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LETTERATURA: L’uomo alla finestra (rêverie su Gustave Caillebotte

3 dicembre 2008

di Mariapia Frigerio

Quando tornò nella stanza, lo vide in piedi, di spalle, mani nelle tasche, che guardava la finestra. Immobile.
  La donna ne rimase colpita. Vide, in quella posizione, in quello stare, tutto il suo animo.
Non sapeva neppure lei spiegarsi cosa ci fosse di particolare in questo, ma ne rimase, ugualmente, commossa e affascinata.
  Non avrebbe voluto farsi sentire, rientrando nella camera, per poter prolungare quella che, ai suoi occhi, sembrava una visione.
  Fino a pochi minuti prima erano stati entrambi vicini, sul grande letto, uniti nei gesti d’amore, nei discorsi di grandi tenerezze, in quei momenti d’intimità nei quali erano ritornati insieme a uno stato di grazia primitivo e totale.
  L’uomo, ora, le appariva, pur nelle sue vesti abituali, insolito, quasi un’apparizione e tutto l’ insieme  – la stanza, la luce che flebile filtrava dagli sporti socchiusi della finestra –  le ricordava certi interni delle pitture di Vermeer.
  La donna si rese conto che avrebbe voluto essere nella sua testa, capire cosa passasse, in quell’istante, nella mente di lui, mentre lì, fermo, l’aspettava.
  E pensava pure che, nello stare di lui, lei scopriva per la prima volta di avere incontrato un uomo. Credeva di vedere, in quell’immobilità, una grande forza d’animo e di vita, ne intuiva i suoi turbamenti, credeva di conoscerne ogni pensiero.
  Vedeva, nella sua schiena vestita di una camicia azzurra, il peso degli anni trascorsi, la maturità acquisita sulle proprie esperienze serene e dolorose e un certo timore per quanto di nuovo stava vivendo ora.
  Nonostante la donna avesse fatto di tutto per non farsi sentire, lui subito si accorse della sua presenza. Si girò e le sorrise.
  Sembrava avere, con la venuta di lei, dato requie ai suoi pensieri segreti. Sembrava aver placato le sue pene.
  La volle accanto a sé e le mostrò, aprendo solo di poco la finestra, il paese di mare che si stendeva in lontananza, oltre una fitta distesa digradante di olivi.
  La donna si sentì di nuovo prendere dalla nostalgia al pensiero che dopo poco avrebbero dovuto lasciarsi e si strinse forte a lui.
  La donna ritornò a casa, ai suoi impegni.
  L’immagine dell’uomo alla finestra restò, però, fissa nella sua mente, l’accompagnò fedele in ogni suo movimento: mentre preparava il pranzo, mentre riordinava la cucina, mentre stendeva il bucato e seguiva i figli nei compiti.
  Solo più tardi, a pomeriggio inoltrato, quando poté concedersi del tempo e si sedette al tavolino della sua camera da letto, ebbe la tranquillità necessaria per godersi pienamente quanto era accaduto il mattino.
  E rivide la camera dell’ uomo alla finestra con il grande letto e il tavolino posto di traverso di fronte a questo.
  Sapeva, la donna, che lì l’uomo scriveva e sapeva che da lì le aveva scritto molto e molto aveva pensato a lei.
  Ora anche la donna stava scrivendo e nel mentre guardava la sua camera. Si accorse con curiosità di una strana coincidenza: che anche il suo tavolino era di traverso e guardava il letto.
  Era, quello della donna, un letto grande con la testata in ferro battuto che aveva trovato in una cantina della casa dei suoi nonni.
  Ma nonostante la dimensione chiaramente matrimoniale, la donna
pensava che quel letto era in realtà solo suo, che soltanto quando aveva scoperto di dormirvi benissimo sola si era accorta che era il suo letto.
  Lo guardava ora e lo rivedeva e lo ridesiderava come quando poteva occuparne solo la metà per dormire, addormentandosi e risvegliandosi con le lenzuola perfette e nell’altra metà poteva mettere i suoi libri, i suoi fogli, i suoi scritti.
  Guardava anche dal tavolino l’immagine della Madonna con Bambino posta accanto al letto, sopra il suo comodino: una vecchia stampa recuperata sempre nella casa dei nonni con la scritta “Refugium peccatorum”. Si ricordò di aver sempre pensato che non amava particolarmente quella scritta che, secondo lei, aveva un sapore di tristezza e di scontento che rifletteva il modo sconsolato di guardare la vita che aveva trovato lasciando la sua città, la sua famiglia, il suo letto di legno con i cigni, per inseguire un sogno irrealizzabile e irrealizzato qui, in questo grande letto, dalla testata di ferro.
   Rivide, d’un tratto, tutti i letti in cui aveva dormito. I letti alti, enormi della casa dei nonni dove faticava a salirvi da bambina e dove, dopo la difficile ascesa, raggiungeva una serena beatitudine; il suo letto di ragazza con i cigni; i letti di fortuna nella casa delle sue cugine; i letti Primo Novecento nella casa dello zio medico, in campagna.
  Ricordò i letti -con materasso di crine- che  pungevano e l’odore di muffa nelle case del mare; ricordò anche, seppur con dolore, il letto della casa nella pineta, dove un tempo aveva creduto di essere felice e di essere amata.
  Aveva sempre avuto, la donna, un sonno profondo che nulla e nessuno poteva turbare.
  Aveva dormito notti intere con luci accese (quando il padre si scordava di controllare che le avesse spente), aveva dormito sempre in piena luce, solare o lunare, senza tende né persiane chiuse, aveva dormito  – benissimo – in stanze rumorosissime su viali e corsi trafficati delle grandi città.
  Poi la vita della donna era cambiata. Il suo sonno era stato per anni interrotto dal pianto continuo ed esasperante dei bambini, dalle follie del consorte, dalle angosce del suo vivere troppo incerto.
Solo negli ultimi anni aveva provato di nuovo il piacere del sonno profondo, ininterrotto e vivificante: quando dormiva sola nel suo grande letto, senza consorte, senza figli, sola con se stessa e la sua intimità e quando si trovava nel suo letto coi cigni, nella casa dei suoi e, quasi miracolosamente, viveva di nuovo, nel sonno e da sveglia, una tranquillità senza limiti.
  D’un tratto la donna ricordò qualcosa legata ancora all’immagine dell’uomo alla finestra.
  E ricordò che già da tempo, prima dell’accadere di ogni fatto, lo aveva desiderato accanto a sé, nelle notti in cui dormiva sola, nel suo grande letto con la testata di ferro o nel letto coi cigni.
  E lo aveva sentito così vicino, come se realmente esistesse, come se appoggiando la testa sulla sua spalla o rannicchiandosi tra le sue braccia potesse riprendere una felicità che, per gl’ignoti casi della vita, le era stata troppo presto rubata.


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4 Comments

  1. Comment by Gian Gabriele Benedetti — 4 dicembre 2008 @ 20:23

    Scavo sottile e, al contempo, profondo nell’animo e nella mente di una donna, che manifesta tutta la sua sensibilità. Le emozioni e le sensazioni, in linea consecutiva, si svelano attraverso l’aggraziata scrittura. La concretezza delle immagini, che trascorrono anche nel ricordo, raffigura la parte essenziale dell’essere.
    La libertà fisica ed interiore, che pareva essere raggiunta, lentamente, sul filo della memoria e nel flusso ininterrotto delle immagini stesse, arriva a manifestare un’incrinatura, tanto da trasfigurare spazi da ripercorrere in due e non più da sola. Una forte intuizione, tipicamente femminile, sottesa da una tattile percezione psicologica, porta pian piano a cogliere nessi felici che uniscono lo spirito alla corporeità, da realizzarsi in una comunione di intenti, che abbracci sensualità e sentimenti.
    Gian Gabriele Benedetti

  2. Comment by Daniela — 4 dicembre 2008 @ 21:22

    Di Gustave Caillebotte, pittore di cui non si sente molto parlare, al Museo D’Orsey colpisce “Les raboteurs”. Scopro ora “L’uomo alla finestra” e scopro che, come in Vermeer, ci sono molte finestre nei suoi quadri (ma anche balconi, ponti, luoghi di transito). Un Hopper impressionista e meno estraniante.
    Così Mariapia Frigerio ripartisce serenamente nelle sue trame interno ed esterno, realtà e réverie e… chissà quante altre antinomie.
    E’ anche pittorico questo racconto, che stampa nella memoria la visione di un letto pieno a metà di libri e l’inusuale prospettiva di un tavolino posto di traverso di fronte al letto.

  3. Comment by alex — 5 dicembre 2008 @ 16:31

    Uno sguardo silenzioso all’uomo alla finestra; poi lei si affaccia dentro e segue, trascinata dal sentimento di una felicità non ancora consumata per intero, un sentiero del suo paesaggio interiore costellato di oggetti e cose a cui si legano i ricordi. Un bellissimo dipinto d’interno e un’attesa pervasa da una luce ancora calda.

  4. Comment by Laura Villata — 5 dicembre 2008 @ 17:56

    Se è vero che ogni quadro narra una storia, è altrettanto vero che ci sono storie che si potrebbero dipingere. Infatti, questo racconto (come i precedenti, del resto)pone in evidenza la capacità dell’autrice di dipingere con le parole. Ogni passaggio crea immagini così chiaramente visibili che ci pare di essere lì con la protagonista nel momento della gioia e in quello dell’amarezza, mentre guarda gli ulivi e il mare, stringendosi all’uomo con la camicia azzurra, e mentre, sola nel grande letto, rivive romanticamente le sue passioni.

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Bart