dalle dure necessità della vita. L’io narrante ha conosciuto Giovanni e vuole coltivare la sua amicizia. Ogni tanto, quando giunge sul posto di sera, sale le scale e va a trovarlo. Spera che con lui Giovanni, taciturno, possa aprirsi, confidarsi, liberarsi in qualche modo dall’oppressione del suo passato, “curioso di sapere che razza di sogni rimuginasse in mente.” C’è chi, come lo zio Gennarino, gli domanda che cosa venga a fare alle Scale, un signorino come lui, e anche altri gli si fanno intorno, poiché “C’era qualcosa che mi distingueva da essi, il parlare, il vestito migliore e non so che altro, e così poco bastava a convincerli ch’io fossi del mondo di quelli che possono tutto […] impossibile sarebbe stato convincerli che io non potevo nulla.”

Siamo all’indomani della fine della Seconda guerra mondiale. Gli americani hanno appena lasciata la città. Con la loro partenza Napoli s’impoverisce, vengono a mancare le occasioni di guadagno, disoccupati e inutili sono diventati gli sciuscià che abbiamo incontrato in Curzio Malaparte.

Se Malaparte disegna la Napoli della miseria (“Kaputt”) ed anche della vivace intelligenza e adattabilità (“La pelle”), Incoronato si sofferma a mostrare lo spicchio di una umanità volenterosa, ma respinta, in cui Giovanni – ancora avvolto nel mistero del suo passato – si rivela un ostinato combattente in difesa della propria dignità e di quella dei più disgraziati e sfortunati.

Contro la sfortuna e la disgrazia non basta, tuttavia, la volontà. Soccomberanno, infatti. Quando sui pianerottoli delle scale si ode il cicaleccio, qualche volta le grida dei giocatori di carte, i mormorii, le bestemmie, i brusii, i lazzi, le confidenze, è il verminaio della vita che osserviamo, tranciato però da un sottile ed invisibile velo oltre il quale, così delicato e precario, sta la morte, già delineata un po’ sul volto di tutti: Armando, Amedeo, Felice, zia Assunta, Rosa, Maria, zio Pasquale, zio Gennarino, Paolo il guardiano, Giovanni e lo stesso io narrante, che, infatti, trovatosi disoccupato, si sentirà presto molto simile a loro.

L’uso crescente della forma dialogica non fa che accrescere una tale sensazione di sconvolgente disordine e di precarietà.

La fuga nell’illecito, nell’infrazione alla legge, nell’illusoria convinzione di risolvere in questo modo i problemi della vita, segnerà la sconfitta di Giovanni e anche dell’io narrante che, sebbene tragga una lezione dalla vicenda del compagno, si è rivelato tuttavia incapace di arrestare un tale processo di degradazione e di rivolta. Gli dirà Giovanni: “Tutto quello che vuoi farmi capire è difficile. È bello, forse. Ma per me è inutile. Forse erano cose buone sei mesi fa. Oggi non mi servono più.”


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart